Categoria: Articoli Psicologia

SI O NO? Quando il dubbio diviene patologico.

Il dubbio è un processo fisiologico, nel percorso di creazione di una decisione, più o meno importante che essa sia.
Non è vi è quindi nulla di patologico nel dubbio in sé, che anzi può essere indicativo della giusta ponderazione degli elementi in proprio possesso per compiere una valutazione e giungere poi,appunto, ad una presa di decisione.

I problemi iniziano a sorgere quando la presenza dei dubbi diviene pervasiva nella propria vita, e invalidante rispetto ad una o -nella maggior parte dei casi -più dimensioni della propria esistenza.

Chi soffre di “dubbio patologico”, si sente spinto a cercare ossessivamente delle soluzioni ad un’infinità di domande, che tuttavia sono impossibili da trovare.

Perchè sono impossibili da trovare?

Perchè spesso,l’uso della ragione per compiere delle scelte non è sufficiente o, in molti casi, è del tutto inappropriato.

“Amo o non amo il mio partner?” “meglio mettere il vestito blu o quello nero?”
“quale tra le due opportunità lavorative che ho ottenuto è migliore per me?”

Queste domande sono del tutto normali.
Il disagio sorge quando queste domande continuano a ripetersi, senza che venga trovata una risposta definitiva.
È come se, in questi casi, l’uso della ragione venisse esasperato e distorto al punto da rendere incapace il soggetto di prendere alcuna decisione.

Ecco che allora, è necessario fermarsi ed interrogarsi sul processo di cui si è contemporaneamente vittime e carnefici, al di là delle risposte che si vorrebbero trovare.
L’eccessiva focalizzazione sulle mancate soluzioni, infatti, rischia di divenire come “il dito che indica la luna”, spingendo l’individuo in un vortice di incertezza che alla fine lo paralizza -e lo penalizza!

Può allora essere più funzionale interrogarsi su ciò che sta accadendo e sul prezzo che si è costretti a pagare per questo.
L’incapacità di prendere decisioni, infatti, è frustrante per chi ne soffre, al punto da spingerlo, nel tempo, ad avere una sempre peggiore valutazione di sé.

La scarsa autostima, d’altro canto, non può che rendere l’individuo più insicuro ed incerto di fronte alle scelte della vita.

Eppure questo è in contraddizione con ciò che sembrerebbe spingere il soggetto a porsi delle continue domande, alla ricerca di risposte: il bisogno di avere delle certezze.
È possibile, infatti, ipotizzare, che ciò da cui cerca di rifuggire il soggetto, sia l’ansia provocata dalla mancanza di sicurezza che ogni scelta comporta.

In effetti, generalizzando, possiamo affermare che non esistono scelte, nella vita, i cui esiti siano certi in maniera assoluta.
Volerne avere il controllo, seppur non consapevolmente, potrebbe allora essere l’incipit, del tutto da esplorare, alla base del contorto labirinto costruito dai dubbi insolvibili.

L’omicidio di Gloria Rosboch, il linguaggio mediatico ed il concetto di personalità.

RosbochSembra essersi appena ridimensionato l’interesse mediatico intorno al caso dell’omicidio della Professoressa Gloria Rosboch, avvenuto nel mese di Gennaio in un piccolo Comune vicino la Città di Torino.
La vicenda, venuta inizialmente allo scoperto in un programma televisivo che si occupa di persone scomparse, è poi purtroppo giunta alle cronache a causa del ritrovamento del corpo della professoressa, in seguito alla confessione di uno dei due assassini.
I fatti sono tristemente noti: la professoressa, una donna di 49 anni descritta come riservata e, forse, troppo invischiata con la sua famiglia d’origine, intraprende una relazione con un suo ex allievo, Gabriele De Filippi, più giovane di diversi anni, con cui da sempre vive un’affettuosa amicizia.
Il giovane, descritto da tutti come carismatico ed affascinante, è in realtà un truffatore, che la convince a consegnargli un’ingente somma di denaro, con la promessa di un futuro lavorativo ed affettivo insieme.
Scoperta la truffa, la professoressa cerca di riavere indietro i suoi soldi e di avere dal ragazzo delle spiegazioni.
Quest’ultimo, stando alle cronache, ne pianifica quindi l’omicidio con la complicità del suo amante Roberto Obert e, forse, di altri personaggi, tra cui la madre del ragazzo.
Si scopre che il giovane fosse uso ad istaurare relazioni affettive con persone spesso più grandi di lui, su cui, a quanto pare, esercitava un forte ascendente.
É di ieri la notizia che quella della professoressa non fosse la prima truffa messa in piedi dall’assassino.
Una vicenda del genere non può non colpirci, per la triste fine della professoressa e perla freddezza e la crudeltà degli assassini che, dopo averla strangolata, ne gettano il corpo in un pozzo.

Oltre ciò, non può non colpire il linguaggio che i media hanno utilizzato per accompagnare la cronaca dei fatti e per descriverne i protagonisti.
Apparentemente pietosi e discreti nei confronti della vittima, i media ne hanno sottolineato la scarsa avvenenza e, in non poche occasioni, si è fatto cenno alla particolare condizione esistenziale della donna che,a 49 anni, viveva ancora con i suoi anziani genitori, sembra senza particolari velleità, relazioni affettive, nè vita sociale.
Questa condizione, dicono, l’avrebbe resa più vulnerabile alla manipolarietà del giovane omicida, al suo “carisma” ed alla sua “forza di carattere”.
Anche se questo fosse vero, il rischio nel sottolineare le fragilità, vere o presunte, della vittima potrebbe essere quello di responsabilizzarla eccessivamente e, di rimando, di attenuare le colpe dei suoi assassini, in un gioco di contrappesi di ruoli e responsabilità, forse anche in odor di sessismo.
Che la cinquantenne Gloria se la sia quasi cercata, poco avvenente come era, a credere che un ragazzo di poco più di vent’anni potesse davvero voler stare con lei?
Gabriele De Filippi, d’altro canto, viene descritto come un ragazzo “particolarmente carismatico, dal linguaggio forbito, molto gentile ed educato”.
I media lo presentano come dotato di una “personalità forte”, perchè capace di manipolare le sue vittime, di sedurle ed usarle a proprio piacimento.
Ma quando è che una personalità può essere definita “forte”?

La personalità: alcune considerazioni.

Secondo Karl Jaspers, “nessun concetto viene impiegato con significati tanto diversi e variabili come quello di personalità o carattere.”
La personalità, la cui etimologia ci riporta al latino “persona” , che significa maschera, può essere definita come una modalità strutturata di pensieri, affetti, comportamenti e motivazioni, caratterizzanti l’individuo e risultanti da fattori temperamentali, ma anche dallo sviluppo e dal contesto socio-culturale.
La personalità non è statica, bensì dinamica e cioè in continua evoluzione, pur presentando dei pattern relativamente stabili.
Lo stile di personalità è un insieme di tratti che, quando sono troppo rigidi, divengono disadattivi, andando a sfociare in un disturbo di personalità: il funzionamento lavorativo, affettivo ed esistenziale dell’individuo è compromesso.
L’ottica è quella di un continuum tra adattamento dell’individuo e disturbo.
Genetica ed esperienza interagiscono quindi nella creazione di uno stile di personalità, che è influenzato dalle esperienze più precoci e da quelle dell’intero ciclo vitale.
Ogni stile di personalità è unico e, nelle modalità descrittive offerte dalla letteratura scientifica, non c’è spazio per giudizi di “forza” e “debolezza”.
Forse, il concetto apparentemente più simile a quello di “forza”, può essere identificato in quello di resilienza, sebbene vi siano delle differenze qualitative sostanziali.
La resilienza, in ingegneria, indica la capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi e in psicologia sottointende la capacità di fronteggiare in maniera adattiva gli eventi stressanti.
Gli individui resilienti possono riuscire non solo ad affrontare eventi e situazioni particolarmente difficili, ma anche ad uscirne in qualche maniera rafforzati, con maggiori risorse e maggior fiducia in se stessi.

