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La psicoterapia crea dipendenza? Alcune considerazioni

Il percorso psicoterapeutico trova il suo fondamento nella relazione tra paziente e terapeuta,  che rappresenta un’esperienza con delle peculiarità che non si ritrovano in altre tipologie di relazioni.
Esistono diversi approcci psicoterapeutici, ma le ricerche sull’efficacia della terapia concordano sul fatto che in tutte è la relazione tra paziente e terapeuta ad essere il maggiore fattore propulsore del cambiamento.
Tra paziente e terapeuta nasce quindi una relazione unica nel suo genere, profonda, dove spesso si ripresentano dinamiche relazionali che il paziente ha già sperimentato nel corso della sua vita; le stesse che egli ha messo o mette in atto con suoi familiari, con i suoi partner, nelle amicizie e nel lavoro.
Proprio come accade al bambino durante il suo sviluppo, in cui la dipendenza dal genitore è una fase transitoria funzionale allo sviluppo della sua autonomia, così anche in psicoterapia, il terapeuta diviene transitoriamente oggetto della dipendenza del paziente.Questa frase può essere colta nella sua verità, nella sua bellezza, laddove non si attribuisca alla dipendenza un’accezione negativa, identificandola quindi con una condizione patologica.
La dipendenza è sana quando è consapevole, fondata sulla fiducia nell’altro, quando diventa alimento per lo sviluppo della persona.
La dipendenza è invece patologica quando basata sulla sfiducia e sul bisogno dell’altro per sentirsi vivi, realizzati. Il paziente, in effetti, dipende dalla disponibilità del terapeuta a mettersi autenticamente in gioco,  a lui si affida nella costruzione di obiettivi condivisi.
L’autonomia della persona, rientra tra questi obiettivi ed anzi rappresenta l’obiettivo centrale di ogni percorso di psicoterapia.

La paura degli altri: una lettura psicodinamica dell’ansia sociale

Le paure associate ai contesti di interazione sociale sono molto diffuse nella popolazione, sebbene fortunatamente non sempre vadano ad interferire in modo significativo sulla qualità della vita. Esistono casi, tuttavia, in cui questi timori assumono le qualità di un vero e proprio disturbo, che viene indicato con il nome di fobia sociale.

Questo tipo di fobia rappresenta un importante fattore di rischio rispetto al rendimento scolastico, alla riuscita professionale ed al soddisfacimento relazionale. Se infatti la persona non interviene in alcun modo su questa sofferenza, è possibile che questa tenda a cronicizzarsi e con essa anche i tentativi di gestirla, che non sempre si rivelano efficaci.

I criteri diagnostici evidenziati dal DSM 5 sono i seguenti:

  • forte risposta ansiosa all’esposizione a situazioni interpersonali in cui si è potenzialmente esaminati
  • timore che i sintomi di ansia divengano evidenti e valutati negativamente da chi li osserva
  • risposte di evitamento delle situazioni ansiogene o forte sofferenza durante l’esposizione agli stessi
  • le paure non sono proporzionate realisticamente alla condizione temuta
  • compromissione della qualità di vita
  • esclusione di cause organiche o altre problematiche psicopatologiche
  • i sintomi perdurano da almeno 6 mesi

Le persone che soffrono di fobia sociale, temono di trovarsi in situazioni che le facciano sentire esposte, valutate, ridicolizzate. Temono che il proprio disagio sia visibile, ad esempio attraverso l’arrossamento del viso, il tremolio della voce o delle mani, la sudorazione o la difficoltà a portare avanti un discorso. Spesso sono presenti sintomi di natura somatica come tachicardia, bocca asciutta, disturbi gastrici e urinari, nausea, senso di soffocamento – per citarne alcuni.

Questi timori possono essere circoscritti ad alcune situazioni specifiche (ad esempio parlare in pubblico), oppure coinvolgere la maggior parte delle attività sociali.

Così, per fare degli esempi, può accadere che alcune persone abbiano difficoltà a parlare al telefono, oppure a mangiare davanti ad altre persone. Tanto più sono le situazioni temute, quanto più la sofferenza e la compromissione del funzionamento sarà amplificata.

La maggior parte delle persone reagisce a questa forma di intenso disagio attraverso l’evitamento delle situazioni che potrebbero generarlo, andando tuttavia ad innescare una spirale dannosa in cui l’ansia anticipatoria innesca il mantenimento dell’evitamento e quindi il rinforzo dei sintomi: a tutto questo può conseguire un progressivo isolamento sociale che può talvolta esitare in forme di depressione secondaria. Quindi, la persona che soffre di questo tipo di disagio può involontariamente innescare un circolo vizioso in cui, allo stato di iper-attivazione in cui si trova quando esposto agli stimoli ansiogeni, conseguono “prestazioni” poco soddisfacenti, andando a confermare i timori e quindi a rafforzare il disturbo stesso. La persona non riesce a costruire delle situazioni in cui la pericolosità di certe situazioni venga disconfermata e resta focalizzata sui propri stati interni e sulle proprie “performance”, ritenute, a volte non del tutto realisticamente, scadenti.

La peculiarità della fobia sociale sta nel fatto che l’oggetto fobico è “l’altro”,che diviene distante e temibile, come se avesse un maggiore potere, una maggiore competenza. Infatti l’altro compie-dal punto di vista della persona con fobia sociale- performance migliori e può quindi giudicare, deridere, attaccare.

La persona con fobia sociale si percepisce invece come debole, vulnerabile, incompetente, prova vergogna ed ha paura di essere “scoperto” ed umiliato.

Una lettura psicodinamica della fobia sociale: alcuni cenni

La letteratura psicodinamica inquadra le fobie come forme sintomatologiche che esitano da meccanismi inconsci, che si attivano quindi al di là della volontà del soggetto. È importante sottolineare cioè che le dinamiche descritte non sono nè scelte volontariamente dalla persona, nè sono molto spesso presenti alla coscienza. Nella fobia, si verifica inconsapevolmente uno spostamento sull’esterno (l’oggetto/situazione fobica) di contenuti interni fortemente angoscianti.

Il contenuto interno può essere di diversa natura: per esempio, può essere un impulso ( il desiderio sessuale, l’aggressività etc.), ritenuto dal soggetto inaccettabile e quindi rimosso e poi proiettato sul mondo esterno. Oppure può essere un conflitto, ancora una volta eliminato dalla coscienza e quindi spostato al di fuori di sè. Spesso il conflitto intorno al quale nasce la fobia sociale può avere a che fare con il raggiungimento dell’autonomia.

