Categoria: Articoli Psicologia

La “Sindrome del Rientro”: anche le vacanze possono far male?

sindrome da rientro

 

 

 

 

 

 

 

Ed eccoci di nuovo a Settembre: chi è riuscito a partire per le vacanze sarà tornato da poco e chi non c’è riuscito, avrà comunque trascorso l’estate –o parte di essa- in maniera diversa rispetto al resto dell’anno.

Ora è il momento di riprendere i vecchi ritmi, di rimettersi all’opera, di fare piani, di agire.

Tutto intorno a noi ci dice che è arrivato il momento di riattivarci: le scuole stanno per ricominciare, i negozi non sono più chiusi per ferie, le Poste sono aperte tutto il giorno, il traffico è di nuovo intenso ed il catalogo Ikea è sul nostro tavolo.

 

E allora: Pronti, Partenza….Via?

Dovremmo sentirci pieni di energie, pronti ad affrontare il nuovo anno di lavoro con determinazione e positività; invece non è così, o almeno non è così per tutti.

Ci sono infatti persone che non riescono a stare per troppo tempo lontane dai propri doveri, dalle proprie abitudini; la fine delle vacanze viene da queste vissuta quasi come un sollievo.

Per altre, invece, riprendere a lavorare a pieno ritmo sembra all’inizio un’impresa quasi impossibile e l’essere costretti a farlo da la sensazione di essere inghiottiti da un meccanismo troppo veloce e, forse, lontano da ciò che davvero si vorrebbe.

Questi vissuti si acuiscono ancora di più quando ad attenderci non c’è una situazione stabile e definita, ma, come purtroppo accade sempre più spesso, una condizione di precarietà, di instabilità, o addirittura la necessità di doversi riattivare nella ricerca di un lavoro.

È allora possibile sperimentare un senso di apatia e di disinteresse per quanto ci circonda, difficoltà di concentrazione, nervosismo e un tono dell’umore depresso.

A questi vissuti possono affiancarsi sintomi di tipo fisico, come insonnia, difficoltà di digestione, emicrania, diffuso senso di malessere, stanchezza e piccole indisposizioni.

 

Cosa sta accadendo?

 

Il passaggio da un periodo relativamente privo di preoccupazioni e scadenze ad uno pieno di responsabilità, doveri ed abitudini, rappresenta un vero e proprio cambiamento che necessità di un periodo di adattamento, in cui l’equilibrio psicofisico deve tenere conto dei nuovi “parametri”.

La capacità di adattamento è variabile da individuo ad individuo e ciò che ne risulta può essere tanto lineare e funzionale, quanto complesso e doloroso, fino a potersi inquadrare, in alcuni casi, in una vera e propria sindrome, che in inglese viene chiamata “Post Vacation Blues”.

I sintomi di questa sindrome sono quelli descritti in precedenza e possono presentarsi con maggiore o minore entità, ed avere una frequenza variabile in base alle caratteristiche personali dell’individuo (cioè alle sue risorse) e a quelle del suo contesto d’appartenenza.

Le condizioni lavorative, familiari, economiche e sociali, possono infatti rappresentare fattori facilitanti o impedenti nel processo di adattamento sopra descritto.

Ciò che è importante sottolineare è il fatto che si tratta comunque di un fenomeno fisiologico che ha caratteristica di temporaneità.

È quindi il caso di porsi in un atteggiamento di allerta, solo nel momento in cui i sintomi dovessero presentarsi in maniera troppo intensa e fossero troppo duraturi; solo a queste condizioni questi potrebbero allora rappresentare il possibile inizio di un disturbo di natura depressiva più importante, da non sottovalutare.

In tutti gli altri casi, è solo necessario avere un po’ di pazienza e cercare di favorire le proprie abilità di coping, cioè di adattamento; può essere utile provare a rispettare il proprio bisogno di immergersi gradualmente nella propria routine ed individuare nel proprio ambiente di riferimento quelle risorse che possono esserci di supporto.

Per il resto, non ci resta che attendere che, nell’arco di alcuni giorni o poco più, i sintomi del disagio vadano ad affievolirsi e si possano finalmente cogliere i benefici dell’estate appena trascorsa.

 

 

ereutofobia

Ereutofobia: Quando arrossire fa paura

A chi non è mai capitato di arrossire e di sentirsi in imbarazzo per questo?

Si tratta di un fenomeno piuttosto diffuso, involontario , relativamente imprevedibile e per lo più vissuto come “scomodo”.

Intendiamoci, il fatto che accada, non basta per farne una patologia.