Tornando ai protagonisti di questa vicenda, ecco che allora una personalità manipolatoria ed incapace di essere empatica, al punto da organizzare e portare a termine un omicidio, sembra essere tutto, fuorchè resiliente.
Gabriele De Filippi è un omicida, un truffatore con una personalità evidentemente disturbata e, quindi, contrariamente al modo in cui viene descritto, una persona “fragile”, sempre ammesso e non concesso che abbia un senso valutare le persone in questo modo.
Anche se non è possibile sbilanciarsi in una diagnosi senza una valutazione diagnostica diretta ed accurata, Gabriele De Filippi sembrerebbe piuttosto richiamare gli assetti di personalità narcisistico ed antisociale.
Senza entrare in questa sede in ulteriori approfondimenti, ciò che è importante sottolineare è che, in entrambi gli stili/disturbi, la capacità relazionale, quindi la dimensione interpersonale è deficitaria, se non che assente.
La tendenza a sfruttare gli altri, a mentire e ad assumere atteggiamenti che suscitino negli altri fascinazione, al fine di raggiungere i propri scopi, sono in realtà sintomatiche di una estrema inadeguatezza relazionale che in questi soggetti, in una modalità assolutamente disadattiva, si traduce nella manipolazione dell’altro da sè.
È quindi interessante interrogarsi sui contenuti simbolici veicolati da una certa tipologia di linguaggio e narrazione mediatica.
Qual è l’ideale di Individuo che viene rappresentato e quale cultura l’ha determinato?
In una società il cui perno è rappresentato dall’individualismo e dalla ricerca del piacere personale, come obiettivi e forse strumenti di condizionamento collettivo, non deve sorprendere che il bisogno dell’altro venga erroneamente rappresentato come una “debolezza”.
L’essere umano, tuttavia, fonda sulla dipendenza la propria sopravvivenza ed è, per definizione, un animale sociale che funziona ed evolve sotto la spinta del bisogno di relazione con l’Altro.
Ecco che quindi certe modalità espressive non possono essere considerate casuali, ma sono forse frutto di una visione alterata e distorta dell’umanità, che non rende giustizia alle vittime di certe vicende, come anche alla natura umana.

“Primo colloquio gratuito!”: siamo sicuri che sia davvero conveniente?

Alcuni anni fa avevo iniziato una collaborazione con un poliambulatorio medico, in cui la prassi vigente era che la segreteria filtrasse i contatti tra i pazienti e le figure sanitarie presenti.

Quando richiesi, quindi, che ciò nel mio caso non avvenisse, ci volle un po’ di tempo affinchè il responsabile del poliambulatorio comprendesse che -per la mia professionalità-fosse necessario che tutti gli elementi della relazione terapeutica venissero gestiti da me, in prima persona.

Il motivo è che la relazione terapeutica ha inizio, in realtà, fin da quando Paziente e Terapeuta conoscono l’uno il nome dell’altro.
Normalmente è il paziente che viene a conoscenza per primo del nome dello psicoterapeuta, raccogliendo su di lui informazioni di vario tipo, attraverso il passaparola o con l’ausilio di internet; queste informazioni contribuiranno alla formazione di una preliminare immagine del professionista.

Se è vero quindi, che la relazione tra paziente e terapeuta inizia precedentemente al primo colloquio, non possiamo ritenere che il primo colloquio rappresenti “un mondo a parte” rispetto agli incontri successivi, dove esiste un assetto ragionato, con limiti e regole, in cui rientra anche il costo dei singoli colloqui.

Ecco che allora, tanto l’offerta quanto la richiesta del primo colloquio gratuito, non sono elementi privi di significato.

Personalmente ho sperimentato per alcuni mesi questa modalità, per cercare di capire se fosse utile a me -per lavorare meglio- e ai pazienti – per accedere più facilmente alla psicoterapia.

La gratuità del primo colloquio sembrerebbe infatti incoraggiare, almeno all’apparenza, il contatto tra pazienti e terapeuti, ancor più in un contesto come quello italiano, in cui la cultura psicologica non è ancora sufficientemente compresa.

Tuttavia il primo colloquio è parte integrante dell’intero percorso psicoterapeutico; ed anzi, rappresenta un momento particolarmente importante.

Il primo colloquio è utile a comprendere la richiesta del paziente, l’utilità o meno di una psicoterapia e l’opportunità che questa venga intrapresa proprio con quello psicoterapeuta e non con un altro.
Il primo colloquio, quindi, è un momento molto complesso e ricco di informazioni.
Il paziente racconta le ragioni che lo hanno spinto a rivolgersi ad uno psicoterapeuta e ciò che spera di ottenere; lo psicoterapeuta cerca di comprendere i bisogni della persona che si trova davanti e di capire se possiede gli strumenti per sostenerla e quale potrebbe essere il percorso migliore per lui.

E allora, in tutto questo, quali possono essere le implicazioni del colloquio gratuito?

La gratuità del primo colloquio è una comunicazione che lo psicoterapeuta manda al paziente: in cui quindi, il professionista “manipola” la dimensione dell’investimento economico che il paziente dovrà necessariamente operare.
È infatti un criterio comunemente accettato nella nostra cultura che le prestazioni professionali vengano retribuite.
Quindi, mentre nel momento in cui lo psicoterapeuta chiede di essere pagato, semplicemente corrisponde a questo criterio condiviso, la gratuità modifica questo assetto scontato, inserendo quindi degli impliciti, che inevitabilmente verranno interpretati dal paziente.

Il paziente potrebbe,per esempio, sentirsi “grato” verso il terapeuta; oppure, potrebbe pensare che lo psicoterapeuta stia cercando di “sedurlo” con la gratuità.
O ancora, potrebbe pensare che il terapeuta non abbia una buona immagine di sè, tanto da “svendersi”.
In qualche modo, insomma, lo psicoterapeuta introduce con la gratuità una comunicazione su di sè che può essere soggetta a diverse interpretazioni; in un momento in cui è ancora assente una solida alleanza terapeutica.

Sala da ballo: due danzatori sono in procinto di iniziare un Valzer. Si guardano, non si conoscono, cercano di capire se sarà bello ballare insieme. Se sarà possibile trovare una sintonia, diventare un solo corpo fatto di due identità.
Ma cosa succede se chi conduce, scalpitante ed ansioso, prima ancora che inizi la musica, prima ancora che si trovi l’abbraccio giusto, scelga di fare il primo passo?

Il rischio sembra essere quello di pregiudicare le evoluzioni successive del percorso terapeutico.

E quando è il paziente a richiedere il primo colloquio gratuito, o a cercare uno psicoterapeuta che lo offra?
In maniera del tutto speculare, andando oltre gli aspetti concreti che possano spingerlo a fare questa richiesta, è possibile che il paziente stia inviando una comunicazione di rilievo, non tanto su ciò che pensa del colloquio psicoterapeutico o dello psicoterapeuta; quanto sull’investimento emotivo che sente di potersi permettere. Sul valore che dà alla cura di sè ed allo spazio che ha deciso di concedersi.
Ecco che allora, il primo colloquio a pagamento, rappresenta l’opportunità di poter dare, senza ambivalenze di sorta, il giusto valore ad un percorso che spesso, quando vissuto con coraggio, genera un solido rinnovamento nella nostra vita.

