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La dipendenza affettiva

dipendenza-affettivaAmare qualcuno, gestire una relazione che sia duratura ed appagante, potrebbe sembrare la cosa più naturale e semplice del mondo.

Eppure ciascuno di noi sa quanto possa essere complicato avere qualcuno accanto.

L’amore è un bisogno condiviso da tutti gli esseri umani e, al contempo, una capacità non sempre adeguatamente sviluppata.

In una società come quella attuale, in cui le istituzioni relazionali si mostrano estremamente precarie, i legami affettivi che ne emergono possono essere fragili e conflittuali, entrando in risonanza con le caratteristiche di personalità dei singoli individui.

Le esperienze vissute, in primo luogo durante l’infanzia e l’adolescenza, ed il contesto di appartenenza, contribuiscono a creare il personale modo di amare di ciascun individuo, che non sempre conduce ad un’esistenza soddisfacente.

Ogni relazione deve essere gestita non soltanto rispetto all’altro, ma anche rispetto a se stessi.

Il modo di percepirsi, di relazionarsi, di stare al mondo, assumono un nuovo assetto, quando alla propria identità si affianca quella di un’altra persona.

In alcuni casi, questi cambiamenti possono avere una valenza negativa, in cui la percezione di se stessi e la propria identità vengono compromesse dallo “stare in relazione”.

E questa compromissione, foriera di sofferenza, rappresenta l’essenza nutritiva stessa del rapporto.

È proprio in questi casi, che è possibile parlare di Dipendenza Affettiva.

La sofferenza in una relazione affettiva non è necessariamente un indice di dipendenza.

Può anche trattarsi di un vissuto fisiologico e temporaneo presente in relazioni funzionali, dove, per motivi variabili ed indipendenti dal soggetto, i suoi sentimenti vengano frustrati.

Diversamente, all’interno di relazioni disfunzionali, è possibile che uno o entrambi i membri della coppia costruiscano un equilibrio relazionale fondato sul malessere e da questo alimentato.

Malessere quindi, sofferenza e frustrazione, vissuti in una condizione stabile, omeostatica.

A volte, pur nell’equilibrio di una relazione che –evidentemente- si mantiene a due, è uno dei due membri a manifestare dipendenza nei confronti dell’altro; altre volte, invece, la dipendenza è reciproca.

In questo secondo caso, sembra più opportuno parlare di co-dipendenza.

 

Come capire se la propria relazione sia fondata su una dipendenza di tipo affettivo?

I segnali che possono aiutarci a comprendere lo stato di salute delle nostra vita affettiva, ci richiamano alcuni sintomi tipici di altre tipologie di dipendenza.

Una caratteristica delle coppie fondate sulla dipendenza è infatti la tendenza ad annullare progressivamente i propri spazi personali a vantaggio del tempo trascorso in coppia.

Vecchie e nuove amicizie, famiglia, hobbies, vengono sacrificati in nome di un rapporto totalizzante, pretendendo che il partner, per dimostrare il suo amore, faccia altrettanto.

L’altro rappresenta in sostanza l’unica fonte di benessere possibile.

Altro importante indicatore, è la difficoltà del soggetto dipendente a controllare il proprio comportamento, come se in determinati momenti, egli non fosse in grado di conservare una certa capacità critica di fronte ai propri impulsi ed alle proprie reazioni, come a quelle dell’altro.

Ed ecco che allora i comportamenti del partner possono venire interpretati in maniera distorta, generando delle reazioni spropositate ed inadeguate.

Nella relazione, il soggetto annulla i propri bisogni, e concentra tutti i propri sforzi e le proprie energie intorno al proprio partner.

L’ipotesi della fine della relazione viene vissuta con terrore e, di fronte al rischio dell’abbandono, seguono reazioni di disorganizzazione, dissociazione e panico; viene quindi fatto di tutto per poterla salvaguardare, anche se la stessa manca di condizioni soddisfacenti.

Il dipendente non riesce ad attuare un’equa distribuzione delle responsabilità all’interno della coppia e si percepisce quindi come l’unico colpevole rispetto alle difficoltà presenti.