Tuttavia la frequenza con cui questo fenomeno si verifica,  la sua intensità e, soprattutto, il vissuto che lo accompagna ed i comportamenti che ne conseguono, possono  essere tali da indicare l’esistenza di una vera e propria fobia, denominata Ereutofobia, o Eritrofobia;

Il termine proviene dal greco “ereuto”(arrossisco) e “fobos” (paura). l’etimologia del termine ci fa comprendere che il significato di “eritrofobia” è, appunto,  “aver paura di arrossire”.

L’arrossamento della pelle del viso, come di quella del corpo, è un fenomeno fisiologico, legato ad un maggiore afflusso sanguigno sull’epidermide.

E così, dopo uno sforzo fisico per esempio, o anche durante una brutta influenza, le guancie appaiono rosse, il battito cardiaco aumenta, il respiro diviene affannoso.

In sostanza, il corpo si mobilita per fronteggiare una condizione che si discosta da un precedente equilibrio, al fine di ripristinarlo.

Ebbene, queste stesse reazioni, come molti di noi sanno, possono presentarsi anche quando ci si trovi ad affrontare una situazione che genera un vissuto di forte imbarazzo.

In realtà questa affermazione è una semplificazione, funzionale a descrivere un fenomeno più sfumato e complesso.

È vero infatti che ci si può trovare ad affrontare situazioni che potrebbero essere fonte di imbarazzo e di cui il rossore del volto è una conseguenza; può anche accadere, tuttavia, che non ci sia alcuna esposizione a condizioni potenzialmente imbarazzanti, ma che si arrossisca per ragioni che si fa fatica a comprendere e che, di conseguenza, si provi un forte vissuto di imbarazzo.

Ciò che accomuna le due differenti  situazioni è il trovarsi nella condizione di doversi relazionare ad altre persone.

In effetti, a pensarci bene, quante volte ci è capitato di sentirci in imbarazzo mentre eravamo soli…?

Si arrossisce, insomma, e ci si sente in imbarazzo, quando non si è da soli, quando si è esposti alla presenza di altre persone.

Ma quando è possibile iniziare a parlare di ereutofobia?

Si può parlare di questo disturbo, quando il rischio di arrossire o l’arrossire stesso, generino un disagio tale da instillare una serie di comportamenti consequenziali, tipici di tutte le fobie.

Si parla di fobia quando c’è una paura, costante e intensa, di oggetti o situazioni specifiche, l’esposizione ai quali genera una risposta ansiosa.

Chi ne soffre cerca di evitare lo stimolo fobico, o riesce a sopportarlo con molta fatica, riconoscendo in ogni caso che i suoi timori siano eccessivi o irragionevoli.

Pur con questa consapevolezza, il fobico arriva a condizionare la propria quotidianità, facendo si che la fobia interferisca con la propria attività lavorativa, il tempo libero, gli affetti.

Ma qual è l’oggetto o la condizione specifica che l’eritrofobico cerca di evitare?

Se è vero che  al centro dei pensieri dell’eritrofobico, c’è il rischio di arrossire, è degli altri che il soggetto teme la reazione; egli teme il loro giudizio, il fatto che possano considerarlo un debole o che possano ridere di lui.

È dagli altri che si nasconde, quando cerca di voltarsi, per nascondere il proprio rossore, o quando arriva ad allontanarsi da una conversazione, pur di non essere “scoperto”.

Ed ecco che allora l’ereutofobia assume le caratteristiche di una fobia di tipo sociale, in cui è una situazione sociale o prestazionale a provocare una risposta ansiosa, che, in questo caso, è l’arrossamento del volto.

Insomma, da sempre l’arrossire è semplicemente associato all’imbarazzo, mentre in realtà sembra più opportuno accostarlo alle fobie di tipo sociale, dove l’arrossire diviene strumento di rinforzo per instaurare un circolo vizioso, in cui temiamo che l’altro, guardandoci, riesca a penetrare i nostri sentimenti più segreti.

Cosa può esprimere questo particolare disturbo?

Come tutti i segnali del corpo, anche l’arrossire possiede una sua funzione evoluzionistica, che forse oggi ci sfugge, ma non per questo ha smesso di esistere. Forse, in tal senso, l’arrossire potrebbe veicolare un messaggio all’altro, di ammissione della propria “inferiorità”, come una sorta di “dichiarazione di pace”, o di disponibilità.

In ogni caso potrebbe essere un segnale utile, quanto meno, a ricordarci che siamo innanzi tutto esseri biologici, con delle reazioni che esulano dal nostro controllo.

Ed in effetti l’arrossire altro non è che una perdita di controllo rispetto all’espressione dei propri affetti, dove  il volto smette di essere una “maschera”, per denudare invece l’animo umano.