Sui Costi della Psicoterapia

Alcune sere fa, mentre facevo delle ricerche su internet, sono capitata su "Yahoo Answers" -per chi non lo sapesse, si tratta di una sezione di Yahoo, dove è possibile fare qualunque tipo di domanda e ricevere risposte in merito, più o meno plausibili.

La psicoterapia è uno dei tantissimi argomenti presenti: gli utenti cercano di capire in che cosa consista la psicoterapia, quale  tipo di psicoterapia scegliere, quali ne siano i costi, quale dovrebbe esserne la durata e tanto altro ancora.

Sembra che il costo della psicoterapia rappresenti una delle principali ragioni alla base della decisione di molte persone di non rivolgersi ad uno specialista ed è innegabile che, considerando l'attuale momento storico, si tratti di una motivazione indiscutibile.

Motivazione che i pazienti portano frequentemente anche all'interno dello studio di psicoterapia.

A volte, un singolo incontro -o pochi incontri -possono essere risolutivi -in senso più ampio, "terapeutici" -rispetto a questioni o problematiche specifiche portate dal paziente.

Tuttavia, normalmente, la psicoterapia è costituita da un "ciclo" di colloqui: un percorso che può svolgersi da alcuni incontri fino a qualche anno – in base all'orientamento teorico dello psicoterapeuta e dalla domanda di intervento posta dal paziente.

Ecco che allora, il focus sui costi, dal punto di vista del paziente, sarà orientato non tanto al singolo incontro, quanto all'onorario corrisposto per il ciclo di incontri previsto o, nelle psicoterapie più lunghe, mensilmente.

L'atteggiamento dei pazienti di fronte alla dimensione economica del rapporto psicoterapeutico viene insomma, influenzato da condizioni oggettive; è però anche vero che un ruolo determinante è assunto dal proprio atteggiamento verso il denaro e dai significati che questo sottende da un punto di vista relazionale.

Un aspetto non esclude l'altro: anche quando sono presenti delle difficoltà di natura economica, il pagamento delle sedute non perde la dimensione simbolica che avrebbe se queste non fossero presenti.

 

Ogni paziente, arriva quindi allo studio con un bagaglio di informazioni più o meno approssimative, domande, aspettative, fantasie ed esigenze concrete, che è compito dello psicoterapeuta accogliere e che è importante discutere insieme.

Questo è uno dei motivi per cui molti psicoterapeuti con un proprio sito internet, scelgono di non esplicitare le tariffe scelte ed invitano a parlarne di persona.

Per orientarsi, i pazienti possono fare comunque riferimento al Tariffario dell'Ordine degli Psicologi, all'interno del quale sono esplicitate le singole prestazioni professionali e gli onorari corrispondenti.

Con il libero mercato, il tariffario degli psicologi non rappresenta più un vincolo a cui i professionisti debbano necessariamente attenersi; tuttavia, gli psicologi  e gli psicoterapeuti fanno normalmente riferimento ad esso, scegliendo tariffe che saranno frutto di una serie di considerazioni: sulla propria esperienza professionale, sul tipo lavoro che si offre, sulla durata del trattamento che si presuppone possa profilarsi in rapporto al proprio orientamento teorico, sulle spese che è necessario sostenere per offrire il servizio.

D'altro canto gli psicoterapeuti possono scegliere, qualora lo ritengano opportuno, di modulare le proprie tariffe in base alle richieste del paziente ed alle condizioni che lo caratterizzano, giungendo insieme alla definizione di un onorario che sia "giusto" per entrambi.

Che significa un onorario "giusto" per entrambi?

Significa che entrambe le parti dovranno essere soddisfatte dell'accordo raggiunto; accordo che, pur essendo frutto di un "compromesso" nel senso più virtuoso del termine, non potrà rappresentare un fattore lesivo per nessuno.

Una persona che decide di intraprendere un percorso di psicoterapia, investe sia in termini emotivi che economici su se stesso, su "l'altro" e sulla propria psicoterapia: aspettarsi la gratuità o l'estrema economicità del lavoro, prima ancora di essere un'esigenza concreta, potrebbe raccontare molto della motivazione del paziente a spendersi sul campo della psicoterapia.

E allora , forse, la domanda da porsi potrebbe essere: a chi lede un paziente che cerca di "non spendersi" nel suo percorso di psicoterapia? Non lede, forse, primariamente a se stesso?

La motivazione di ciascun individuo deve quindi fare i conti con il piano di realtà; ma ciascun individuo deve fare anche i conti, parallelamente, con la propria motivazione.

 

Polizze Assicurative di Enti Professionali

Il piano concreto esiste, ad ogni modo.

Spostandoci quindi su di esso, un aspetto interessante è rappresentato dalle polizze assicurative che possono coprire le spese sanitarie, tra cui è possibile siano presenti anche quelle relative alla psicoterapia.

Nel momento in cui il futuro paziente è in procinto di iniziare un percorso psicoterapeutico, sarebbe opportuno che raccogliesse informazioni sulle eventuali coperture offerte dal proprio ente di appartenenza professionale.

Sul sito di Federico Zanon, Vice presidente dell'ENPAP (ente previdenziale per gli psicologi)

si legge che vi sono alcune categorie professionali per le quali la psicoterapia è parzialmente rimborsabile:

"Giornalisti iscritti alla cassa previdenziale INPGI, che abbiano stipulato la polizza integrativa CASAGIT. Dipendenti della Banca d’Italia attraverso la CASPIE (Cassa di Assistenza Sanitaria tra il Personale dell’Istituto di Emissione). Dipendenti del Gruppo ENEL, attraverso il FISDE (Fondo Integrativo Sanitario Dipendenti ENEL) Dipendenti Telecom, attraverso ASSILT (Associazione per assistenza sanitaria integrativa delle aziende gruppo Telecom): si conferma un’ottima polizza, che copre nel dettaglio i testi di livello e di personalità, la psicoterapia fino a 35,00 Euro/seduta per 80 sedute l’anno, a cui si aggiunge la copertura per il trattamento residenziale delle dipendenze."

See more at: http://www.federicozanon.eu/chi-rimborsa-la-psicoterapia2/#sthash.6a2KmKGW.dpuf

Inoltre, compagnie assicurative come Unipol ed Allianz, offrono una copertura rispetto alle spese per la psicoterapia; tuttavia, ciò è possibile solo se sono presenti alcune condizioni specifiche e resta comunque necessario fare delle valutazioni preventive per capire se la stipula della polizza sia realmente conveniente.

Anche senza polizze assicurative che supportino le spese del pecorso psicoterapeutico, è importante sapere che, essendo la psicoterapia una prestazione sanitaria, queste sono fiscalmente detraibili.

Come si legge sul sito dell'Agenzia delle Entrate, infatti,

"le prestazioni sanitarie rese da psicologi e psicoterapeuti per finalità terapeutiche sono ammesse in detrazione anche senza una specifica prescrizione medica, a condizione che dal documento attestante la spesa risulti la figura professionale e la descrizione della prestazione sanitaria resa. "

 

http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/portal/entrate/test/domande_risposte/agevolazioni/spese%20sanitarie/!