 

Quali possono essere le motivazioni sottostanti a questa modalità relazionale?

Le motivazioni alla base di questo pattern di relazione possono essere molteplici, ma è molto probabile le esperienze vissute durante l’infanzia assumano un ruolo centrale.

Così, è possibile che queste persone, durante l’infanzia, abbiano sperimentato un vissuto di insicurezza rispetto alla capacità delle figure di riferimento di prendersi cura di loro, a causa di mancanze effettive, o comunque percepite dal bambino come tali.

È anche possibile che queste persone siano state vittime di abusi o maltrattamenti, o che non abbiano visto i propri bisogni affettivi soddisfatti.

Nella relazione di coppia, queste persone tenderanno, allora, a riprodurre le condizioni sperimentate in passato, nel disperato tentativo di poterlo finalmente correggere e poter ottenere quella sicurezza o quell’affetto mai sperimentato.

Per farlo, arriveranno ad annullarsi, divenendo il membro bisognoso e richiedente della coppia, o piuttosto affiancandosi ad un partner disfunzionale, affetto da dipendenze quali l’alcolismo, la dipendenza da sostanze o altre forme, strutturando un pattern relazionale di Co-dipendenza.

In tal modo, il partner sarà il “paziente designato” della coppia e la presenza del co-dipendente sarà funzionale al mantenimento dello stato patologico.

Anche il co-dipendente, come il dipendente affettivo, tende a disconoscere i propri bisogni ed a focalizzarsi sui quelli del partner, facendolo tuttavia in maniera differente: e cioè esercitando sull’altro un controllo ed assumendo su di sé le funzioni psichiche dell’altro.

Si viene a strutturare una sorta di fenomeno di “parassitismo” psichico-relazionale in cui i confini tra sé e l’altro tendono progressivamente a perdersi.

Sia nel caso della dipendenza affettiva, dove il partner è almeno apparentemente non problematico, che nella co-dipendenza, dove è necessaria la presenza di un partner disfunzionale, non è facile riconoscere il limite tra quelle che potrebbero essere le caratteristiche ed i limiti di una coppia normale, ed un assetto relazionale patologico.

Per questo motivo l’intervento di uno psicoterapeuta, magari inizialmente cercato per tentare di risolvere un malessere diffuso, può essere in primo luogo funzionale a far sì che il paziente prenda atto della presenza della problematica esistente, per poi strutturare un intervento centrato proprio sulla possibilità di poter creare delle relazioni affettive funzionali, dove la presenza dell’Altro nella propria vita non debba necessariamente comportare la perdita di se stessi.

 

Buoni propositi e cambiamento

L’estate è finita e molti stanno ancora tentando di riadattarsi alla vita di tutti i giorni, quando ecco che si riaffacciano alla mente –puntuali come sempre- i buoni propositi.

L’ autunno è tempo di bilanci e nuovi progetti, ed il necessario cambiamento dei ritmi quotidiani obbliga, ed allo stesso tempo favorisce, la capacità di ritrovare le energie da investire in essi.

Il motore è di nuovo acceso, il tempo di rilassarsi senza pensieri è, purtroppo, terminato; si è pronti ad affrontare le “lotte” quotidiane che la vita riserva, con degli obiettivi da raggiungere ed il proprio benessere da tutelare o da conquistare.

Da conquistare, si, perché la realtà di ogni essere umano è sempre costellata di piccole o grandi problematiche che, inevitabilmente, generano una qualche dose di insoddisfazione.

Di fronte ad essa, si cerca di individuare delle strategie funzionali a migliorare le proprie condizioni.

In fondo, i periodi caratterizzati dalla necessità di esprimere buoni propositi, altro non sono che la condensazione di una spinta evolutiva che è, in realtà, sempre presente in ogni individuo.

E i buoni propositi, a loro volta, sono funzionali a sostenere, a significare (cioè, a dare un senso) il re-incalanarsi in una quotidianità costellata di regole, orari, gerarchie, doveri.