La psicoanalisi associa la paura di arrossire proprio alla paura di questi affetti e anche, più specificatamente, alla paura della propria Sessualità, intesa come espressione massima del “primordiale”, dell’istintivo, che, fino a quel momento censurato,  è fuoriuscito nella parte più esposta agli altri del nostro corpo.

Il rossore tradisce la nostra volontà di controllo, il desiderio di non essere visti dall’Altro.

Un po’ come se rappresentasse, in tempi di efficientismo e razionalità, una sorta di compensazione.

Per questo motivo, per comprendere l’eritrofobia, è importante porsi rispetto ad essa, non come se si fosse necessariamente di fronte ad una falla da coprire e correggere; ma piuttosto di fronte ad un fenomeno pregno di un significato e veicolo di un messaggio che in qualche modo stiamo inviando a noi stessi.

 

 

 

 

 

 

Quandi il paziente non torna: il Drop-Out

dropoutCiò che spinge una persona a rivolgersi ad uno psicoterapeuta  è, nella maggior parte dei casi, un vissuto di disagio, generato da una “crisi di decisionalità”: una condizione di stallo, da cui la persona non riesce ad uscire autonomamente.

Tuttavia il periodo che precede il primo contatto con un professionista è spesso denso di dubbi e resistenze, tanto che ci sono persone che pensano per mesi, o addirittura per anni alla possibilità di chiedere un sostegno psicologico, ed altre che possono non arrivare mai a questa decisione.

Per questo, riuscire prima a telefonare, e poi a recarsi dallo psicoterapeuta, viene generalmente vissuto con sollievo, come se la difficoltà più rilevante fosse appena stata superata.

Sicuramente la capacità delle persone di aggirare le proprie paure e le proprie reticenze, rivolgendosi ad un professionista, dimostra  la presenza di risorse importanti.

Ma affacciarsi ad un percorso  “immaginato” è cosa diversa dal percorso vero e proprio.

Non è in fondo questo secondo  il momento in cui il paziente deve necessariamente e finalmente confrontarsi con la realtà della relazione terapeutica ed essere in grado di sostenerla?

Potrebbe, allora,  essere questo uno scoglio ancora più grande del precedente?

Presumibilmente si, visto che l’esperienza del drop out è comune a tutti gli psicoterapeuti a prescindere dal loro orientamento e dalla loro esperienza.

Con il termine “Drop out”, che in inglese significa “ritirarsi”, ci si riferisce a quel fenomeno in cui un paziente interrompe prematuramente il percorso psicoterapeutico intrapreso.

Alcuni pazienti, seppur giunti in psicoterapia perché spinti da difficoltà che li avevano motivati ad incontrare lo psicoterapeuta, decidono improvvisamente di interrompere il percorso nella sua fase iniziale(dal primo incontro ai primi 3 mesi), a volte comunicando al terapeuta la propria decisione, altre volt, invece, senza alcuna comunicazione in merito.

Si tratta, in realtà, di un evento che si verifica anche in altri ambiti: un utente smette di avvalersi di un servizio prima che quel servizio sia stato compiuto nella sua interezza.

Una scelta dell’utente quindi, evidentemente legittima e conseguente al precoce raggiungimento dell’obiettivo, o al contrario alla sua insoddisfazione: un fenomeno “lineare”, basato su una logica di tipo “causa-effetto”, che sembrerebbe non necessitare di  alcun tipo di approfondimento.

Se forse questo può essere vero in altri contesti,  può essere riduttivo ragionare in questi termini anche nel caso della psicoterapia.

Il percorso psicoterapeutico è infatti un processo in cui non si cercano cause di effetti, ma piuttosto nessi e significati: anche un fenomeno come il “drop out” va significato, compreso e quanto più possibile prevenuto.

Ma quali possono essere le ragioni per cui si decide di interrompere un trattamento al suo inizio e senza quindi essersi dati l’opportunità di trarne beneficio?

Chi si rivolge uno psicologo, lo fa con tutta una serie di aspettative sull’incontro con lo psicoterapeuta e sulla psicoterapia.

E proprio le divergenti aspettative del paziente e dello psicoterapeuta, rappresentano uno degli elementi alla base della scelta di abbandonare il percorso appena intrapreso.

Spesso i pazienti arrivano in terapia convinti di trovare un operatore pronto ad elargire consigli: su come comportarsi in una data situazione, come risolvere un sintomo, come aiutare un’altra persona etc.

Come se lo psicoterapeuta fosse depositario di un sapere “assoluto” ed il suo compito fosse quello di insegnarlo al paziente.

Altre volte, il paziente identifica la figura dello psicoterapeuta con quella del medico, presentandosi quindi al professionista come un malato che deve essere curato, possibilmente con precisione chirurgica e rapidità farmacologica.