In generale," sono detraibili come spese mediche specialistiche tutte le spese sostenute per prestazioni sanitarie, sia psicoterapeutiche sia di altra natura, purché rese da un iscritto all’Albo degli Psicologi, dotato di specializzazione post-lauream in Psicoterapia o in altra disciplina. In aggiunta a ciò, tra le spese mediche generiche sono detraibili tutte le spese sostenute da un contribuente a fronte di una prestazione resa da uno psicologo regolarmente iscritto all’Albo. "

http://ordinepsicologi-liguria.it/gli-strumenti/aspetti-fiscali/faq-fiscali/87-detraibilita-e-deducibilita-delle-prestazioni-rese-da-psicologi.html.

La psicoterapia, insomma, ha un costo.

Tuttavia, i benefici che se ne possono trarre, in termini di maggior benessere personale, maggiore capacità di autoaffermazione e di relazionarsi agli altri, sono molto più economici del prezzo da pagare quando non ci si occupa di se stessi.

Il Punto di Vista dello Psicoterapeuta

Per comprendere la questione dei costi della psicoterapia, può essere utile cercare di assumere "il punto di vista" dello psicoterapeuta.

Uno psicologo psicoterapeuta, per essere tale, avrà studiato almeno 10 anni, sostenendo prima i costi dell'università e poi quelli della specializzazione post-universitaria, che, quando non è pubblica, è a pagamento e che non prevede una retribuzione per i tirocini effettuati.

In base all'orientamento teorico prescelto -ma in una buona parte dei casi- lo psicoterapeuta si sarà inoltre sottoposto egli stesso alla psicoterapia e ne avrà quindi sostenuto i costi.

Inoltre, uno psicoterapeuta, per esercitare la sua professione come libero professionista, deve possedere una Partita Iva, sostenendo pertanto con gli onorari percepiti le spese ad essa relative; egli poi, per ricevere i propri pazienti, dovrà presumibilmente avere un proprio studio privato, del quale dovrà quindi sostenere l'affitto.

Infine, è importante comprendere il fatto che il lavoro dello psicoterapeuta non si limita ai 50 minuti in cui incontra il paziente, ma prevede un lavoro di elaborazione delle singole sedute, aggiornamenti e periodici incontri di supervisione con un altro/altri terapeuti più esperti che, nella tutela della privacy dei singoli pazienti, rappresenteranno un importante elemento di confronto e di verifica dell'andamento della psicoterapia.

Se quindi, da un lato, è comprensibile che possa essere più o meno oneroso, per i pazienti, sostenere mensilmente i costi della psicoterapia, è altrettanto comprensibile il fatto che il singolo psicoterapeuta, deve essere messo nelle condizioni di sostenere l'ingranaggio che costituisce lo scheletro della propria professione.

Ciò che sarebbe auspicabile, considerando quanto sia elevata la domanda di intervento psicologico da parte della popolazione e quanto il Sistema Sanitario Nazionale (che fornisce il servizio di psicoterapia) non sia sufficientemente adeguato per accoglierla (non in termini di qualità del servizio offerto, ma di accessibilità allo stesso, quanto meno nelle grandi città) è che, di pari passo con una maggiore apertura di natura culturale, si delineassero ed ampliassero delle prassi di sostegno e sostenibilità sia per i clienti che per gli specialisti libero professionisti, in modo da favorire l'incontro tra domanda ed offerta.

 

 

 

 

 

Battere la crisi in 10 mosse

 

In questo periodo i telegiornali  sembrano annunciare l’inizio di una timida ripresa economica ed occupazionale del nostro Paese. 

Anche se questo non può che infonderci qualche speranza, nel nostro quotidiano i segnali di questa ripresa stentano a farsi riconoscere. 

E così, mentre molti giovani (e meno giovani) continuano ad emigrare in cerca di condizioni migliori, chi rimane qui, che sia per scelta o meno, è costretto a misurarsi tutti i giorni con lavori precari, disoccupazione, scarsità dei servizi, bollette da pagare, rincari dei costi, talk show urlati che ci lasciano storditi e delusi.  

Difficile, in questa situazione, non sentirsi disorientati, confusi e spaventati.  

E così, il rischio è che in testa, giorno dopo giorno, si affollino dubbi e  preoccupazioni, che si perda progressivamente la speranza per il proprio futuro e per quello dei propri cari ed anche la fiducia in se stessi, negli altri, nelle Istituzioni. 

Tutto questo, si traduce di fatto in una peggiore qualità di vita, dove, accanto alle difficoltà concrete, possono presentarsi stati di ansia, angoscia, umore depresso e problemi relazionali. 

 

Sembra impossibile, in tutto questo, riuscire a trovare qualcosa di positivo, o qualcosa che possa aiutarci a non lasciarci invadere dai pensieri negativi. 

Ma è davvero così? O è possibile, invece, fare qualcosa per gestire al meglio la situazione? 

In psicologia esistono due concetti, che sono denominati “Coping” e “Resilienza”. 

Se la capacità di coping rappresenta l’abilità dell’individuo di adattarsi ad uno stress, superando le difficoltà che esso provoca, la resilienza rappresenta invece non solo l’abilità di adattamento allo stress e quindi la capacità di resistenza, ma anche quella di saper prendere il meglio dalla situazione, trasformando gli ostacoli in occasioni di trasformazione positiva, “nonostante tutto”. 

La capacità di un individuo di essere resiliente dipende da molti fattori, attuali e pregressidi natura personale, familiare e sociale, che si intersecano in maniera complessa e non facilmente decifrabile. 

Ma ciò che è importante è che si tratti di un processo, che quindiin quanto tale, può essere in qualche maniera condizionato e, quindi, facilitato. 

 

Come si fa, quindi, a promuovere la propria capacità di resilienza? 

Un aiuto specialistico è sempre auspicabile, in quanto qualunque fenomeno di natura psicologica, per essere compreso ed in qualche maniera “modificato”, necessita di figure competenti che abbiano i giusti strumenti per farlo. 

Tuttavia questo non sempre è possibile, e allora ciò che si può fare è tentare di individuare delle “strategie” che possano aiutarci a gestire meglio questo periodo così difficile. 

E allora, eccone alcune che vi proponiamo noi, sperando che possano esservi utili. 

 
  1. Cercare di coltivare i propri interessi:  spesso, presi dai nostri problemi, quasi ci sembra di non poterci concedere neppure un minuto per noi e per le cose che ci piacciono. Come se, per farlo, dovessimo prima risolvere i nostri problemi e poi tutto il resto. 

Dare la priorità alle cose più importanti è naturale; tuttavia, concederci un po’ di tempo libero da dedicare a ciò che ci piace, è un modo per prenderci cura di noi e per dirci che noi ed i nostri problemi NON siamo la stessa cosa. 

  1. Imparare cose nuove: cerchiamo di dare alla nostra mente la possibilità di posarsi su nuovi stimoli che ci allietino e che conducano i nostri pensieri in direzioni diverse dal solito. 

  1. Porsi dei piccoli o medi obiettivi da raggiungere: sappiamo bene quali sono i nostri grandi obiettivi. Per esempio, comprarci finalmente una casa nuova, trovare un lavoro o una relazione stabile. 

 

Tuttavia, ottenerli non è facile e spesso non è nemmeno dipendente da noi: tuttavia può sorgere nella nostra mente l’idea errata di non essere in grado di raggiungere alcun obiettivo.  Provare a concentrarsi su piccoli obiettivi che siano di nostro interesse, può aiutare a sperimentarci come persone che possono raggiungere degli obiettivi ragionevoli in tempi ragionevoli. Ciò ci consentirà di non sperimentare più soltanto il senso di impotenza, ma anche quello di efficacia. 