É come se la persona, nonostante sia adulta, si trovi ancora, inconsapevolmente, a dover scegliere se divenire autonomo (rischiando tuttavia la disapprovazione o l’abbandono delle figure di riferimento) o di rimanere, invece, da loro dipendenti. Se questo conflitto rimane irrisolto, la fobia , quindi anche quella sociale, può esserne un esito, in quanto i sintomi che si andranno a sviluppare non consentiranno al soggetto di vivere pienamente e liberamente la propria esistenza.

È come se tutte le potenzialità dell’individuo rimanessero sempre offuscate, coartate da schemi mentali focalizzati sulla “paura di”.

Ma, nella lettura psicodinamica, paura e desiderio si mescolano e ad un’analisi accorta dei significati specifici dei timori della persona, è possibile scorgere quelli che sono i suoi desideri più nascosti. Le teorie psicodinamiche hanno sviluppato una molteplicità di interpretazioni ulteriori relative allo sviluppo di sintomi di natura fobica e rispetto alla fobia sociale nello specifico.

In questa sede si sono voluti sviluppare alcuni brevi cenni, anche in considerazione del fatto che ogni persona è unica e la natura del conflitto di cui è portatrice, o dei contenuti in qualche maniera rimossi, sono del tutto personali e rintracciabili in un proprio percorso, che parli della propria personalità e della propria storia. Quelli che per noi non sono altro che sintomi indesiderabili ed invalidanti, se ascoltati possono raccontarci verità sorprendenti.

Se ne avete voglia, vi invito ad ascoltare una canzone di Lorenzo Cherubini, “Mi fido di te”, che in qualche maniera, ci parla di tutto questo.

Tristezza o depressione? Come distinguerle e quando intervenire.

“Sono depresso”. Quante volte ci è capitato di pronunciare questa frase?

Forse, ci è anche successo di sentirci preoccupati per il nostro stato d’animo e di pensare di richiedere il supporto di uno specialista. È certamente importante occuparsi del proprio benessere psicologico ed un intervento precoce su uno stato depressivo si rivela spesso efficace rispetto ad una sua risoluzione.

Per comprendere cosa ci stia succedendo e se sia necessario chiedere aiuto è utile, innanzi tutto, provare ad operare una prima distinzione tra sintomi di natura depressiva e fisiologiche fluttuazioni dell’umore,a volte reattive a particolari eventi stressanti. In una società come quella attuale, in cui l’attenzione alla dimensione individuale si declina in un costante e pressorio prestazionismo, gli stati d’animo più faticosi appaiono come difficilmente tollerabili, perché si discostano da quell’immagine di efficienza in cui siamo costretti quotidianamente a rispecchiarci – e, a volte, a non riconoscerci. Questo può spingerci da un lato ad allarmarci per normali stati d’animo negativi e transitori; dall’altro a trascurare per lungo tempo problematiche che necessiterebbero, invece, di un intervento specialistico.

Il tono dell’umore, per sua natura, è dinamico e flessibile.
Ciascun essere umano, quindi, sperimenta nell’arco della sua giornata diversi sentimenti, sia positivi che negativi. Sentirsi scontenti o tristi ha anche una funzione adattiva: nel momento in cui qualcosa della nostra vita non ci piace e ci fa stare male, siamo più propensi a riflettere e a porci delle domande, costruendo l’opportunità di trarre nuovi spunti utili a ridirezionare la propria esperienza. La questione si fa più complessa quando questi stati d’animo si presentano in modo particolarmente intenso, frequente, scollegato da particolari eventi di vita; e risultano invalidanti rispetto allo svolgimento delle normali attività quotidiane.

Si parla di “depressione” quando, per almeno due settimane, il funzionamento dell’individuo appare nel suo insieme compromesso in modo significativo ed in cui sono presenti almeno cinque sintomi tra i seguenti:

  • umore depresso nella maggior parte del tempo ( tristezza, senso di angoscia, senso di colpa, senso di vuoto, disperazione)
  • diminuzione del piacere/interesse nel fare cose normalmente piacevoli
  • perdita o aumento di peso, perdita o aumento dell’appetito
  • agitazione o rallentamento motorio
  • alterazioni del ciclo sonno/veglia
  • senso di costante mancanza di energia (ma anche dolori cronici, disturbi gastrointestinali)
  • sentimenti negativi verso se stessi (colpa, indegnità, scarsa autostima, pessimismo)
  • difficoltà di concentrazione/memorizzazione
  • pensieri di morte o ideazione suicidaria

Tra i 5 sintomi presenti, deve essere presente almeno uno dei primi due menzionati. I sintomi non devono essere conseguenti all’assunzione di farmaci o sostanze psicoattive di qualche natura.

La depressione può essere instillata da uno o più eventi negativi e/o di forte impatto, anche in senso positivo (la perdita di una persona cara, la separazione dal partner, la perdita di un lavoro, ma anche una promozione, un trasloco); in altri casi può presentarsi in maniera del tutto svincolata da particolari eventi.

Può essere un vissuto costante o essere caratterizzata da un andamento altalenante, in cui a momenti di buon umore ed entusiasmo, seguono inspiegabili momenti di tristezza ed angoscia. Non esiste, in effetti un unico tipo di depressione, che è in realtà una definizione generica di disturbi che presentano tra di loro alcune differenziazioni.

Da quanto scritto fino ad ora, appare evidente come definire la depressione sia in realtà un compito complesso che deve tener conto di molteplici variabili; può essere difficile, per un singolo individuo, osservarsi in maniera obiettiva e definire se i propri vissuti ed i propri comportamenti corrispondano ai sintomi ed alle condizioni enumerate dalla letteratura.
Ciò non deve tuttavia né porre l’individuo in uno stato di forte preoccupazione, né spingerlo a far finta di niente e a trascurare il proprio malessere.

Del resto, non è compito del singolo fare un auto-diagnosi ed ecco che allora, di fronte ad uno stato di malessere troppo intenso e/o protratto nel tempo, il consulto di uno specialista potrà fornirci il necessario orientamento.

La fine dell’anno: croce e delizia

Il 2018 sta per terminare e ciascuno di noi inizia a confrontarsi con i mesi trascorsi, le esperienze vissute, i propositi più o meno perseguiti, quelli per il nuovo anno.

Si tratta di un momento complesso, delicato, ricco di sentimenti positivi, proiettati al futuro o rivolti a quanto vissuto nell’anno che sta per chiudersi, ma anche di sentimenti difficili da sostenere, per le delusioni subite, l’ incertezza per il futuro, ciò che si è perso, ciò che nella nostra vita è rimasto fermo, in stallo.

Nello specifico, non è infrequente che l’avvicinarsi della fine dell’anno generi un forte senso di inquietudine. A Capodanno, siamo tutti in qualche modo, obbligati a confrontarci con la nostra progettualità e con la “necessità” di celebrare un nuovo inizio in modo ricco, pieno e socializzato. Le celebrazioni collettive hanno un significato profondo e sono necessarie ad alimentare il senso di appartenenza alla società in cui viviamo.