Il paziente sembra quindi mettersi, almeno inizialmente, in una posizione di “attesa” verso la risoluzione proposta dal clinico.

Niente di male: il paziente va in psicoterapia per fare il paziente e sta allo psicoterapeuta cercare di stimolare nuovi punti di vista.

L’esistenza stessa della psicoterapia dipende dalla Partecipazione di entrambi i componenti della coppia psicoterapeutica: dipende, in sostanza, dal nascere di una Relazione.

 Naturalmente il fenomeno del drop out è molto complesso e dipendente da molteplici altre variabili.

Gli studi condotti in proposito hanno dimostrato, per esempio, una correlazione tra drop out e  variabili quali l’età, il sesso e le caratteristiche socio demografiche dei paziente;  tratti caratteriali dello psicoterapeuta etc.

Tuttavia ciò che può essere interessante in questa sede è indicare l’influenza sul fenomeno della motivazione del paziente al trattamento, che in qualche modo mette in gioco anche lo psicoterapeuta e la sua abilità di entrare in relazione con il paziente.

La motivazione è un concetto che di per sé risulta vago e che deriva da altre componenti, come per esempio la presenza di obiettivi a lungo termine; la necessità di ottenere un cambiamento, la risoluzione di alcuni sintomi o la mancata risoluzione degli stessi; la capacità di tollerare la frustrazione che il trattamento inevitabilmente comporta; l’inclinazione ad accettare spiegazioni di tipo psicologico.

Compito dello psicoterapeuta non può essere quello di farsi carico completamente di una motivazione che nasce in primo luogo dal paziente stesso; ma può essere quello di contribuire ad alimentarla, attraverso la propria presenza, attraverso il reale interesse –professionale ed umano- verso la persona che si ha davanti e attraverso il proprio autentico impegno.

Per questo, il fenomeno del drop out deve sempre interrogare il paziente come lo psicoterapeuta, sul significato dello stesso e può rappresentare un importante spunto di riflessione su come ci si è posti in quella relazione.

La relazione psicoterapeutica infatti è una relazione che vive su un piano totalmente unico rispetto alle relazioni che normalmente ciascuno di noi vive nel proprio quotidiano.

Essa si muove su una dimensione di tipo professionale, centrata sul raggiungimento di obiettivi concordati e ridefiniti nel tempo.

Ma resta comunque una relazione umana, centrata su affetti ed emozioni; e che di ricordi, affetti, emozioni e relazioni tratta.

Non può pertanto che essere un gioco di squadra, dove esistono le scelte del singolo individuo, su cui l’altro non può incidere e dove esiste contemporaneamente un terreno di collaborazione e reciprocità.

Il drop out si inserisce in questo terreno in maniera sfumata, rappresentando a volte una scelta indipendente dall’intervento, altre volte l’effetto di una corresponsabilità, che si gioca tuttavia sul silenzio di parole non dette ed emozioni vissute, il cui esito è la separazione.

Quest’ultima è una scelta che va rispettata e che ha sicuramente un senso: spesse volte anche durante i primi colloqui si attivano per altro risorse e riflessioni che sono utili al paziente e che possono anche generare circoli virtuosi.

Resta tuttavia importante  il confronto su questa stessa scelta ; o quanto meno, se questo confronto proprio non è possibile, è importante che questa scelta non venga chiusa in un cassetto e resa muta, ma che divenga uno spunto per cogliere nuovi significati e nuove strade.

 

Fonti: Cognitivismo clinico (2006)  “ll drop out nei disturbi di personalità: una review degli studi degli ultimi vent’anni” (K. Aringolo)

Cognitivismo clinico (2008) “il drop out nella terapia cognitivo-comportamentale: risultati da uno studio-caso controllo” (A. Rossi et al.)

“Mangiarsi le unghie”: L’onicofagia.

mangiarsi le unghieL’onicofagia, ossia il “mangiarsi le unghie” viene comunemente -ed erroneamente- considerata come un “vizio”: un comportamento, cioè, indice di una “debolezza” di fondo da parte di chi lo mette in atto, che, se solo si applicasse, potrebbe benissimo farne a meno.

Se queste sono le considerazioni più diffuse, non sorprende il fatto che le reazioni di fronte a qualcuno che si mangia le unghie –il nostro bambino, nostro marito- possano essere di comprensibile irritazione.

La letteratura scientifica ci aiuta a capire come, invece l’onicofagia, sia un comportamento più complesso, meritevole della nostra attenzione ed osservazione.

L’onicofagia è infatti, molto spesso, espressione di un vero e proprio disagio di tipo psicologico: disagio che può essere transitorio o di lunga durata e che può esprimersi con intensità differente.