 
  1. Evitare di isolarsia volte, quando il nostro umore è depresso, può capitare di non aver voglia di incontrare nessuno. Eppure, anche la rete sociale rappresenta uno dei fattori in grado di promuovere la capacità di resilienza. Certamente ciò non significa che la capacità o il desiderio di rimanere soli non siano una risorsa; Solo, occorre tentare di evitare che la solitudine divenga la nostra unica alternativa. 

  1. Soffermarsi sulle proprie risorse e non solo sui propri limiti: quando le cose vanno male, non c’è niente di più facile che concentrarsi sui propri difetti. Un utile “esercizio” sarà allora quello di provare a porre la nostra attenzione sulle nostre risorse.  

  1. Trasformare le “colpe” in “responsabilità”:  se non siamo soddisfatti della nostra vita, è possibile che il nostro pensiero sia polarizzato sulle nostre colpe, oppure su quelle degli altri; facendoci sentire nel primo caso fallimentari e colpevoli, nel secondo vittime ed impotenti. 

La colpa, tuttavia, è un’attribuzione giudicante, che in fondo ci dice che quando ci siamo presi le nostre responsabilità, abbiamo sbagliato e forse sarebbe stato meglio che non l’avessimo mai fatto. Sospendere il giudizio può aiutarci a guardare alle nostre azioni in maniera più oggettiva, a prescindere dalle conseguenze che esse hanno generato. 

 
  1. Avere un “locus of control” interno: stimolare una visione della vita in cui non sia “il caso” o “la fortuna” a determinare gli eventi che ci capitano, ma che con le nostre capacità e la nostra volontà sia possibile agire sulla propria vita.  

  1.  Ricordarsi del bionomio “mente-corpo”: anche se nei momenti difficili può capitare di trascurarsi un po’, sarebbe utile, invece prendersi cura anche del proprio corpo: il movimento fisico, una sana alimentazione, le giuste ore di sonno, lo stare all’aria aperta, possono aiutare anche il proprio benessere psicologico. 

  1. Trovare le parole: se non ci sentiamo bene, può essere utile poterlo raccontare a chi ci vuole bene. 

Il nostro partner, i nostri genitori, un caro amico: loro saranno contenti di essere stati scelti come confidenti.  

  1. Scrivere: quando parlare con qualcuno non ci è possibile o anche quando invece lo è, potrebbe essere utile, se ci piace e ci va, scrivere. Narrare ciò che ci accade e ciò che proviamo, ci aiuta ad elaborarlo e, in qualche misura, a prenderne le giuste distanze. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Sonno e i Disturbi del sonno

Il Sonno può essere definito come quella condizione dell’organismo in cui è presente un “diverso” stato di coscienza rispetto alla veglia, una minore reattività agli stimoli ambientali e l’assenza di attività relazionale.

Si compone di fasi differenti, in cui possiamo distinguere due tipologie principali: il sonno REM e quello NON-REM, che si ripetono ciclicamente.

La fase NON-REM è caratterizzata da un sonno profondo e da parametri fisiologici (per esempio il ritmo e la profondità della respirazione, il battito cardiaco etc.) che denotano uno stato di rallentamento delle funzioni fisiologiche.

Nella fase REM, invece, l’attività cerebrale è più simile allo stato di veglia, i movimenti oculari sono rapidi e, al contempo, è presente la perdita del tono muscolare: è in questa fase che vengono prodotti i sogni.

La qualità del sonno è legata all’andamento della fase REM e di alcune sottofasi del sonno NON-REM.

I “disturbi del sonno” sono molto diffusi nella popolazione ed è difficile che vi siano individui che, magari in momenti particolari della propria esistenza, non abbiano sperimentato difficoltà in questo senso: da quelle nell’addormentamento, ai risvegli continui, fino al risveglio precoce nelle prime ore della mattina.

In realtà non sempre le difficoltà percepite dai singoli individui sono riconducibili ad un vero e proprio “disturbo del sonno”.

Cosa significa quindi “Disturbo del sonno” e quali ne sono le caratteristiche?

Spesso si tende ad identificare i Disturbi del sonno con l’Insonnia, mentre quest’ultima ne è solo una delle diverse tipologie.

I disturbi del sonno vanno distinti in Primari, Correlati ad altro Disturbo Mentale, dovuti ad una Condizione Medica generale o Indotti da sostanze.

Questi disturbi sono tali da compromettere le funzioni necessarie a svolgere le attività quotidiane.

I Disturbi Primari sono quelli che dipendono da anomalie endogene nella generazione e regolazione del ritmo sonno-veglia. Essi possono essere divisi in Dissonnie e Parasonnie.

Le Dissonnie, sono quei disturbi legati all’inizio del sonno e/o al mantenimento dello stesso, in cui qualità/quantità del sonno sono alterate, o in cui c’è un eccesso di sonnolenza.

Quindi Insonnia, Ipersonnia, Narcolessia, Sindrome delle gambe senza riposo, Disturbo del sonno correlato al respiro, Disturbo del ritmo circadiano del sonno e Dissonnia n.a.s. (non altrimenti specificata).

Le Dissonnie si differenziano dalle Parasonnie, perché queste ultime sono caratterizzate da comportamenti anomali/eventi fisiologici che si manifestano durante il sonno, non legati ad una alterazione del ritmo sonno-veglia: Disturbo da incubi, Disturbo da terrore nel sonno, Disturbo da sonnambulismo e Parasonnia n.a.s.

Come si vede, quindi, i disturbi del sonno sono molteplici e caratterizzati da fattori causali e processi differenti.

Parlare di “insonnia” può quindi in molti casi essere riduttivo, o semplicemente scorretto.

Perché è importante fare questa considerazione?

Non è infrequente che, di fronte a persistenti difficoltà legate al sonno, le persone si rechino dal proprio medico di base, chiedendo di poter assumere farmaci ipnoinducenti, la cui assunzione è certamente funzionale alla gestione del sintomo.

I Disturbi del sonno, tuttavia, possono rappresentare una patologia in sè, oppure essere il sintomo di un disagio di altra natura.

L’insonnia può essere “transitoria”, quando legata ad eventi particolari, che provochino delle emozioni intense (ad esempio prima di un esame importante, di una visita medica, di un incontro molto desiderato etc); oppure quando ci siano condizioni fisiche (un’influenza) o ambientali (un luogo rumoroso) che possano provocarla.

Si tratta di un tipo di insonnia che potremmo definire “fisiologica” e che tenderà ad esaurirsi in seguito alla cessazione dello stimolo.

L’insonnia “a breve termine” è invece quella che può perdurare anche alcune settimane e che consegue ad eventi particolarmente difficili, che possono interessare il paziente (ad esempio un lutto, o la scoperta di una malattia).

Anche questo tipo di insonnia tenderà poi ad esaurirsi, con il progressivo adattamento del soggetto alle nuove condizioni. Tuttavia, nei casi più gravi, essa può prolungarsi nel tempo, tanto da rendere necessario rivolgersi ad uno specialista.

L’insonnia “cronica” è talmente persistente, da divenire un disturbo che quasi “caratterizza” il soggetto che ne soffre. Questo “stigma”, paradossalmente, può essere alla radice di una mancata indagine relativa al disturbo, che quindi pervade l’esistenza del paziente, condizionandone la stabilità emotiva, le capacità produttive, l’efficienza, ed in generale il benessere psicofisico.

L’insonnia cronica può essere considerata come un vero e proprio Disturbo del sonno:

Può quindi coincidere con l’Insonnia primaria , in cui il vissuto presente è quello di una difficoltà ad iniziare o mantenere il sonno, per almeno un mese, e che è causa di affaticamento e menomazione del funzionamento sociale, lavorativo e di altre aree importanti.