Tuttavia, i riti collettivi veicolano un sorta di prescrizione a sperimentare dei vissuti (nel caso del Capodanno positivi, costruttivi) che non sempre corrispondono a ciò che il singolo individuo prova intimamente. Si crea in questo modo una tensione tra istanze sociali e vissuti individuali, a cui può conseguire il fatto che il singolo individuo si senta inadeguato e solo. Solo perché c’è, di fronte a lui, almeno su un piano immaginario, un’intera comunità che sperimenta sentimenti distanti e non corrispondenti ai propri.

 

Ciascun individuo può trovare una propria collocazione in questa esperienza, scegliendo di aderire alle istanze collettive perchè corrispondenti alle proprie, oppure prendendone le distanze. Per molte persone il Capodanno è un evento speciale, che va celebrato in compagnia di amici o parenti, per altre è un momento che si vorrebbe evitare e che viene celebrato senza entusiasmo. Alcune persone viaggiano, altre cercano feste a cui partecipare, altre ancora restano a casa.

Al di là di come si festeggia la fine dell’anno, forse ciò è importante, in fondo, è che il singolo riesca a riconoscere la rilevanza della collettività di cui è parte e la forte risonanza interna dei suoi riti, dei suoi processi;che riesca ad accogliere e rispettare i propri vissuti e a comprendere che questi possono amplificarsi proprio perché in accordo o in contrapposizione con la dimensione emozionale collettiva.

Meglio allora non sorprendersi se, con la fine dell’anno, sentimenti di tristezza, delusione, amarezza, possano sembrarci particolarmente difficili da sostenere.

Che mi succede? Perchè sto così male?

La collettività è fatta di individui, con una soggettività che non può essere messa a tacere. Al contempo, l’individuo non può silenziare la collettività.

 In certi momenti dell’anno, queste due importanti voci si accordano, creando perfette sintonie, oppure si sovrappongono, creando “stonature” emotive che, come sempre, si diraderanno con la fine del rito.

Lo psicologo “take away”: alcune considerazioni

Lo psicologo “take away”: alcune considerazioni

Ci domandiamo spesso come mai le persone, tra il serio ed il faceto, ci tengano -sembrerebbe anche molto- a definirsi come psicologi, quasi psicologi, metà psicologi, meglio degli psicologi etc.

Persone spesso ignare del fatto che fare lo psicologo è un mestiere nobile ed interessante, ma certamente anche piuttosto complesso.

Alla base di queste facili identificazioni troviamo una molteplicità di fattori, che meriterebbero di essere analizzate in maniera profonda ed ampia -e questo esulerebbe dall’obiettivo di questo articolo.

Cercheremo quindi di essere schematici, a scapito di questa ricchezza, per formulare alcune ipotesi, che possano essere utili spunti di riflessione.

Uno di questi fattori potrebbe essere collegato alla scorretta informazione rispetto a quali siano i reali compiti di uno psicologo.

D’altro canto la psicologia è una scienza vastissima, che ricopre non solo l’ambito della psicopatologia; ma che coinvolge la salute, la ricerca, il mondo del lavoro, i media, l’emergenza etc, ed utilizzando dispositivi diversi -come la formazione, la supervisione, il colloquio clinico; l’individuo , il gruppo, il sistema familiare, il bambino e l’adolescente.

La psicologia può quindi declinarsi in una ricca varietà di contesti , metodi, teorie ed obiettivi ed è molto complesso, per i non addetti ai lavori cogliere questa caratteristica.

Paradossalmente, la figura più viva nella mente sociale è quella dello psicologo psicoterapeuta, che vi accoglie nel suo studio: è proprio questo ambito di intervento che viene percepito dall’utenza e dalla società civile con una certa ambivalenza.

Quando, in ogni caso , c’è un informazione scorretta, ciò dovrebbe interrogare non solo chi la emette ( non necessariamente gli psicologi, ma anche altre professionalità, o la stessa società civile)ma anche chi la filtra e chi la riceve e, a sua volta, la trasforma.

Un gioco complesso, insomma, in cui sono coinvolti diversi attori che non possono esimersi dal percepirsi come corresponsabili.

La categoria degli psicologi è una categoria relativamente giovane (è della seconda metà del XIX secolo che si assiste, in Europa ad un movimento decisivo per lo studio delle malattie nervose e mentali, che rivoluzionerà la psichiatria organicista dell’epoca, portando alla nascita di quella che oggi è denominata “psicologa clinica”.[1])

Questo elemento, in un contesto quale quello italiano, di tradizione cattolica, potrebbe non aver favorito il rapido emergere di una identità professionale consolidata, sia all’interno della comunità degli psicologi, che nell’immaginario collettivo.

Infine, altre categorie professionali, in prima istanza quelle sanitarie, potrebbero non aver favorito il consolidamento di una identità di categoria che, inevitabilmente, sarebbe andata a sconfinare in dimensioni fino a quel momento trattate solo da un punto di vista organicitico.

La società civile, d’altro canto, a fronte di informazioni scorrette o contraddittorie – a cui fortunatamente se ne affiancano di chiare e trasparenti, si avvicina al mondo della psicologia in modo certamente più aperto rispetto ai decenni passati; ma ancora sopravvivono credenze (“ lo psicologo è il medico dei matti” “non posso ottenere gli stessi effetti parlando con una persona che mi vuole bene, con il medico di base, con il prete etc.?) che rendono la stanza della terapia un luogo non facilmente abitabile, o, quanto meno, non a lungo.

L’oggetto della psicologia -l’essere umano e le sue relazioni- è per sua stessa natura-impalpabile, aleatorio: ci occupiamo infatti di persone e di relazioni.

In effetti, basterebbe attraversare i confini nazionali per comprendere come,in molti altri paesi europei o extra-europei esista, invece, una tradizione psicologica più consolidata che si traduce in termini di applicabilità in molti settori, comportando una serie di benefici non solo, per l’appunto, di ti po psicologico individuale, ma anche di tipo sociale, comunitario, organizzativo ed economico.

Cosa accade, almeno fin oggi, nei nostri confini nazionali?

Cosa chiedono i clienti quando interpellano uno psicologo?

La psicoanalisi ha fondato il suo ambito di ricerca e teoria, poggiandosi ad una prassi di tipo medico.

Ancora oggi, potremmo dire, la relazione psicoterapeuta -paziente riproduce inizialmente la stessa impostazion,-salvo poi decostuirla immediatamente e mettendola in discussione con l’analisi della domanda di intervento-

Questo può indurre nel paziente aspettative di tipo causa-effetto, di tipo ortopedico, dove lo psicologo affermi cosa vi sia da correggere e lo corregga, anche, quasi come se si andasse in un qualunque take away a prendere al volo qualcosa che ci serve.