Il comportamento onicofagico, quindi, non sempre deve destare particolari preoccupazioni: esso può essere espressione di un’ansia non particolarmente eccessiva e transitoria;nei bambini, può anche essere un atteggiamento puramente imitativo – che riproduce quanto si osserva negli adulti.

Esistono, tuttavia, casi anche gravi di questo comportamento: espressione, allora, di un disagio psicologico più marcato.

È allora in questi casi, o per prevenirli, che può essere opportuno un approfondimento.

L’onicofagia, nella letteratura scientifica, viene fatta rientrare tra i “disturbi del controllo degli impulsi”.

La caratteristica fondamentale di questi ultimi è l’incapacità di resistere ad un bisogno percepito come impellente, per il quale si prova una crescente tensione, fino al suo soddisfacimento.

In seguito ad esso, da un lato compare un senso di sollievo, dall’altro sensazioni spiacevoli, di colpa ed inadeguatezza per quanto compiuto.

Generalmente l’onicofagia fa la sua comparsa durante l’età evolutiva per poi dissolversi in età adulta; tuttavia è possibile che il disturbo permanga per molti anni, o diventi addirittura cronico; oppure che si ripresenti ciclicamente,durante periodi di particolare stress o ansia.

L’onicofagia, infatti, sembra essere associata ad uno stato di ansia, che, per esempio nei bambini, può essere legata a momenti particolari, quali la nascita di un fratellino, l’inizio della scuola, litigi familiari particolarmente intensi e frequenti, aspettative eccessive nei suoi confronti, etc.


Possibili interpretazioni psicodinamiche.

Per ogni individuo ogni sintomo/comportamento disfunzionale ha un significato articolato e del tutto personale.

In ogni caso, da un punto di vista psicodinamico, l’onicofagia, in quanto comportamento che coinvolge l’oralità di chi la mette in atto,viene generalmente ricondotta ad una delle fasi di sviluppo denominata fase orale: si tratta di quel periodo della vita del bambino in cui la bocca rappresenta il principale “sensore” dell’ambiente circostante, il filtro tra lui ed il mondo; lo strumento di unione con la propria madre, il principale “mezzo” di sopravvivenza.

Portarsi le mani alla bocca può allora richiamare quelle sensazioni di rassicurazione che prova il bambino durante la suzione ed esprime, in qualche modo, una sorta di “fissazione” a quella fase; come se, durante quella fase, ci fosse stato un “blocco”, che costringe l’individuo a ritornarci, seppure inconsapevolmente, per cercare rassicurazione con quelle stesse modalità invece che con modalità più funzionali.

Allo stesso tempo, il mangiare le proprie unghie può essere considerato un atto auto-lesionistico.

Nell’atto di mordere le unghie e/o i tessuti circostanti, provocandone l’accorciamento come anche l’eliminazione di irregolarità tissutali, si può provocare dolore, sanguinamento, ed anche infezioni.

Per questo motivo alcuni studiosi individuano nell’onicofagia un’espressione di aggressività, in soggetti che, evidentemente, non riescono ad esprimere la propria rabbia se non che verso se stessi.

Il soggetto sposta sul proprio corpo delle emozioni –di rabbia, di ansia o di paura- che egli non riesce a gestire simbolicamente: gli è quindi necessario renderle “tangibili”, attraverso la produzione di effetti visibili.

Questa modalità di gestione allevia solo apparentemente e transitoriamente la tensione percepita dal soggetto, in quanto in realtà gli impedisce di elaborare i propri vissuti da un punto di vista simbolico.

Da tutte queste considerazioni si può evincere come anche in questo caso l’intervento di uno psicologo può essere opportuno: per stimolare la comprensione delle emozioni sottosanti a questo comportamento e per imparare a gestirle in maniera più funzionale.

 

“Non ci vedo più dalla fame”. Emotional Eating, la Fame Nervosa

 

Il DSM V, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, è ormai arrivato alla sua quinta edizione,  e vede un ulteriore ampliamento di diverse categorie diagnostiche, tra le quali figura anche quella dei Disturbi Alimentari.

I Disturbi Alimentari erano precedentemente  raggruppabili nelle due grandi categorie dell’Anoressia e della Bulimia.

Molti dei disturbi a cui oggi si è dato un nome, erano precedentemente classificati nella categoria N.A.S, che significa “non altrimenti specificati”.

Se da un lato questo ampliamento ci parla del progresso scientifico nello studio della mente umana, non si deve d’altro canto sottovalutare il rischio  di “patologizzare” ogni fenomeno psichico.

È quindi bene ricordare come l’attribuzione di un nome ad una condizione psicologica,  non ne definisce di per sé la gravità .

Perché questa premessa per parlare di fame nervosa?