Oppure può coincidere con altre forme di Insonnia, come per esempio quella Correlata ad altri Disturbi Mentali: in questo caso l’insonnia –che eppure è al centro delle preoccupazioni del paziente- è, in realtà, secondaria rispetto ad altri disturbi quali quelli dell’Umore e quelli d’Ansia, che invece il soggetto non riesce a discriminare.

Di fronte ad un disturbo del sonno, è necessario quindi compiere degli approfondimenti, per capire se questo possa essere di natura endogena, oppure legato ad altri fattori, quali una particolare condizione medica; l’assunzione di sostanze; un disagio di natura psicopatologica.

Sarà quindi sicuramente importante rivolgersi al proprio medico di base, ma non tanto per risolvere nel breve periodo il sintomo attraverso l’uso di un farmaco, quanto per impostare un programma di approfondimento della problematica, che coinvolga in primo luogo la dimensione fisica, e poi quella psicologica.

Rispetto a questo ultimo punto, sarà allora importante, qualora se ne ravvedano le motivazioni, richiedere il consulto di uno specialista del settore.

La dipendenza affettiva

dipendenza-affettivaAmare qualcuno, gestire una relazione che sia duratura ed appagante, potrebbe sembrare la cosa più naturale e semplice del mondo.

Eppure ciascuno di noi sa quanto possa essere complicato avere qualcuno accanto.

L’amore è un bisogno condiviso da tutti gli esseri umani e, al contempo, una capacità non sempre adeguatamente sviluppata.

In una società come quella attuale, in cui le istituzioni relazionali si mostrano estremamente precarie, i legami affettivi che ne emergono possono essere fragili e conflittuali, entrando in risonanza con le caratteristiche di personalità dei singoli individui.

Le esperienze vissute, in primo luogo durante l’infanzia e l’adolescenza, ed il contesto di appartenenza, contribuiscono a creare il personale modo di amare di ciascun individuo, che non sempre conduce ad un’esistenza soddisfacente.

Ogni relazione deve essere gestita non soltanto rispetto all’altro, ma anche rispetto a se stessi.

Il modo di percepirsi, di relazionarsi, di stare al mondo, assumono un nuovo assetto, quando alla propria identità si affianca quella di un’altra persona.

In alcuni casi, questi cambiamenti possono avere una valenza negativa, in cui la percezione di se stessi e la propria identità vengono compromesse dallo “stare in relazione”.

E questa compromissione, foriera di sofferenza, rappresenta l’essenza nutritiva stessa del rapporto.

È proprio in questi casi, che è possibile parlare di Dipendenza Affettiva.

La sofferenza in una relazione affettiva non è necessariamente un indice di dipendenza.

Può anche trattarsi di un vissuto fisiologico e temporaneo presente in relazioni funzionali, dove, per motivi variabili ed indipendenti dal soggetto, i suoi sentimenti vengano frustrati.

Diversamente, all’interno di relazioni disfunzionali, è possibile che uno o entrambi i membri della coppia costruiscano un equilibrio relazionale fondato sul malessere e da questo alimentato.

Malessere quindi, sofferenza e frustrazione, vissuti in una condizione stabile, omeostatica.

A volte, pur nell’equilibrio di una relazione che –evidentemente- si mantiene a due, è uno dei due membri a manifestare dipendenza nei confronti dell’altro; altre volte, invece, la dipendenza è reciproca.

In questo secondo caso, sembra più opportuno parlare di co-dipendenza.

 

Come capire se la propria relazione sia fondata su una dipendenza di tipo affettivo?

I segnali che possono aiutarci a comprendere lo stato di salute delle nostra vita affettiva, ci richiamano alcuni sintomi tipici di altre tipologie di dipendenza.

Una caratteristica delle coppie fondate sulla dipendenza è infatti la tendenza ad annullare progressivamente i propri spazi personali a vantaggio del tempo trascorso in coppia.

Vecchie e nuove amicizie, famiglia, hobbies, vengono sacrificati in nome di un rapporto totalizzante, pretendendo che il partner, per dimostrare il suo amore, faccia altrettanto.

L’altro rappresenta in sostanza l’unica fonte di benessere possibile.

Altro importante indicatore, è la difficoltà del soggetto dipendente a controllare il proprio comportamento, come se in determinati momenti, egli non fosse in grado di conservare una certa capacità critica di fronte ai propri impulsi ed alle proprie reazioni, come a quelle dell’altro.

Ed ecco che allora i comportamenti del partner possono venire interpretati in maniera distorta, generando delle reazioni spropositate ed inadeguate.

Nella relazione, il soggetto annulla i propri bisogni, e concentra tutti i propri sforzi e le proprie energie intorno al proprio partner.

L’ipotesi della fine della relazione viene vissuta con terrore e, di fronte al rischio dell’abbandono, seguono reazioni di disorganizzazione, dissociazione e panico; viene quindi fatto di tutto per poterla salvaguardare, anche se la stessa manca di condizioni soddisfacenti.

Il dipendente non riesce ad attuare un’equa distribuzione delle responsabilità all’interno della coppia e si percepisce quindi come l’unico colpevole rispetto alle difficoltà presenti.

 

Quali possono essere le motivazioni sottostanti a questa modalità relazionale?

Le motivazioni alla base di questo pattern di relazione possono essere molteplici, ma è molto probabile le esperienze vissute durante l’infanzia assumano un ruolo centrale.

Così, è possibile che queste persone, durante l’infanzia, abbiano sperimentato un vissuto di insicurezza rispetto alla capacità delle figure di riferimento di prendersi cura di loro, a causa di mancanze effettive, o comunque percepite dal bambino come tali.

È anche possibile che queste persone siano state vittime di abusi o maltrattamenti, o che non abbiano visto i propri bisogni affettivi soddisfatti.

Nella relazione di coppia, queste persone tenderanno, allora, a riprodurre le condizioni sperimentate in passato, nel disperato tentativo di poterlo finalmente correggere e poter ottenere quella sicurezza o quell’affetto mai sperimentato.

Per farlo, arriveranno ad annullarsi, divenendo il membro bisognoso e richiedente della coppia, o piuttosto affiancandosi ad un partner disfunzionale, affetto da dipendenze quali l’alcolismo, la dipendenza da sostanze o altre forme, strutturando un pattern relazionale di Co-dipendenza.

In tal modo, il partner sarà il “paziente designato” della coppia e la presenza del co-dipendente sarà funzionale al mantenimento dello stato patologico.

Anche il co-dipendente, come il dipendente affettivo, tende a disconoscere i propri bisogni ed a focalizzarsi sui quelli del partner, facendolo tuttavia in maniera differente: e cioè esercitando sull’altro un controllo ed assumendo su di sé le funzioni psichiche dell’altro.

Si viene a strutturare una sorta di fenomeno di “parassitismo” psichico-relazionale in cui i confini tra sé e l’altro tendono progressivamente a perdersi.

Sia nel caso della dipendenza affettiva, dove il partner è almeno apparentemente non problematico, che nella co-dipendenza, dove è necessaria la presenza di un partner disfunzionale, non è facile riconoscere il limite tra quelle che potrebbero essere le caratteristiche ed i limiti di una coppia normale, ed un assetto relazionale patologico.

Per questo motivo l’intervento di uno psicoterapeuta, magari inizialmente cercato per tentare di risolvere un malessere diffuso, può essere in primo luogo funzionale a far sì che il paziente prenda atto della presenza della problematica esistente, per poi strutturare un intervento centrato proprio sulla possibilità di poter creare delle relazioni affettive funzionali, dove la presenza dell’Altro nella propria vita non debba necessariamente comportare la perdita di se stessi.