Ecco che il primo momento di rottura rispetto a questa modalità dei nostri pazienti di mettersi in gioco, è rappresentato proprio dal fatto che l’assetto relazione tra paziente psicoterapeuta non viene “agito” come parte terza sui cui incidere (come accade tra medico e paziente);

Bensì, questo viene osservato ed analizzato e lo spazio del lavoro di analisi sarà occupato da una interrogazione costante sulle dinamiche relazionali presenti dentro la stanza della terapia.[2]

Pur nelle tantissime varianti di intervento di tipo psicologico, quando si parla di psicologia clinica e psicoterapia, sarebbe più corretto pensare di andare in un ristorante “speciale”, dove Psicoterapeuta e Cliente scelgano insieme il menù, lo preparino e poi lo degustino insieme.

 

 

 

[1]                Psicologia dinamica, i modelli teorici a confronto”, A. De Coro, F. Ortu, ed Laterza

[2]               “Psicosciologia delle organizzazioni e delle istituzioni” R.Carli, R.M.Paniccia

SI O NO? Quando il dubbio diviene patologico.

Il dubbio è un processo fisiologico, nel percorso di creazione di una decisione, più o meno importante che essa sia.
Non è vi è quindi nulla di patologico nel dubbio in sé, che anzi può essere indicativo della giusta ponderazione degli elementi in proprio possesso per compiere una valutazione e giungere poi,appunto, ad una presa di decisione.

I problemi iniziano a sorgere quando la presenza dei dubbi diviene pervasiva nella propria vita, e invalidante rispetto ad una o -nella maggior parte dei casi -più dimensioni della propria esistenza.

Chi soffre di “dubbio patologico”, si sente spinto a cercare ossessivamente delle soluzioni ad un’infinità di domande, che tuttavia sono impossibili da trovare.

Perchè sono impossibili da trovare?

Perchè spesso,l’uso della ragione per compiere delle scelte non è sufficiente o, in molti casi, è del tutto inappropriato.

“Amo o non amo il mio partner?” “meglio mettere il vestito blu o quello nero?”
“quale tra le due opportunità lavorative che ho ottenuto è migliore per me?”

Queste domande sono del tutto normali.
Il disagio sorge quando queste domande continuano a ripetersi, senza che venga trovata una risposta definitiva.
È come se, in questi casi, l’uso della ragione venisse esasperato e distorto al punto da rendere incapace il soggetto di prendere alcuna decisione.

Ecco che allora, è necessario fermarsi ed interrogarsi sul processo di cui si è contemporaneamente vittime e carnefici, al di là delle risposte che si vorrebbero trovare.
L’eccessiva focalizzazione sulle mancate soluzioni, infatti, rischia di divenire come “il dito che indica la luna”, spingendo l’individuo in un vortice di incertezza che alla fine lo paralizza -e lo penalizza!

Può allora essere più funzionale interrogarsi su ciò che sta accadendo e sul prezzo che si è costretti a pagare per questo.
L’incapacità di prendere decisioni, infatti, è frustrante per chi ne soffre, al punto da spingerlo, nel tempo, ad avere una sempre peggiore valutazione di sé.

La scarsa autostima, d’altro canto, non può che rendere l’individuo più insicuro ed incerto di fronte alle scelte della vita.

Eppure questo è in contraddizione con ciò che sembrerebbe spingere il soggetto a porsi delle continue domande, alla ricerca di risposte: il bisogno di avere delle certezze.
È possibile, infatti, ipotizzare, che ciò da cui cerca di rifuggire il soggetto, sia l’ansia provocata dalla mancanza di sicurezza che ogni scelta comporta.

In effetti, generalizzando, possiamo affermare che non esistono scelte, nella vita, i cui esiti siano certi in maniera assoluta.
Volerne avere il controllo, seppur non consapevolmente, potrebbe allora essere l’incipit, del tutto da esplorare, alla base del contorto labirinto costruito dai dubbi insolvibili.

L’omicidio di Gloria Rosboch, il linguaggio mediatico ed il concetto di personalità.

RosbochSembra essersi appena ridimensionato l’interesse mediatico intorno al caso dell’omicidio della Professoressa Gloria Rosboch, avvenuto nel mese di Gennaio in un piccolo Comune vicino la Città di Torino.
La vicenda, venuta inizialmente allo scoperto in un programma televisivo che si occupa di persone scomparse, è poi purtroppo giunta alle cronache a causa del ritrovamento del corpo della professoressa, in seguito alla confessione di uno dei due assassini.
I fatti sono tristemente noti: la professoressa, una donna di 49 anni descritta come riservata e, forse, troppo invischiata con la sua famiglia d’origine, intraprende una relazione con un suo ex allievo, Gabriele De Filippi, più giovane di diversi anni, con cui da sempre vive un’affettuosa amicizia.
Il giovane, descritto da tutti come carismatico ed affascinante, è in realtà un truffatore, che la convince a consegnargli un’ingente somma di denaro, con la promessa di un futuro lavorativo ed affettivo insieme.
Scoperta la truffa, la professoressa cerca di riavere indietro i suoi soldi e di avere dal ragazzo delle spiegazioni.
Quest’ultimo, stando alle cronache, ne pianifica quindi l’omicidio con la complicità del suo amante Roberto Obert e, forse, di altri personaggi, tra cui la madre del ragazzo.
Si scopre che il giovane fosse uso ad istaurare relazioni affettive con persone spesso più grandi di lui, su cui, a quanto pare, esercitava un forte ascendente.
É di ieri la notizia che quella della professoressa non fosse la prima truffa messa in piedi dall’assassino.
Una vicenda del genere non può non colpirci, per la triste fine della professoressa e perla freddezza e la crudeltà degli assassini che, dopo averla strangolata, ne gettano il corpo in un pozzo.

Oltre ciò, non può non colpire il linguaggio che i media hanno utilizzato per accompagnare la cronaca dei fatti e per descriverne i protagonisti.
Apparentemente pietosi e discreti nei confronti della vittima, i media ne hanno sottolineato la scarsa avvenenza e, in non poche occasioni, si è fatto cenno alla particolare condizione esistenziale della donna che,a 49 anni, viveva ancora con i suoi anziani genitori, sembra senza particolari velleità, relazioni affettive, nè vita sociale.
Questa condizione, dicono, l’avrebbe resa più vulnerabile alla manipolarietà del giovane omicida, al suo “carisma” ed alla sua “forza di carattere”.
Anche se questo fosse vero, il rischio nel sottolineare le fragilità, vere o presunte, della vittima potrebbe essere quello di responsabilizzarla eccessivamente e, di rimando, di attenuare le colpe dei suoi assassini, in un gioco di contrappesi di ruoli e responsabilità, forse anche in odor di sessismo.
Che la cinquantenne Gloria se la sia quasi cercata, poco avvenente come era, a credere che un ragazzo di poco più di vent’anni potesse davvero voler stare con lei?
Gabriele De Filippi, d’altro canto, viene descritto come un ragazzo “particolarmente carismatico, dal linguaggio forbito, molto gentile ed educato”.
I media lo presentano come dotato di una “personalità forte”, perchè capace di manipolare le sue vittime, di sedurle ed usarle a proprio piacimento.
Ma quando è che una personalità può essere definita “forte”?