Perché questa affermazione assume un’importanza particolare se parliamo di comportamenti alimentari e, nello specifico, di “Fame nervosa” o Emozional  Eating.

Si parla di fame nervosa quando il bisogno emozionale di cibo prevale su quello biologico e, pur cercando di resistere, si perde infine il controllo e si mangia una quantità eccessiva di cibo in risposta a delle emozioni tendenzialmente spiacevoli, come ansia, tristezza, preoccupazione, rabbia.

Quindi quando si mangia anche se non si è particolarmente affamati, vuol dire che dietro c’è sempre un problema di tipo psicologico?

Non è possibile pensare che  l’essere umano si nutra sempre e solo in base ad una spinta di natura biologica, priva di alcuna valenza emozionale.

Il nesso tra emozioni e cibo è certo, ma ciò non implica di per sè la presenza di problematiche psicologiche.

In qualche misura, l’uso del cibo come forma di compensazione di un disagio transitorio è quanto di più comune possa capitare.

La fame nervosa può però rappresentare un problema, quando accade troppo spesso che la capacità di controllo dell’individuo venga meno ed agli attacchi di fame seguano delle “abbuffate” che incidono sul nostro umore e sulla stima di noi stessi.

Questo fenomeno nasce come tentativo dell’individuo di rispondere al proprio disagio emotivo attraverso il cibo, utilizzandolo in maniera non adeguata.

L’ingestione di cibo infatti non “cura” il disagio, ma attiva una spirale di comportamenti compulsivi che anzi lo alimentano.

Ma cos’è che spinge un individuo a rispondere alla propria sofferenza con il consumo di cibo?

Spesso, alla base, ci sono diversi aspetti.

Intanto c’è un’emozione spiacevole, che l’individuo ha difficoltà innanzi tutto a riconoscere.

Non sempre infatti si è consapevoli di mangiare, per fare un esempio, perché “ci si sente soli”.

L’alimentazione smodata è in questo senso una sorta di “coperchio” ed è per questo che è molto importante imparare prima di tutto ad ascoltarsi.

Poi, c’è un modo “scorretto” di gestire le proprie emozioni.

Come se non si riuscisse a contenerle, trattenerle, osservarle, senza improvvisare un rimedio immediato e magari inadeguato.

Ed ecco che allora si ricorre al cibo: lo strumento più immediato per trovare soddisfazione, ciò che, facendoci sentire pieni, ci permette di non cogliere i nostri “vuoti”.

Il cibo ci riconduce alle cure primarie che abbiamo ricevuto, quando il nutrimento da parte di chi si prendeva cura di noi era anche un veicolo d’amore; quando, infine, era la bocca la nostra porta verso il mondo, da cui ricevevamo affetto, con cui sperimentavamo l’ambiente, che ci garantiva la nostra sopravvivenza.

Quando, però, in quella fase della vita, sono stati vissuti dei disagi di cui magari non si ha più memoria ed in cui si annodano conflitti irrisolti, allora sarà proprio a quella fase dell’esistenza che la persona tenderà ad “ancorarsi”, utilizzando quegli antichi canali (il cibo, la bocca) per esprimere se stessa.

Ed ecco che allora un buon principio, potrebbe essere quello di interrogarsi e cercare di conoscersi, di leggere le proprie emozioni, di intraprendere un percorso in cui si apprenda, col tempo, a cercare altrove e diversamente, ciò che ci manca davvero.

Psicologia in Pillole: I Test Psicologici

Non è raro trovare su internet degli accattivanti link che propongono l’uso di “test”, per capire alcune nostre caratteristiche: “Scegli una di queste porte e ti dirò chi sei!”, è un esempio. In realtà, come è facile immaginare, questi “test” non si basano su alcun presupposto scientifico, ma si limitano a rifare il verso ai cosiddetti Reattivi Psicologici, o Test, che rappresentano un contributo scientifico della psicologia sia alla pratica clinica che allo studio del comportamento. ll termine “test” viene dal latino "testum", che vuol dire “vaso”; nel francese antico, la parola “test” indicava proprio il vaso che gli alchimisti utilizzavano per saggiare l’oro. Fin da quei tempi, quindi, il termine andava ad indicare uno strumento utile a valutare qualche elemento. I test psicologici sono degli strumenti che misurano le differenze tra individui o in uno stesso individuo, di fronte a condizioni diverse; è proprio a partire da questa capacità di misurare che la psicologia si è potuta differenziare dalla filosofia, divenendo una scienza autonoma. Certo i test non forniscono delle misure assolute, perché non esiste una unità di misura (per esempio, volendo misurare l’intelligenza); piuttosto, si misurano le differenze, ossia quanto un individuo si discosta da un campione di riferimento. L’assunto su cui si basano i test è che ogni individuo ha una sua struttura psicologica che ne orienta il comportamento; quindi ogni individuo reagirà a suo unico modo di fronte ad uno stesso stimolo.

