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Buoni propositi e cambiamento

L’estate è finita e molti stanno ancora tentando di riadattarsi alla vita di tutti i giorni, quando ecco che si riaffacciano alla mente –puntuali come sempre- i buoni propositi.

L’ autunno è tempo di bilanci e nuovi progetti, ed il necessario cambiamento dei ritmi quotidiani obbliga, ed allo stesso tempo favorisce, la capacità di ritrovare le energie da investire in essi.

Il motore è di nuovo acceso, il tempo di rilassarsi senza pensieri è, purtroppo, terminato; si è pronti ad affrontare le “lotte” quotidiane che la vita riserva, con degli obiettivi da raggiungere ed il proprio benessere da tutelare o da conquistare.

Da conquistare, si, perché la realtà di ogni essere umano è sempre costellata di piccole o grandi problematiche che, inevitabilmente, generano una qualche dose di insoddisfazione.

Di fronte ad essa, si cerca di individuare delle strategie funzionali a migliorare le proprie condizioni.

In fondo, i periodi caratterizzati dalla necessità di esprimere buoni propositi, altro non sono che la condensazione di una spinta evolutiva che è, in realtà, sempre presente in ogni individuo.

E i buoni propositi, a loro volta, sono funzionali a sostenere, a significare (cioè, a dare un senso) il re-incalanarsi in una quotidianità costellata di regole, orari, gerarchie, doveri.

I buoni propositi, quindi, danno un senso a quei momenti della nostra vita, in cui siamo costretti a ricoprire ruoli e ad assumere responsabilità ed il tentativo di perseguirli è possibile grazie alla grande mobilitazione di energie necessaria a farlo, in un processo circolare di reciproca causalità.

Pertanto,i buoni propositi sembra che abbiano in sé un certo valore; tuttavia, difficilmente si tramuteranno poi in cambiamenti concreti.

L’energia e la determinazione sperimentate nel formularli, lasciano infatti il posto, dopo qualche tempo, ad un senso di disfatta e rassegnazione.

Perché spesso non riusciamo a mantenere quanto ci proponiamo di fare?

Per capirlo, penso sia utile definire cosa sia un “buon proposito”.

Voglio smettere di fumare, voglio iscrivermi in palestra, voglio finalmente avere il coraggio di parlare in pubblico, voglio ritagliarmi un po’ di spazio per me stesso”.

Si tratta di intenzioni, che cercano di modificare alcuni comportamenti/atteggiamenti preesistenti, che ci appartengono ma che non ci fanno stare bene.

Intenzioni che vanno quindi nella direzione del cambiamento; tuttavia, per capire da dove nascano le difficoltà nel perseguirle, sarebbe utile porsi alcune domande su di esse.

Un breve parallelo con la psicoterapia, può essere molto utile a cogliere come sia possibile rendere i nostri buoni propositi qualcosa di più di un semplice intenzione da proporsi ciclicamente.

Chi decide di intraprendere un percorso psicoterapeutico, lo fa spesso sull’onda di una serie di bisogni: di maggior benessere, di risoluzione di alcuni sintomi, di maggior comprensione di sé o del proprio contesto.

Più raramente, partendo da una condizione di relativo benessere, si è alla ricerca di un’evoluzione, di una crescita, di un ampliamento di coscienza e consapevolezza.

Chi chiede un intervento, riesce più facilmente a definire i propri obiettivi, quando questi si riferiscono ai sintomi sperimentati; più difficilmente, invece, si riesce a farlo quando si cercano di definire i propri obiettivi “evolutivi”, che possono a volte risultare poco definiti, generici, o poco realistici.

Un obiettivo è, per esempio, “poco realistico”, quando non tiene conto delle caratteristiche del contesto di appartenenza; di alcune personali caratteristiche fisiche o caratteriali, oppure di eventi passati, magari drammatici, ma immutabili.

Un obiettivo potrebbe invece essere “poco definito” quando descrive un’aspirazione generica (“vorrei essere felice”, “vorrei stare meglio”), sicuramente legittima, ma che terapeuta e paziente avranno il compito, a poco a poco, di rendere sempre più “operativa”.

Per farlo, è necessario che la psicoterapia proceda verso una maggiore consapevolezza dei propri dinamismi e una maggiore conoscenza di sé.

In questo modo, i pazienti avranno l’opportunità di sperimentare una forma di crescita personale volta non al raggiungimento di un “ideale di Sé”, ma all’evoluzione del proprio “Sé reale”.

Se torniamo ai nostri buoni propositi, ecco che allora possiamo cogliere quanto forse, prima ancora di formularli, necessario porsi alcune domande.

Quanto davvero ci appartengono questi buoni propositi?

Rappresentano ciò che vogliamo davvero, o ciò che vorremmo essere?

Quanto tengono in considerazione le nostre personali caratteristiche, ciò che siamo realmente?

Prima ancora di provare ad attuare i nostri buoni propositi, forse, almeno per quest’anno, potremmo provare a fermarci un attimo e ad osservarli.

Cercando di capire cosa ci raccontano di noi, dell’immagine che abbiamo di noi stessi, di quanto ci conosciamo realmente, potrebbe rivelarsi più chiaro in quale direzione vogliamo andare veramente.


 

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