I buoni propositi, quindi, danno un senso a quei momenti della nostra vita, in cui siamo costretti a ricoprire ruoli e ad assumere responsabilità ed il tentativo di perseguirli è possibile grazie alla grande mobilitazione di energie necessaria a farlo, in un processo circolare di reciproca causalità.

Pertanto,i buoni propositi sembra che abbiano in sé un certo valore; tuttavia, difficilmente si tramuteranno poi in cambiamenti concreti.

L’energia e la determinazione sperimentate nel formularli, lasciano infatti il posto, dopo qualche tempo, ad un senso di disfatta e rassegnazione.

Perché spesso non riusciamo a mantenere quanto ci proponiamo di fare?

Per capirlo, penso sia utile definire cosa sia un “buon proposito”.

Voglio smettere di fumare, voglio iscrivermi in palestra, voglio finalmente avere il coraggio di parlare in pubblico, voglio ritagliarmi un po’ di spazio per me stesso”.

Si tratta di intenzioni, che cercano di modificare alcuni comportamenti/atteggiamenti preesistenti, che ci appartengono ma che non ci fanno stare bene.

Intenzioni che vanno quindi nella direzione del cambiamento; tuttavia, per capire da dove nascano le difficoltà nel perseguirle, sarebbe utile porsi alcune domande su di esse.

Un breve parallelo con la psicoterapia, può essere molto utile a cogliere come sia possibile rendere i nostri buoni propositi qualcosa di più di un semplice intenzione da proporsi ciclicamente.

Chi decide di intraprendere un percorso psicoterapeutico, lo fa spesso sull’onda di una serie di bisogni: di maggior benessere, di risoluzione di alcuni sintomi, di maggior comprensione di sé o del proprio contesto.

Più raramente, partendo da una condizione di relativo benessere, si è alla ricerca di un’evoluzione, di una crescita, di un ampliamento di coscienza e consapevolezza.

Chi chiede un intervento, riesce più facilmente a definire i propri obiettivi, quando questi si riferiscono ai sintomi sperimentati; più difficilmente, invece, si riesce a farlo quando si cercano di definire i propri obiettivi “evolutivi”, che possono a volte risultare poco definiti, generici, o poco realistici.

Un obiettivo è, per esempio, “poco realistico”, quando non tiene conto delle caratteristiche del contesto di appartenenza; di alcune personali caratteristiche fisiche o caratteriali, oppure di eventi passati, magari drammatici, ma immutabili.

Un obiettivo potrebbe invece essere “poco definito” quando descrive un’aspirazione generica (“vorrei essere felice”, “vorrei stare meglio”), sicuramente legittima, ma che terapeuta e paziente avranno il compito, a poco a poco, di rendere sempre più “operativa”.

Per farlo, è necessario che la psicoterapia proceda verso una maggiore consapevolezza dei propri dinamismi e una maggiore conoscenza di sé.

In questo modo, i pazienti avranno l’opportunità di sperimentare una forma di crescita personale volta non al raggiungimento di un “ideale di Sé”, ma all’evoluzione del proprio “Sé reale”.

Se torniamo ai nostri buoni propositi, ecco che allora possiamo cogliere quanto forse, prima ancora di formularli, necessario porsi alcune domande.

Quanto davvero ci appartengono questi buoni propositi?

Rappresentano ciò che vogliamo davvero, o ciò che vorremmo essere?

Quanto tengono in considerazione le nostre personali caratteristiche, ciò che siamo realmente?

Prima ancora di provare ad attuare i nostri buoni propositi, forse, almeno per quest’anno, potremmo provare a fermarci un attimo e ad osservarli.

Cercando di capire cosa ci raccontano di noi, dell’immagine che abbiamo di noi stessi, di quanto ci conosciamo realmente, potrebbe rivelarsi più chiaro in quale direzione vogliamo andare veramente.