 

Buoni propositi e cambiamento

L’estate è finita e molti stanno ancora tentando di riadattarsi alla vita di tutti i giorni, quando ecco che si riaffacciano alla mente –puntuali come sempre- i buoni propositi.

L’ autunno è tempo di bilanci e nuovi progetti, ed il necessario cambiamento dei ritmi quotidiani obbliga, ed allo stesso tempo favorisce, la capacità di ritrovare le energie da investire in essi.

Il motore è di nuovo acceso, il tempo di rilassarsi senza pensieri è, purtroppo, terminato; si è pronti ad affrontare le “lotte” quotidiane che la vita riserva, con degli obiettivi da raggiungere ed il proprio benessere da tutelare o da conquistare.

Da conquistare, si, perché la realtà di ogni essere umano è sempre costellata di piccole o grandi problematiche che, inevitabilmente, generano una qualche dose di insoddisfazione.

Di fronte ad essa, si cerca di individuare delle strategie funzionali a migliorare le proprie condizioni.

In fondo, i periodi caratterizzati dalla necessità di esprimere buoni propositi, altro non sono che la condensazione di una spinta evolutiva che è, in realtà, sempre presente in ogni individuo.

E i buoni propositi, a loro volta, sono funzionali a sostenere, a significare (cioè, a dare un senso) il re-incalanarsi in una quotidianità costellata di regole, orari, gerarchie, doveri.

I buoni propositi, quindi, danno un senso a quei momenti della nostra vita, in cui siamo costretti a ricoprire ruoli e ad assumere responsabilità ed il tentativo di perseguirli è possibile grazie alla grande mobilitazione di energie necessaria a farlo, in un processo circolare di reciproca causalità.

Pertanto,i buoni propositi sembra che abbiano in sé un certo valore; tuttavia, difficilmente si tramuteranno poi in cambiamenti concreti.

L’energia e la determinazione sperimentate nel formularli, lasciano infatti il posto, dopo qualche tempo, ad un senso di disfatta e rassegnazione.

Perché spesso non riusciamo a mantenere quanto ci proponiamo di fare?

Per capirlo, penso sia utile definire cosa sia un “buon proposito”.

Voglio smettere di fumare, voglio iscrivermi in palestra, voglio finalmente avere il coraggio di parlare in pubblico, voglio ritagliarmi un po’ di spazio per me stesso”.

Si tratta di intenzioni, che cercano di modificare alcuni comportamenti/atteggiamenti preesistenti, che ci appartengono ma che non ci fanno stare bene.

Intenzioni che vanno quindi nella direzione del cambiamento; tuttavia, per capire da dove nascano le difficoltà nel perseguirle, sarebbe utile porsi alcune domande su di esse.

Un breve parallelo con la psicoterapia, può essere molto utile a cogliere come sia possibile rendere i nostri buoni propositi qualcosa di più di un semplice intenzione da proporsi ciclicamente.

Chi decide di intraprendere un percorso psicoterapeutico, lo fa spesso sull’onda di una serie di bisogni: di maggior benessere, di risoluzione di alcuni sintomi, di maggior comprensione di sé o del proprio contesto.

Più raramente, partendo da una condizione di relativo benessere, si è alla ricerca di un’evoluzione, di una crescita, di un ampliamento di coscienza e consapevolezza.

Chi chiede un intervento, riesce più facilmente a definire i propri obiettivi, quando questi si riferiscono ai sintomi sperimentati; più difficilmente, invece, si riesce a farlo quando si cercano di definire i propri obiettivi “evolutivi”, che possono a volte risultare poco definiti, generici, o poco realistici.

Un obiettivo è, per esempio, “poco realistico”, quando non tiene conto delle caratteristiche del contesto di appartenenza; di alcune personali caratteristiche fisiche o caratteriali, oppure di eventi passati, magari drammatici, ma immutabili.

Un obiettivo potrebbe invece essere “poco definito” quando descrive un’aspirazione generica (“vorrei essere felice”, “vorrei stare meglio”), sicuramente legittima, ma che terapeuta e paziente avranno il compito, a poco a poco, di rendere sempre più “operativa”.

Per farlo, è necessario che la psicoterapia proceda verso una maggiore consapevolezza dei propri dinamismi e una maggiore conoscenza di sé.

In questo modo, i pazienti avranno l’opportunità di sperimentare una forma di crescita personale volta non al raggiungimento di un “ideale di Sé”, ma all’evoluzione del proprio “Sé reale”.

Se torniamo ai nostri buoni propositi, ecco che allora possiamo cogliere quanto forse, prima ancora di formularli, necessario porsi alcune domande.

Quanto davvero ci appartengono questi buoni propositi?

Rappresentano ciò che vogliamo davvero, o ciò che vorremmo essere?

Quanto tengono in considerazione le nostre personali caratteristiche, ciò che siamo realmente?

Prima ancora di provare ad attuare i nostri buoni propositi, forse, almeno per quest’anno, potremmo provare a fermarci un attimo e ad osservarli.

Cercando di capire cosa ci raccontano di noi, dell’immagine che abbiamo di noi stessi, di quanto ci conosciamo realmente, potrebbe rivelarsi più chiaro in quale direzione vogliamo andare veramente.


 

La “Sindrome del Rientro”: anche le vacanze possono far male?

sindrome da rientro

 

 

 

 

 

 

 

Ed eccoci di nuovo a Settembre: chi è riuscito a partire per le vacanze sarà tornato da poco e chi non c’è riuscito, avrà comunque trascorso l’estate –o parte di essa- in maniera diversa rispetto al resto dell’anno.

Ora è il momento di riprendere i vecchi ritmi, di rimettersi all’opera, di fare piani, di agire.

Tutto intorno a noi ci dice che è arrivato il momento di riattivarci: le scuole stanno per ricominciare, i negozi non sono più chiusi per ferie, le Poste sono aperte tutto il giorno, il traffico è di nuovo intenso ed il catalogo Ikea è sul nostro tavolo.

 

E allora: Pronti, Partenza….Via?

Dovremmo sentirci pieni di energie, pronti ad affrontare il nuovo anno di lavoro con determinazione e positività; invece non è così, o almeno non è così per tutti.

Ci sono infatti persone che non riescono a stare per troppo tempo lontane dai propri doveri, dalle proprie abitudini; la fine delle vacanze viene da queste vissuta quasi come un sollievo.

Per altre, invece, riprendere a lavorare a pieno ritmo sembra all’inizio un’impresa quasi impossibile e l’essere costretti a farlo da la sensazione di essere inghiottiti da un meccanismo troppo veloce e, forse, lontano da ciò che davvero si vorrebbe.

Questi vissuti si acuiscono ancora di più quando ad attenderci non c’è una situazione stabile e definita, ma, come purtroppo accade sempre più spesso, una condizione di precarietà, di instabilità, o addirittura la necessità di doversi riattivare nella ricerca di un lavoro.

È allora possibile sperimentare un senso di apatia e di disinteresse per quanto ci circonda, difficoltà di concentrazione, nervosismo e un tono dell’umore depresso.

A questi vissuti possono affiancarsi sintomi di tipo fisico, come insonnia, difficoltà di digestione, emicrania, diffuso senso di malessere, stanchezza e piccole indisposizioni.

 

Cosa sta accadendo?

 

Il passaggio da un periodo relativamente privo di preoccupazioni e scadenze ad uno pieno di responsabilità, doveri ed abitudini, rappresenta un vero e proprio cambiamento che necessità di un periodo di adattamento, in cui l’equilibrio psicofisico deve tenere conto dei nuovi “parametri”.