La personalità: alcune considerazioni.

Secondo Karl Jaspers, “nessun concetto viene impiegato con significati tanto diversi e variabili come quello di personalità o carattere.”
La personalità, la cui etimologia ci riporta al latino “persona” , che significa maschera, può essere definita come una modalità strutturata di pensieri, affetti, comportamenti e motivazioni, caratterizzanti l’individuo e risultanti da fattori temperamentali, ma anche dallo sviluppo e dal contesto socio-culturale.
La personalità non è statica, bensì dinamica e cioè in continua evoluzione, pur presentando dei pattern relativamente stabili.
Lo stile di personalità è un insieme di tratti che, quando sono troppo rigidi, divengono disadattivi, andando a sfociare in un disturbo di personalità: il funzionamento lavorativo, affettivo ed esistenziale dell’individuo è compromesso.
L’ottica è quella di un continuum tra adattamento dell’individuo e disturbo.
Genetica ed esperienza interagiscono quindi nella creazione di uno stile di personalità, che è influenzato dalle esperienze più precoci e da quelle dell’intero ciclo vitale.
Ogni stile di personalità è unico e, nelle modalità descrittive offerte dalla letteratura scientifica, non c’è spazio per giudizi di “forza” e “debolezza”.
Forse, il concetto apparentemente più simile a quello di “forza”, può essere identificato in quello di resilienza, sebbene vi siano delle differenze qualitative sostanziali.
La resilienza, in ingegneria, indica la capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi e in psicologia sottointende la capacità di fronteggiare in maniera adattiva gli eventi stressanti.
Gli individui resilienti possono riuscire non solo ad affrontare eventi e situazioni particolarmente difficili, ma anche ad uscirne in qualche maniera rafforzati, con maggiori risorse e maggior fiducia in se stessi.

Tornando ai protagonisti di questa vicenda, ecco che allora una personalità manipolatoria ed incapace di essere empatica, al punto da organizzare e portare a termine un omicidio, sembra essere tutto, fuorchè resiliente.
Gabriele De Filippi è un omicida, un truffatore con una personalità evidentemente disturbata e, quindi, contrariamente al modo in cui viene descritto, una persona “fragile”, sempre ammesso e non concesso che abbia un senso valutare le persone in questo modo.
Anche se non è possibile sbilanciarsi in una diagnosi senza una valutazione diagnostica diretta ed accurata, Gabriele De Filippi sembrerebbe piuttosto richiamare gli assetti di personalità narcisistico ed antisociale.
Senza entrare in questa sede in ulteriori approfondimenti, ciò che è importante sottolineare è che, in entrambi gli stili/disturbi, la capacità relazionale, quindi la dimensione interpersonale è deficitaria, se non che assente.
La tendenza a sfruttare gli altri, a mentire e ad assumere atteggiamenti che suscitino negli altri fascinazione, al fine di raggiungere i propri scopi, sono in realtà sintomatiche di una estrema inadeguatezza relazionale che in questi soggetti, in una modalità assolutamente disadattiva, si traduce nella manipolazione dell’altro da sè.
È quindi interessante interrogarsi sui contenuti simbolici veicolati da una certa tipologia di linguaggio e narrazione mediatica.
Qual è l’ideale di Individuo che viene rappresentato e quale cultura l’ha determinato?
In una società il cui perno è rappresentato dall’individualismo e dalla ricerca del piacere personale, come obiettivi e forse strumenti di condizionamento collettivo, non deve sorprendere che il bisogno dell’altro venga erroneamente rappresentato come una “debolezza”.
L’essere umano, tuttavia, fonda sulla dipendenza la propria sopravvivenza ed è, per definizione, un animale sociale che funziona ed evolve sotto la spinta del bisogno di relazione con l’Altro.
Ecco che quindi certe modalità espressive non possono essere considerate casuali, ma sono forse frutto di una visione alterata e distorta dell’umanità, che non rende giustizia alle vittime di certe vicende, come anche alla natura umana.

“Primo colloquio gratuito!”: siamo sicuri che sia davvero conveniente?

Alcuni anni fa avevo iniziato una collaborazione con un poliambulatorio medico, in cui la prassi vigente era che la segreteria filtrasse i contatti tra i pazienti e le figure sanitarie presenti.

Quando richiesi, quindi, che ciò nel mio caso non avvenisse, ci volle un po’ di tempo affinchè il responsabile del poliambulatorio comprendesse che -per la mia professionalità-fosse necessario che tutti gli elementi della relazione terapeutica venissero gestiti da me, in prima persona.

Il motivo è che la relazione terapeutica ha inizio, in realtà, fin da quando Paziente e Terapeuta conoscono l’uno il nome dell’altro.
Normalmente è il paziente che viene a conoscenza per primo del nome dello psicoterapeuta, raccogliendo su di lui informazioni di vario tipo, attraverso il passaparola o con l’ausilio di internet; queste informazioni contribuiranno alla formazione di una preliminare immagine del professionista.

Se è vero quindi, che la relazione tra paziente e terapeuta inizia precedentemente al primo colloquio, non possiamo ritenere che il primo colloquio rappresenti “un mondo a parte” rispetto agli incontri successivi, dove esiste un assetto ragionato, con limiti e regole, in cui rientra anche il costo dei singoli colloqui.

Ecco che allora, tanto l’offerta quanto la richiesta del primo colloquio gratuito, non sono elementi privi di significato.

Personalmente ho sperimentato per alcuni mesi questa modalità, per cercare di capire se fosse utile a me -per lavorare meglio- e ai pazienti – per accedere più facilmente alla psicoterapia.

La gratuità del primo colloquio sembrerebbe infatti incoraggiare, almeno all’apparenza, il contatto tra pazienti e terapeuti, ancor più in un contesto come quello italiano, in cui la cultura psicologica non è ancora sufficientemente compresa.

Tuttavia il primo colloquio è parte integrante dell’intero percorso psicoterapeutico; ed anzi, rappresenta un momento particolarmente importante.