 

La “Sindrome del Rientro”: anche le vacanze possono far male?

sindrome da rientro

 

 

 

 

 

 

 

Ed eccoci di nuovo a Settembre: chi è riuscito a partire per le vacanze sarà tornato da poco e chi non c’è riuscito, avrà comunque trascorso l’estate –o parte di essa- in maniera diversa rispetto al resto dell’anno.

Ora è il momento di riprendere i vecchi ritmi, di rimettersi all’opera, di fare piani, di agire.

Tutto intorno a noi ci dice che è arrivato il momento di riattivarci: le scuole stanno per ricominciare, i negozi non sono più chiusi per ferie, le Poste sono aperte tutto il giorno, il traffico è di nuovo intenso ed il catalogo Ikea è sul nostro tavolo.

 

E allora: Pronti, Partenza….Via?

Dovremmo sentirci pieni di energie, pronti ad affrontare il nuovo anno di lavoro con determinazione e positività; invece non è così, o almeno non è così per tutti.

Ci sono infatti persone che non riescono a stare per troppo tempo lontane dai propri doveri, dalle proprie abitudini; la fine delle vacanze viene da queste vissuta quasi come un sollievo.

Per altre, invece, riprendere a lavorare a pieno ritmo sembra all’inizio un’impresa quasi impossibile e l’essere costretti a farlo da la sensazione di essere inghiottiti da un meccanismo troppo veloce e, forse, lontano da ciò che davvero si vorrebbe.

Questi vissuti si acuiscono ancora di più quando ad attenderci non c’è una situazione stabile e definita, ma, come purtroppo accade sempre più spesso, una condizione di precarietà, di instabilità, o addirittura la necessità di doversi riattivare nella ricerca di un lavoro.

È allora possibile sperimentare un senso di apatia e di disinteresse per quanto ci circonda, difficoltà di concentrazione, nervosismo e un tono dell’umore depresso.

A questi vissuti possono affiancarsi sintomi di tipo fisico, come insonnia, difficoltà di digestione, emicrania, diffuso senso di malessere, stanchezza e piccole indisposizioni.

 

Cosa sta accadendo?

 

Il passaggio da un periodo relativamente privo di preoccupazioni e scadenze ad uno pieno di responsabilità, doveri ed abitudini, rappresenta un vero e proprio cambiamento che necessità di un periodo di adattamento, in cui l’equilibrio psicofisico deve tenere conto dei nuovi “parametri”.

La capacità di adattamento è variabile da individuo ad individuo e ciò che ne risulta può essere tanto lineare e funzionale, quanto complesso e doloroso, fino a potersi inquadrare, in alcuni casi, in una vera e propria sindrome, che in inglese viene chiamata “Post Vacation Blues”.

I sintomi di questa sindrome sono quelli descritti in precedenza e possono presentarsi con maggiore o minore entità, ed avere una frequenza variabile in base alle caratteristiche personali dell’individuo (cioè alle sue risorse) e a quelle del suo contesto d’appartenenza.

Le condizioni lavorative, familiari, economiche e sociali, possono infatti rappresentare fattori facilitanti o impedenti nel processo di adattamento sopra descritto.

Ciò che è importante sottolineare è il fatto che si tratta comunque di un fenomeno fisiologico che ha caratteristica di temporaneità.

È quindi il caso di porsi in un atteggiamento di allerta, solo nel momento in cui i sintomi dovessero presentarsi in maniera troppo intensa e fossero troppo duraturi; solo a queste condizioni questi potrebbero allora rappresentare il possibile inizio di un disturbo di natura depressiva più importante, da non sottovalutare.

In tutti gli altri casi, è solo necessario avere un po’ di pazienza e cercare di favorire le proprie abilità di coping, cioè di adattamento; può essere utile provare a rispettare il proprio bisogno di immergersi gradualmente nella propria routine ed individuare nel proprio ambiente di riferimento quelle risorse che possono esserci di supporto.

Per il resto, non ci resta che attendere che, nell’arco di alcuni giorni o poco più, i sintomi del disagio vadano ad affievolirsi e si possano finalmente cogliere i benefici dell’estate appena trascorsa.