Una mappa delle sensazioni fisiche associate alle emozioni

Di seguito un interessante articolo pubblicato su "Le Scienze", relativo al rapporto esistente tra le nostre emozioni e le reazioni corporee ad esse associate.

"Espressioni come "ho il cuore spezzato" o "sento un brivido lungo la schiena" potrebbero avere un significato letterale, poiché le nostre emozioni si riflettono sul nostro corpo, e in aree ben specifiche a seconda dell'emozione.

Lo ha dimostrato un gruppo di ricercatori finlandesi dell'Università di Tampere e della Aalto University, che sono riusciti addirittura a realizzare una mappa delle associazioni fra le parti del corpo e le emozioni collegate: scoprendo inoltre che la mappa è universale, ossia indipendente dalla cultura di appartenenza.

Numerosi studi hanno dimostrato che dal punto di vista biologico i meccanismi emozionali servono a preparare l'organismo ad affrontare le sfide incontrate nell'ambiente regolando l'attivazione differenziale del sistema nervoso cardiovascolare, muscolo-scheletrico, neuroendocrina, e autonomo. Secondo i principali modelli neuroscientifici, la presa di coscienza di questi stati emotivi sarebbe innescata proprio dalla percezione dei relativi stati corporei, in modo da permettere una risposta più adeguata al problema posto dall'ambiente. Tuttavia, era ancora in dubbio se i cambiamenti corporei associati alle varie emozioni fossero sufficientemente specifici da spiegare le distinte sensazioni che le contraddistinguono. Inoltre, non era chiaro quale fosse la distribuzione topografica delle sensazioni fisiche legate alle diverse emozioni. Una mappa delle sensazioni fisiche associate alle emozioni. A risolvere la questione è giunto ora lo studio condotto da Lauri Nummenmaa e colleghi – che firmano un articolo sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” – nel quale hanno preso in esame 701 soggetti, in parte di cultura occidentale e in parte di cultura cinese, ai quali sono stati proposti racconti, filmati, espressioni facciali, parole emotivamente significative, chiedendo loro di indicare su due sagome di un corpo umano quali parti percepivano come più attivate e meno attivate del normale quando veniva loro presentato uno stimolo emotivo. Le sensazioni agli arti superiori sono così risultate più importanti nelle emozioni orientate all'approccio (in senso positivo e negativo), come rabbia e felicità, mentre una sensazione di ridotta attività agli arti è una caratteristica distintiva della tristezza. Le sensazioni che coinvolgono il sistema digestivo e la regione della gola sono state trovate particolarmente marcate nel disgusto. A differenza di tutte le altre emozioni, che sono collegate a regioni specifiche, la felicità è invece risultata associata a un miglioramento delle sensazioni in tutto il corpo. Inoltre, le emozioni complesse (ansia, amore, depressione, disprezzo, orgoglio, vergogna, invidia) hanno mostrato una correlazione alle sensazioni corporee più debole rispetto alle cosiddette emozioni primarie (rabbia, paura, disgusto, felicità, tristezza e sorpresa), con l'eccezione di ansia e depressione, che mostravano una strettissima somiglianza con gli stati emotivi primari rispettivamente di paura e tristezza. Anche se alcune parti del corpo sono risultate quasi sempre coinvolte – in particolare la testa, quasi sempre più attivata del normale, sia pure in varia misura –

dall'analisi complessiva delle risposte è apparso che alle diverse emozioni corrispondevano mappe corporee statisticamente ben distinguibili, che le aree coinvolte corrispondono bene ai più importanti cambiamenti fisiologici associati alle diverse emozioni, e che le mappe erano sostanzialmente la stesse sia nelle persone di cultura occidentale sia in quelle di cultura orientale. 

Fonte: http://www.lescienze.it/news/2014/01/02/news/mappa_corporea_emozioni_percezione-1945453/

Buon Natale: psicologia del regalo e del dono.

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Oggi è il 24 dicembre e sulle strade si riversano tutti coloro che devono ancora finire di fare i regali di Natale.

È tutto un rincorrersi di negozi e buste, di ripensamenti e nuove idee, di telefonate, di conti e di pentimenti, di soddisfazione e senso di sollievo.

Poi naturalmente dipende: ogni persona può avere una propria modalità di gestione del caso, delle proprie strategie di sopravvivenza.