Il primo colloquio è utile a comprendere la richiesta del paziente, l’utilità o meno di una psicoterapia e l’opportunità che questa venga intrapresa proprio con quello psicoterapeuta e non con un altro.
Il primo colloquio, quindi, è un momento molto complesso e ricco di informazioni.
Il paziente racconta le ragioni che lo hanno spinto a rivolgersi ad uno psicoterapeuta e ciò che spera di ottenere; lo psicoterapeuta cerca di comprendere i bisogni della persona che si trova davanti e di capire se possiede gli strumenti per sostenerla e quale potrebbe essere il percorso migliore per lui.

E allora, in tutto questo, quali possono essere le implicazioni del colloquio gratuito?

La gratuità del primo colloquio è una comunicazione che lo psicoterapeuta manda al paziente: in cui quindi, il professionista “manipola” la dimensione dell’investimento economico che il paziente dovrà necessariamente operare.
È infatti un criterio comunemente accettato nella nostra cultura che le prestazioni professionali vengano retribuite.
Quindi, mentre nel momento in cui lo psicoterapeuta chiede di essere pagato, semplicemente corrisponde a questo criterio condiviso, la gratuità modifica questo assetto scontato, inserendo quindi degli impliciti, che inevitabilmente verranno interpretati dal paziente.

Il paziente potrebbe,per esempio, sentirsi “grato” verso il terapeuta; oppure, potrebbe pensare che lo psicoterapeuta stia cercando di “sedurlo” con la gratuità.
O ancora, potrebbe pensare che il terapeuta non abbia una buona immagine di sè, tanto da “svendersi”.
In qualche modo, insomma, lo psicoterapeuta introduce con la gratuità una comunicazione su di sè che può essere soggetta a diverse interpretazioni; in un momento in cui è ancora assente una solida alleanza terapeutica.

Sala da ballo: due danzatori sono in procinto di iniziare un Valzer. Si guardano, non si conoscono, cercano di capire se sarà bello ballare insieme. Se sarà possibile trovare una sintonia, diventare un solo corpo fatto di due identità.
Ma cosa succede se chi conduce, scalpitante ed ansioso, prima ancora che inizi la musica, prima ancora che si trovi l’abbraccio giusto, scelga di fare il primo passo?

Il rischio sembra essere quello di pregiudicare le evoluzioni successive del percorso terapeutico.

E quando è il paziente a richiedere il primo colloquio gratuito, o a cercare uno psicoterapeuta che lo offra?
In maniera del tutto speculare, andando oltre gli aspetti concreti che possano spingerlo a fare questa richiesta, è possibile che il paziente stia inviando una comunicazione di rilievo, non tanto su ciò che pensa del colloquio psicoterapeutico o dello psicoterapeuta; quanto sull’investimento emotivo che sente di potersi permettere. Sul valore che dà alla cura di sè ed allo spazio che ha deciso di concedersi.
Ecco che allora, il primo colloquio a pagamento, rappresenta l’opportunità di poter dare, senza ambivalenze di sorta, il giusto valore ad un percorso che spesso, quando vissuto con coraggio, genera un solido rinnovamento nella nostra vita.

Sui Costi della Psicoterapia

Alcune sere fa, mentre facevo delle ricerche su internet, sono capitata su "Yahoo Answers" -per chi non lo sapesse, si tratta di una sezione di Yahoo, dove è possibile fare qualunque tipo di domanda e ricevere risposte in merito, più o meno plausibili.

La psicoterapia è uno dei tantissimi argomenti presenti: gli utenti cercano di capire in che cosa consista la psicoterapia, quale  tipo di psicoterapia scegliere, quali ne siano i costi, quale dovrebbe esserne la durata e tanto altro ancora.

Sembra che il costo della psicoterapia rappresenti una delle principali ragioni alla base della decisione di molte persone di non rivolgersi ad uno specialista ed è innegabile che, considerando l'attuale momento storico, si tratti di una motivazione indiscutibile.

Motivazione che i pazienti portano frequentemente anche all'interno dello studio di psicoterapia.

A volte, un singolo incontro -o pochi incontri -possono essere risolutivi -in senso più ampio, "terapeutici" -rispetto a questioni o problematiche specifiche portate dal paziente.

Tuttavia, normalmente, la psicoterapia è costituita da un "ciclo" di colloqui: un percorso che può svolgersi da alcuni incontri fino a qualche anno – in base all'orientamento teorico dello psicoterapeuta e dalla domanda di intervento posta dal paziente.

Ecco che allora, il focus sui costi, dal punto di vista del paziente, sarà orientato non tanto al singolo incontro, quanto all'onorario corrisposto per il ciclo di incontri previsto o, nelle psicoterapie più lunghe, mensilmente.

L'atteggiamento dei pazienti di fronte alla dimensione economica del rapporto psicoterapeutico viene insomma, influenzato da condizioni oggettive; è però anche vero che un ruolo determinante è assunto dal proprio atteggiamento verso il denaro e dai significati che questo sottende da un punto di vista relazionale.

Un aspetto non esclude l'altro: anche quando sono presenti delle difficoltà di natura economica, il pagamento delle sedute non perde la dimensione simbolica che avrebbe se queste non fossero presenti.

 

Ogni paziente, arriva quindi allo studio con un bagaglio di informazioni più o meno approssimative, domande, aspettative, fantasie ed esigenze concrete, che è compito dello psicoterapeuta accogliere e che è importante discutere insieme.

Questo è uno dei motivi per cui molti psicoterapeuti con un proprio sito internet, scelgono di non esplicitare le tariffe scelte ed invitano a parlarne di persona.

Per orientarsi, i pazienti possono fare comunque riferimento al Tariffario dell'Ordine degli Psicologi, all'interno del quale sono esplicitate le singole prestazioni professionali e gli onorari corrispondenti.

Con il libero mercato, il tariffario degli psicologi non rappresenta più un vincolo a cui i professionisti debbano necessariamente attenersi; tuttavia, gli psicologi  e gli psicoterapeuti fanno normalmente riferimento ad esso, scegliendo tariffe che saranno frutto di una serie di considerazioni: sulla propria esperienza professionale, sul tipo lavoro che si offre, sulla durata del trattamento che si presuppone possa profilarsi in rapporto al proprio orientamento teorico, sulle spese che è necessario sostenere per offrire il servizio.

D'altro canto gli psicoterapeuti possono scegliere, qualora lo ritengano opportuno, di modulare le proprie tariffe in base alle richieste del paziente ed alle condizioni che lo caratterizzano, giungendo insieme alla definizione di un onorario che sia "giusto" per entrambi.

Che significa un onorario "giusto" per entrambi?

Significa che entrambe le parti dovranno essere soddisfatte dell'accordo raggiunto; accordo che, pur essendo frutto di un "compromesso" nel senso più virtuoso del termine, non potrà rappresentare un fattore lesivo per nessuno.