 

 

ereutofobia

Ereutofobia: Quando arrossire fa paura

A chi non è mai capitato di arrossire e di sentirsi in imbarazzo per questo?

Si tratta di un fenomeno piuttosto diffuso, involontario , relativamente imprevedibile e per lo più vissuto come “scomodo”.

Intendiamoci, il fatto che accada, non basta per farne una patologia.

Tuttavia la frequenza con cui questo fenomeno si verifica,  la sua intensità e, soprattutto, il vissuto che lo accompagna ed i comportamenti che ne conseguono, possono  essere tali da indicare l’esistenza di una vera e propria fobia, denominata Ereutofobia, o Eritrofobia;

Il termine proviene dal greco “ereuto”(arrossisco) e “fobos” (paura). l’etimologia del termine ci fa comprendere che il significato di “eritrofobia” è, appunto,  “aver paura di arrossire”.

L’arrossamento della pelle del viso, come di quella del corpo, è un fenomeno fisiologico, legato ad un maggiore afflusso sanguigno sull’epidermide.

E così, dopo uno sforzo fisico per esempio, o anche durante una brutta influenza, le guancie appaiono rosse, il battito cardiaco aumenta, il respiro diviene affannoso.

In sostanza, il corpo si mobilita per fronteggiare una condizione che si discosta da un precedente equilibrio, al fine di ripristinarlo.

Ebbene, queste stesse reazioni, come molti di noi sanno, possono presentarsi anche quando ci si trovi ad affrontare una situazione che genera un vissuto di forte imbarazzo.

In realtà questa affermazione è una semplificazione, funzionale a descrivere un fenomeno più sfumato e complesso.

È vero infatti che ci si può trovare ad affrontare situazioni che potrebbero essere fonte di imbarazzo e di cui il rossore del volto è una conseguenza; può anche accadere, tuttavia, che non ci sia alcuna esposizione a condizioni potenzialmente imbarazzanti, ma che si arrossisca per ragioni che si fa fatica a comprendere e che, di conseguenza, si provi un forte vissuto di imbarazzo.

Ciò che accomuna le due differenti  situazioni è il trovarsi nella condizione di doversi relazionare ad altre persone.

In effetti, a pensarci bene, quante volte ci è capitato di sentirci in imbarazzo mentre eravamo soli…?

Si arrossisce, insomma, e ci si sente in imbarazzo, quando non si è da soli, quando si è esposti alla presenza di altre persone.

Ma quando è possibile iniziare a parlare di ereutofobia?

Si può parlare di questo disturbo, quando il rischio di arrossire o l’arrossire stesso, generino un disagio tale da instillare una serie di comportamenti consequenziali, tipici di tutte le fobie.

Si parla di fobia quando c’è una paura, costante e intensa, di oggetti o situazioni specifiche, l’esposizione ai quali genera una risposta ansiosa.

Chi ne soffre cerca di evitare lo stimolo fobico, o riesce a sopportarlo con molta fatica, riconoscendo in ogni caso che i suoi timori siano eccessivi o irragionevoli.

Pur con questa consapevolezza, il fobico arriva a condizionare la propria quotidianità, facendo si che la fobia interferisca con la propria attività lavorativa, il tempo libero, gli affetti.

Ma qual è l’oggetto o la condizione specifica che l’eritrofobico cerca di evitare?

Se è vero che  al centro dei pensieri dell’eritrofobico, c’è il rischio di arrossire, è degli altri che il soggetto teme la reazione; egli teme il loro giudizio, il fatto che possano considerarlo un debole o che possano ridere di lui.

È dagli altri che si nasconde, quando cerca di voltarsi, per nascondere il proprio rossore, o quando arriva ad allontanarsi da una conversazione, pur di non essere “scoperto”.

Ed ecco che allora l’ereutofobia assume le caratteristiche di una fobia di tipo sociale, in cui è una situazione sociale o prestazionale a provocare una risposta ansiosa, che, in questo caso, è l’arrossamento del volto.

