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Buon Natale: psicologia del regalo e del dono.

albero di natale, regali 149762

Oggi è il 24 dicembre e sulle strade si riversano tutti coloro che devono ancora finire di fare i regali di Natale.

È tutto un rincorrersi di negozi e buste, di ripensamenti e nuove idee, di telefonate, di conti e di pentimenti, di soddisfazione e senso di sollievo.

Poi naturalmente dipende: ogni persona può avere una propria modalità di gestione del caso, delle proprie strategie di sopravvivenza.

C’è chi ha pianificato e scelto da tempo i regali da fare e che quindi, in un giorno come questo, deve solo eseguire -con maggiore o minore compiacimento- un piano già prestabilito; c’è invece chi alla Vigilia si lascia dominare dalla più totale improvvisazione, rendendo questa giornata -che potrebbe essere quasi magica- una fonte di stress.

Eppure, nonostante gli iniziali propositi di moderazione, spontaneità e rigore, sono pochi coloro che riescono a resistere alla tentazione finale di trovare, quasi obbligatoriamente, un regalo per tutti, qualunque esso sia.

Come se non fosse pensabile presentarsi a mani vuote, come se fossimo spinti da un bisogno da colmare, piuttosto che da un desiderio consapevole.

E allora cerchiamo di capire cosa ci accade durante la Vigilia di Natale.

L’atto di regalare è innanzi tutto un atto sociale, un rito collettivo pregno di significati, che regola il rapporto tra persone e che veicola un messaggio a doppio senso, sia da parte di chi regala che di chi riceve.

Ma in tempi di individualismo e consumismo, fare regali rischia di divenire un gesto volto ad assolvere i bisogni del donatore piuttosto che di chi riceve il regalo, un gesto finalizzato ad attivare uno scambio sterile ed obbligato, un’azione volta ad ottenere in chi lo fa dei benefici, che possono andare dalla benevolenza di qualcuno, alle conferme personali, fino alla celebrazione di sé, a volte in un contesto -come quello natalizio e quindi, nella maggior parte dei casi, familiare- in cui il regalo viene pensato come espressione di se stessi in contrapposizione agli altri, in una sorta di competizione colma di ansie da prestazione.

Cosa diversa è invece saper donare come espressione di affetto autentico, come gesto di riconoscimento dell’altro e della relazione esistente.

Per cogliere la differenza tra questi due atteggiamenti, possiamo ricorrere al significato delle parole “regalo” e “dono”, generalmente utilizzate in maniera interscambiabile, in realtà in maniera scorretta.

Il termine regalo  proviene dal latino regalis (regale), rex (re) e attraverso lo spagnolo “regalo” (dono al re) sta ad indicare un tributo a chi meriti un riconoscimento, un dazio che si è obbligati ad offrire senza che esso veicoli contenuti affettivi.

Il termine “dono”, dal latino donum invece richiama l’atto di dare all’altro in maniera disinteressata.

Il regalo è una sorta di ricompensa, un tributo, un atto finalizzato a ricevere qualcosa indietro, o comunque l’adempimento di un obbligo che comunica all’altro l’assenza di una dimensione affettiva articolata e profonda e che riflette, quindi, lo stato della relazione in corso.

Il dono, invece, è proprio un’azione di rivelazione di sé da un punto di vista affettivo, è un gesto intimo e creativo che celebra la relazione tra donatore e ricevente, la capacità del primo di esporsi nel farsi conoscere, nel donarsi, nel capire l’essenza e le esigenze dell’altro, assumendosi il rischio di essere rifiutati; nel secondo, la capacità di ricevere, di saper accogliere, anche assumendosi il rischio di essere invasi, di rimanere frustrati e delusi.

Donare è un atto di investimento in una relazione, di confronto con l’altro e con le sue reazioni, di assunzione del rischio di insuccesso, proprio come accade quando intraprendiamo una nuova relazione affettiva e ci poniamo di fronte ad essa con le nostre paure e il nostro coraggio.

Ecco che allora il nostro modo di fare (o non fare) regali natalizi può fornirci uno spunto di riflessione in questo senso: rispetto al nostro modo più generale di “stare al mondo”, alla nostra capacità di darci agli altri, di esprimere i nostri sentimenti, di lasciarci andare o di utilizzare il regalo consumistico e poco “pensato”, affettivamente parlando, come difesa dal donarsi autentico, dell’essere se stessi, del mettersi in gioco davvero.

 

 

 

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