Una persona che decide di intraprendere un percorso di psicoterapia, investe sia in termini emotivi che economici su se stesso, su "l'altro" e sulla propria psicoterapia: aspettarsi la gratuità o l'estrema economicità del lavoro, prima ancora di essere un'esigenza concreta, potrebbe raccontare molto della motivazione del paziente a spendersi sul campo della psicoterapia.

E allora , forse, la domanda da porsi potrebbe essere: a chi lede un paziente che cerca di "non spendersi" nel suo percorso di psicoterapia? Non lede, forse, primariamente a se stesso?

La motivazione di ciascun individuo deve quindi fare i conti con il piano di realtà; ma ciascun individuo deve fare anche i conti, parallelamente, con la propria motivazione.

 

Polizze Assicurative di Enti Professionali

Il piano concreto esiste, ad ogni modo.

Spostandoci quindi su di esso, un aspetto interessante è rappresentato dalle polizze assicurative che possono coprire le spese sanitarie, tra cui è possibile siano presenti anche quelle relative alla psicoterapia.

Nel momento in cui il futuro paziente è in procinto di iniziare un percorso psicoterapeutico, sarebbe opportuno che raccogliesse informazioni sulle eventuali coperture offerte dal proprio ente di appartenenza professionale.

Sul sito di Federico Zanon, Vice presidente dell'ENPAP (ente previdenziale per gli psicologi)

si legge che vi sono alcune categorie professionali per le quali la psicoterapia è parzialmente rimborsabile:

"Giornalisti iscritti alla cassa previdenziale INPGI, che abbiano stipulato la polizza integrativa CASAGIT. Dipendenti della Banca d’Italia attraverso la CASPIE (Cassa di Assistenza Sanitaria tra il Personale dell’Istituto di Emissione). Dipendenti del Gruppo ENEL, attraverso il FISDE (Fondo Integrativo Sanitario Dipendenti ENEL) Dipendenti Telecom, attraverso ASSILT (Associazione per assistenza sanitaria integrativa delle aziende gruppo Telecom): si conferma un’ottima polizza, che copre nel dettaglio i testi di livello e di personalità, la psicoterapia fino a 35,00 Euro/seduta per 80 sedute l’anno, a cui si aggiunge la copertura per il trattamento residenziale delle dipendenze."

See more at: http://www.federicozanon.eu/chi-rimborsa-la-psicoterapia2/#sthash.6a2KmKGW.dpuf

Inoltre, compagnie assicurative come Unipol ed Allianz, offrono una copertura rispetto alle spese per la psicoterapia; tuttavia, ciò è possibile solo se sono presenti alcune condizioni specifiche e resta comunque necessario fare delle valutazioni preventive per capire se la stipula della polizza sia realmente conveniente.

Anche senza polizze assicurative che supportino le spese del pecorso psicoterapeutico, è importante sapere che, essendo la psicoterapia una prestazione sanitaria, queste sono fiscalmente detraibili.

Come si legge sul sito dell'Agenzia delle Entrate, infatti,

"le prestazioni sanitarie rese da psicologi e psicoterapeuti per finalità terapeutiche sono ammesse in detrazione anche senza una specifica prescrizione medica, a condizione che dal documento attestante la spesa risulti la figura professionale e la descrizione della prestazione sanitaria resa. "

 

http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/portal/entrate/test/domande_risposte/agevolazioni/spese%20sanitarie/!

In generale," sono detraibili come spese mediche specialistiche tutte le spese sostenute per prestazioni sanitarie, sia psicoterapeutiche sia di altra natura, purché rese da un iscritto all’Albo degli Psicologi, dotato di specializzazione post-lauream in Psicoterapia o in altra disciplina. In aggiunta a ciò, tra le spese mediche generiche sono detraibili tutte le spese sostenute da un contribuente a fronte di una prestazione resa da uno psicologo regolarmente iscritto all’Albo. "

http://ordinepsicologi-liguria.it/gli-strumenti/aspetti-fiscali/faq-fiscali/87-detraibilita-e-deducibilita-delle-prestazioni-rese-da-psicologi.html.

La psicoterapia, insomma, ha un costo.

Tuttavia, i benefici che se ne possono trarre, in termini di maggior benessere personale, maggiore capacità di autoaffermazione e di relazionarsi agli altri, sono molto più economici del prezzo da pagare quando non ci si occupa di se stessi.

Il Punto di Vista dello Psicoterapeuta

Per comprendere la questione dei costi della psicoterapia, può essere utile cercare di assumere "il punto di vista" dello psicoterapeuta.

Uno psicologo psicoterapeuta, per essere tale, avrà studiato almeno 10 anni, sostenendo prima i costi dell'università e poi quelli della specializzazione post-universitaria, che, quando non è pubblica, è a pagamento e che non prevede una retribuzione per i tirocini effettuati.

In base all'orientamento teorico prescelto -ma in una buona parte dei casi- lo psicoterapeuta si sarà inoltre sottoposto egli stesso alla psicoterapia e ne avrà quindi sostenuto i costi.

Inoltre, uno psicoterapeuta, per esercitare la sua professione come libero professionista, deve possedere una Partita Iva, sostenendo pertanto con gli onorari percepiti le spese ad essa relative; egli poi, per ricevere i propri pazienti, dovrà presumibilmente avere un proprio studio privato, del quale dovrà quindi sostenere l'affitto.

Infine, è importante comprendere il fatto che il lavoro dello psicoterapeuta non si limita ai 50 minuti in cui incontra il paziente, ma prevede un lavoro di elaborazione delle singole sedute, aggiornamenti e periodici incontri di supervisione con un altro/altri terapeuti più esperti che, nella tutela della privacy dei singoli pazienti, rappresenteranno un importante elemento di confronto e di verifica dell'andamento della psicoterapia.

Se quindi, da un lato, è comprensibile che possa essere più o meno oneroso, per i pazienti, sostenere mensilmente i costi della psicoterapia, è altrettanto comprensibile il fatto che il singolo psicoterapeuta, deve essere messo nelle condizioni di sostenere l'ingranaggio che costituisce lo scheletro della propria professione.

Ciò che sarebbe auspicabile, considerando quanto sia elevata la domanda di intervento psicologico da parte della popolazione e quanto il Sistema Sanitario Nazionale (che fornisce il servizio di psicoterapia) non sia sufficientemente adeguato per accoglierla (non in termini di qualità del servizio offerto, ma di accessibilità allo stesso, quanto meno nelle grandi città) è che, di pari passo con una maggiore apertura di natura culturale, si delineassero ed ampliassero delle prassi di sostegno e sostenibilità sia per i clienti che per gli specialisti libero professionisti, in modo da favorire l'incontro tra domanda ed offerta.

 

 

 

 

 

Battere la crisi in 10 mosse

 

In questo periodo i telegiornali  sembrano annunciare l’inizio di una timida ripresa economica ed occupazionale del nostro Paese. 