C’è chi ha pianificato e scelto da tempo i regali da fare e che quindi, in un giorno come questo, deve solo eseguire -con maggiore o minore compiacimento- un piano già prestabilito; c’è invece chi alla Vigilia si lascia dominare dalla più totale improvvisazione, rendendo questa giornata -che potrebbe essere quasi magica- una fonte di stress.

Eppure, nonostante gli iniziali propositi di moderazione, spontaneità e rigore, sono pochi coloro che riescono a resistere alla tentazione finale di trovare, quasi obbligatoriamente, un regalo per tutti, qualunque esso sia.

Come se non fosse pensabile presentarsi a mani vuote, come se fossimo spinti da un bisogno da colmare, piuttosto che da un desiderio consapevole.

E allora cerchiamo di capire cosa ci accade durante la Vigilia di Natale.

L’atto di regalare è innanzi tutto un atto sociale, un rito collettivo pregno di significati, che regola il rapporto tra persone e che veicola un messaggio a doppio senso, sia da parte di chi regala che di chi riceve.

Ma in tempi di individualismo e consumismo, fare regali rischia di divenire un gesto volto ad assolvere i bisogni del donatore piuttosto che di chi riceve il regalo, un gesto finalizzato ad attivare uno scambio sterile ed obbligato, un’azione volta ad ottenere in chi lo fa dei benefici, che possono andare dalla benevolenza di qualcuno, alle conferme personali, fino alla celebrazione di sé, a volte in un contesto -come quello natalizio e quindi, nella maggior parte dei casi, familiare- in cui il regalo viene pensato come espressione di se stessi in contrapposizione agli altri, in una sorta di competizione colma di ansie da prestazione.

Cosa diversa è invece saper donare come espressione di affetto autentico, come gesto di riconoscimento dell’altro e della relazione esistente.

Per cogliere la differenza tra questi due atteggiamenti, possiamo ricorrere al significato delle parole “regalo” e “dono”, generalmente utilizzate in maniera interscambiabile, in realtà in maniera scorretta.

Il termine regalo  proviene dal latino regalis (regale), rex (re) e attraverso lo spagnolo “regalo” (dono al re) sta ad indicare un tributo a chi meriti un riconoscimento, un dazio che si è obbligati ad offrire senza che esso veicoli contenuti affettivi.

Il termine “dono”, dal latino donum invece richiama l’atto di dare all’altro in maniera disinteressata.

Il regalo è una sorta di ricompensa, un tributo, un atto finalizzato a ricevere qualcosa indietro, o comunque l’adempimento di un obbligo che comunica all’altro l’assenza di una dimensione affettiva articolata e profonda e che riflette, quindi, lo stato della relazione in corso.

Il dono, invece, è proprio un’azione di rivelazione di sé da un punto di vista affettivo, è un gesto intimo e creativo che celebra la relazione tra donatore e ricevente, la capacità del primo di esporsi nel farsi conoscere, nel donarsi, nel capire l’essenza e le esigenze dell’altro, assumendosi il rischio di essere rifiutati; nel secondo, la capacità di ricevere, di saper accogliere, anche assumendosi il rischio di essere invasi, di rimanere frustrati e delusi.

Donare è un atto di investimento in una relazione, di confronto con l’altro e con le sue reazioni, di assunzione del rischio di insuccesso, proprio come accade quando intraprendiamo una nuova relazione affettiva e ci poniamo di fronte ad essa con le nostre paure e il nostro coraggio.

Ecco che allora il nostro modo di fare (o non fare) regali natalizi può fornirci uno spunto di riflessione in questo senso: rispetto al nostro modo più generale di “stare al mondo”, alla nostra capacità di darci agli altri, di esprimere i nostri sentimenti, di lasciarci andare o di utilizzare il regalo consumistico e poco “pensato”, affettivamente parlando, come difesa dal donarsi autentico, dell’essere se stessi, del mettersi in gioco davvero.

 

 

 

“La grotta interiore. Il Natale che è in noi” di Anna Maria Finotti Ed. Ancora, 2004.

la grotta interiore

L’autrice accompagna il lettore in un viaggio alla riscoperta del vero significato del Natale, oggi perso in nome del consumismo, inteso non dal punto di vista religioso ma simbolico.

Il Natale, che cade nel periodo più buio dell’anno -a ridosso del solstizio d’inverno- attraverso le sue luci ed i suoi colori e la celebrazione della nascita di un Salvatore, vuole proprio simboleggiare la resurrezione  dell’anima dall’oscurità, attraverso un rito collettivo che ne rafforza la speranza.

 In questo senso  il Natale è la celebrazione dell’Uomo, o meglio ancora dell’uomo ridestato dalla Luce e della possibilità di rinascita, di guarigione.

Un libro per chi volesse provare a ritrovare un senso antico ma allo stesso tempo innovativo a queste festività.

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