La capacità di adattamento è variabile da individuo ad individuo e ciò che ne risulta può essere tanto lineare e funzionale, quanto complesso e doloroso, fino a potersi inquadrare, in alcuni casi, in una vera e propria sindrome, che in inglese viene chiamata “Post Vacation Blues”.

I sintomi di questa sindrome sono quelli descritti in precedenza e possono presentarsi con maggiore o minore entità, ed avere una frequenza variabile in base alle caratteristiche personali dell’individuo (cioè alle sue risorse) e a quelle del suo contesto d’appartenenza.

Le condizioni lavorative, familiari, economiche e sociali, possono infatti rappresentare fattori facilitanti o impedenti nel processo di adattamento sopra descritto.

Ciò che è importante sottolineare è il fatto che si tratta comunque di un fenomeno fisiologico che ha caratteristica di temporaneità.

È quindi il caso di porsi in un atteggiamento di allerta, solo nel momento in cui i sintomi dovessero presentarsi in maniera troppo intensa e fossero troppo duraturi; solo a queste condizioni questi potrebbero allora rappresentare il possibile inizio di un disturbo di natura depressiva più importante, da non sottovalutare.

In tutti gli altri casi, è solo necessario avere un po’ di pazienza e cercare di favorire le proprie abilità di coping, cioè di adattamento; può essere utile provare a rispettare il proprio bisogno di immergersi gradualmente nella propria routine ed individuare nel proprio ambiente di riferimento quelle risorse che possono esserci di supporto.

Per il resto, non ci resta che attendere che, nell’arco di alcuni giorni o poco più, i sintomi del disagio vadano ad affievolirsi e si possano finalmente cogliere i benefici dell’estate appena trascorsa.

 

 

ereutofobia

Ereutofobia: Quando arrossire fa paura

A chi non è mai capitato di arrossire e di sentirsi in imbarazzo per questo?

Si tratta di un fenomeno piuttosto diffuso, involontario , relativamente imprevedibile e per lo più vissuto come “scomodo”.

Intendiamoci, il fatto che accada, non basta per farne una patologia.

Tuttavia la frequenza con cui questo fenomeno si verifica,  la sua intensità e, soprattutto, il vissuto che lo accompagna ed i comportamenti che ne conseguono, possono  essere tali da indicare l’esistenza di una vera e propria fobia, denominata Ereutofobia, o Eritrofobia;

Il termine proviene dal greco “ereuto”(arrossisco) e “fobos” (paura). l’etimologia del termine ci fa comprendere che il significato di “eritrofobia” è, appunto,  “aver paura di arrossire”.

L’arrossamento della pelle del viso, come di quella del corpo, è un fenomeno fisiologico, legato ad un maggiore afflusso sanguigno sull’epidermide.

E così, dopo uno sforzo fisico per esempio, o anche durante una brutta influenza, le guancie appaiono rosse, il battito cardiaco aumenta, il respiro diviene affannoso.

In sostanza, il corpo si mobilita per fronteggiare una condizione che si discosta da un precedente equilibrio, al fine di ripristinarlo.

Ebbene, queste stesse reazioni, come molti di noi sanno, possono presentarsi anche quando ci si trovi ad affrontare una situazione che genera un vissuto di forte imbarazzo.

In realtà questa affermazione è una semplificazione, funzionale a descrivere un fenomeno più sfumato e complesso.

È vero infatti che ci si può trovare ad affrontare situazioni che potrebbero essere fonte di imbarazzo e di cui il rossore del volto è una conseguenza; può anche accadere, tuttavia, che non ci sia alcuna esposizione a condizioni potenzialmente imbarazzanti, ma che si arrossisca per ragioni che si fa fatica a comprendere e che, di conseguenza, si provi un forte vissuto di imbarazzo.

Ciò che accomuna le due differenti  situazioni è il trovarsi nella condizione di doversi relazionare ad altre persone.

In effetti, a pensarci bene, quante volte ci è capitato di sentirci in imbarazzo mentre eravamo soli…?

Si arrossisce, insomma, e ci si sente in imbarazzo, quando non si è da soli, quando si è esposti alla presenza di altre persone.

Ma quando è possibile iniziare a parlare di ereutofobia?

Si può parlare di questo disturbo, quando il rischio di arrossire o l’arrossire stesso, generino un disagio tale da instillare una serie di comportamenti consequenziali, tipici di tutte le fobie.

Si parla di fobia quando c’è una paura, costante e intensa, di oggetti o situazioni specifiche, l’esposizione ai quali genera una risposta ansiosa.

Chi ne soffre cerca di evitare lo stimolo fobico, o riesce a sopportarlo con molta fatica, riconoscendo in ogni caso che i suoi timori siano eccessivi o irragionevoli.

Pur con questa consapevolezza, il fobico arriva a condizionare la propria quotidianità, facendo si che la fobia interferisca con la propria attività lavorativa, il tempo libero, gli affetti.

Ma qual è l’oggetto o la condizione specifica che l’eritrofobico cerca di evitare?

Se è vero che  al centro dei pensieri dell’eritrofobico, c’è il rischio di arrossire, è degli altri che il soggetto teme la reazione; egli teme il loro giudizio, il fatto che possano considerarlo un debole o che possano ridere di lui.

È dagli altri che si nasconde, quando cerca di voltarsi, per nascondere il proprio rossore, o quando arriva ad allontanarsi da una conversazione, pur di non essere “scoperto”.

Ed ecco che allora l’ereutofobia assume le caratteristiche di una fobia di tipo sociale, in cui è una situazione sociale o prestazionale a provocare una risposta ansiosa, che, in questo caso, è l’arrossamento del volto.

Insomma, da sempre l’arrossire è semplicemente associato all’imbarazzo, mentre in realtà sembra più opportuno accostarlo alle fobie di tipo sociale, dove l’arrossire diviene strumento di rinforzo per instaurare un circolo vizioso, in cui temiamo che l’altro, guardandoci, riesca a penetrare i nostri sentimenti più segreti.

Cosa può esprimere questo particolare disturbo?

Come tutti i segnali del corpo, anche l’arrossire possiede una sua funzione evoluzionistica, che forse oggi ci sfugge, ma non per questo ha smesso di esistere. Forse, in tal senso, l’arrossire potrebbe veicolare un messaggio all’altro, di ammissione della propria “inferiorità”, come una sorta di “dichiarazione di pace”, o di disponibilità.

In ogni caso potrebbe essere un segnale utile, quanto meno, a ricordarci che siamo innanzi tutto esseri biologici, con delle reazioni che esulano dal nostro controllo.

Ed in effetti l’arrossire altro non è che una perdita di controllo rispetto all’espressione dei propri affetti, dove  il volto smette di essere una “maschera”, per denudare invece l’animo umano.

La psicoanalisi associa la paura di arrossire proprio alla paura di questi affetti e anche, più specificatamente, alla paura della propria Sessualità, intesa come espressione massima del “primordiale”, dell’istintivo, che, fino a quel momento censurato,  è fuoriuscito nella parte più esposta agli altri del nostro corpo.

Il rossore tradisce la nostra volontà di controllo, il desiderio di non essere visti dall’Altro.

Un po’ come se rappresentasse, in tempi di efficientismo e razionalità, una sorta di compensazione.

Per questo motivo, per comprendere l’eritrofobia, è importante porsi rispetto ad essa, non come se si fosse necessariamente di fronte ad una falla da coprire e correggere; ma piuttosto di fronte ad un fenomeno pregno di un significato e veicolo di un messaggio che in qualche modo stiamo inviando a noi stessi.

 

 

 

 

 

 

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