Anche se questo non può che infonderci qualche speranza, nel nostro quotidiano i segnali di questa ripresa stentano a farsi riconoscere. 

E così, mentre molti giovani (e meno giovani) continuano ad emigrare in cerca di condizioni migliori, chi rimane qui, che sia per scelta o meno, è costretto a misurarsi tutti i giorni con lavori precari, disoccupazione, scarsità dei servizi, bollette da pagare, rincari dei costi, talk show urlati che ci lasciano storditi e delusi.  

Difficile, in questa situazione, non sentirsi disorientati, confusi e spaventati.  

E così, il rischio è che in testa, giorno dopo giorno, si affollino dubbi e  preoccupazioni, che si perda progressivamente la speranza per il proprio futuro e per quello dei propri cari ed anche la fiducia in se stessi, negli altri, nelle Istituzioni. 

Tutto questo, si traduce di fatto in una peggiore qualità di vita, dove, accanto alle difficoltà concrete, possono presentarsi stati di ansia, angoscia, umore depresso e problemi relazionali. 

 

Sembra impossibile, in tutto questo, riuscire a trovare qualcosa di positivo, o qualcosa che possa aiutarci a non lasciarci invadere dai pensieri negativi. 

Ma è davvero così? O è possibile, invece, fare qualcosa per gestire al meglio la situazione? 

In psicologia esistono due concetti, che sono denominati “Coping” e “Resilienza”. 

Se la capacità di coping rappresenta l’abilità dell’individuo di adattarsi ad uno stress, superando le difficoltà che esso provoca, la resilienza rappresenta invece non solo l’abilità di adattamento allo stress e quindi la capacità di resistenza, ma anche quella di saper prendere il meglio dalla situazione, trasformando gli ostacoli in occasioni di trasformazione positiva, “nonostante tutto”. 

La capacità di un individuo di essere resiliente dipende da molti fattori, attuali e pregressidi natura personale, familiare e sociale, che si intersecano in maniera complessa e non facilmente decifrabile. 

Ma ciò che è importante è che si tratti di un processo, che quindiin quanto tale, può essere in qualche maniera condizionato e, quindi, facilitato. 

 

Come si fa, quindi, a promuovere la propria capacità di resilienza? 

Un aiuto specialistico è sempre auspicabile, in quanto qualunque fenomeno di natura psicologica, per essere compreso ed in qualche maniera “modificato”, necessita di figure competenti che abbiano i giusti strumenti per farlo. 

Tuttavia questo non sempre è possibile, e allora ciò che si può fare è tentare di individuare delle “strategie” che possano aiutarci a gestire meglio questo periodo così difficile. 

E allora, eccone alcune che vi proponiamo noi, sperando che possano esservi utili. 

 
  1. Cercare di coltivare i propri interessi:  spesso, presi dai nostri problemi, quasi ci sembra di non poterci concedere neppure un minuto per noi e per le cose che ci piacciono. Come se, per farlo, dovessimo prima risolvere i nostri problemi e poi tutto il resto. 

Dare la priorità alle cose più importanti è naturale; tuttavia, concederci un po’ di tempo libero da dedicare a ciò che ci piace, è un modo per prenderci cura di noi e per dirci che noi ed i nostri problemi NON siamo la stessa cosa. 

  1. Imparare cose nuove: cerchiamo di dare alla nostra mente la possibilità di posarsi su nuovi stimoli che ci allietino e che conducano i nostri pensieri in direzioni diverse dal solito. 

  1. Porsi dei piccoli o medi obiettivi da raggiungere: sappiamo bene quali sono i nostri grandi obiettivi. Per esempio, comprarci finalmente una casa nuova, trovare un lavoro o una relazione stabile. 

 

Tuttavia, ottenerli non è facile e spesso non è nemmeno dipendente da noi: tuttavia può sorgere nella nostra mente l’idea errata di non essere in grado di raggiungere alcun obiettivo.  Provare a concentrarsi su piccoli obiettivi che siano di nostro interesse, può aiutare a sperimentarci come persone che possono raggiungere degli obiettivi ragionevoli in tempi ragionevoli. Ciò ci consentirà di non sperimentare più soltanto il senso di impotenza, ma anche quello di efficacia. 

 
  1. Evitare di isolarsia volte, quando il nostro umore è depresso, può capitare di non aver voglia di incontrare nessuno. Eppure, anche la rete sociale rappresenta uno dei fattori in grado di promuovere la capacità di resilienza. Certamente ciò non significa che la capacità o il desiderio di rimanere soli non siano una risorsa; Solo, occorre tentare di evitare che la solitudine divenga la nostra unica alternativa. 

  1. Soffermarsi sulle proprie risorse e non solo sui propri limiti: quando le cose vanno male, non c’è niente di più facile che concentrarsi sui propri difetti. Un utile “esercizio” sarà allora quello di provare a porre la nostra attenzione sulle nostre risorse.  

  1. Trasformare le “colpe” in “responsabilità”:  se non siamo soddisfatti della nostra vita, è possibile che il nostro pensiero sia polarizzato sulle nostre colpe, oppure su quelle degli altri; facendoci sentire nel primo caso fallimentari e colpevoli, nel secondo vittime ed impotenti. 

La colpa, tuttavia, è un’attribuzione giudicante, che in fondo ci dice che quando ci siamo presi le nostre responsabilità, abbiamo sbagliato e forse sarebbe stato meglio che non l’avessimo mai fatto. Sospendere il giudizio può aiutarci a guardare alle nostre azioni in maniera più oggettiva, a prescindere dalle conseguenze che esse hanno generato. 

 
  1. Avere un “locus of control” interno: stimolare una visione della vita in cui non sia “il caso” o “la fortuna” a determinare gli eventi che ci capitano, ma che con le nostre capacità e la nostra volontà sia possibile agire sulla propria vita.  

  1.  Ricordarsi del bionomio “mente-corpo”: anche se nei momenti difficili può capitare di trascurarsi un po’, sarebbe utile, invece prendersi cura anche del proprio corpo: il movimento fisico, una sana alimentazione, le giuste ore di sonno, lo stare all’aria aperta, possono aiutare anche il proprio benessere psicologico. 

  1. Trovare le parole: se non ci sentiamo bene, può essere utile poterlo raccontare a chi ci vuole bene. 

Il nostro partner, i nostri genitori, un caro amico: loro saranno contenti di essere stati scelti come confidenti.  

  1. Scrivere: quando parlare con qualcuno non ci è possibile o anche quando invece lo è, potrebbe essere utile, se ci piace e ci va, scrivere. Narrare ciò che ci accade e ciò che proviamo, ci aiuta ad elaborarlo e, in qualche misura, a prenderne le giuste distanze. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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