Insomma, da sempre l’arrossire è semplicemente associato all’imbarazzo, mentre in realtà sembra più opportuno accostarlo alle fobie di tipo sociale, dove l’arrossire diviene strumento di rinforzo per instaurare un circolo vizioso, in cui temiamo che l’altro, guardandoci, riesca a penetrare i nostri sentimenti più segreti.

Cosa può esprimere questo particolare disturbo?

Come tutti i segnali del corpo, anche l’arrossire possiede una sua funzione evoluzionistica, che forse oggi ci sfugge, ma non per questo ha smesso di esistere. Forse, in tal senso, l’arrossire potrebbe veicolare un messaggio all’altro, di ammissione della propria “inferiorità”, come una sorta di “dichiarazione di pace”, o di disponibilità.

In ogni caso potrebbe essere un segnale utile, quanto meno, a ricordarci che siamo innanzi tutto esseri biologici, con delle reazioni che esulano dal nostro controllo.

Ed in effetti l’arrossire altro non è che una perdita di controllo rispetto all’espressione dei propri affetti, dove  il volto smette di essere una “maschera”, per denudare invece l’animo umano.

La psicoanalisi associa la paura di arrossire proprio alla paura di questi affetti e anche, più specificatamente, alla paura della propria Sessualità, intesa come espressione massima del “primordiale”, dell’istintivo, che, fino a quel momento censurato,  è fuoriuscito nella parte più esposta agli altri del nostro corpo.

Il rossore tradisce la nostra volontà di controllo, il desiderio di non essere visti dall’Altro.

Un po’ come se rappresentasse, in tempi di efficientismo e razionalità, una sorta di compensazione.

Per questo motivo, per comprendere l’eritrofobia, è importante porsi rispetto ad essa, non come se si fosse necessariamente di fronte ad una falla da coprire e correggere; ma piuttosto di fronte ad un fenomeno pregno di un significato e veicolo di un messaggio che in qualche modo stiamo inviando a noi stessi.

 

 

 

 

 

 

Quandi il paziente non torna: il Drop-Out

dropoutCiò che spinge una persona a rivolgersi ad uno psicoterapeuta  è, nella maggior parte dei casi, un vissuto di disagio, generato da una “crisi di decisionalità”: una condizione di stallo, da cui la persona non riesce ad uscire autonomamente.

Tuttavia il periodo che precede il primo contatto con un professionista è spesso denso di dubbi e resistenze, tanto che ci sono persone che pensano per mesi, o addirittura per anni alla possibilità di chiedere un sostegno psicologico, ed altre che possono non arrivare mai a questa decisione.

Per questo, riuscire prima a telefonare, e poi a recarsi dallo psicoterapeuta, viene generalmente vissuto con sollievo, come se la difficoltà più rilevante fosse appena stata superata.

Sicuramente la capacità delle persone di aggirare le proprie paure e le proprie reticenze, rivolgendosi ad un professionista, dimostra  la presenza di risorse importanti.

Ma affacciarsi ad un percorso  “immaginato” è cosa diversa dal percorso vero e proprio.

Non è in fondo questo secondo  il momento in cui il paziente deve necessariamente e finalmente confrontarsi con la realtà della relazione terapeutica ed essere in grado di sostenerla?

Potrebbe, allora,  essere questo uno scoglio ancora più grande del precedente?

Presumibilmente si, visto che l’esperienza del drop out è comune a tutti gli psicoterapeuti a prescindere dal loro orientamento e dalla loro esperienza.

Con il termine “Drop out”, che in inglese significa “ritirarsi”, ci si riferisce a quel fenomeno in cui un paziente interrompe prematuramente il percorso psicoterapeutico intrapreso.

Alcuni pazienti, seppur giunti in psicoterapia perché spinti da difficoltà che li avevano motivati ad incontrare lo psicoterapeuta, decidono improvvisamente di interrompere il percorso nella sua fase iniziale(dal primo incontro ai primi 3 mesi), a volte comunicando al terapeuta la propria decisione, altre volt, invece, senza alcuna comunicazione in merito.

Si tratta, in realtà, di un evento che si verifica anche in altri ambiti: un utente smette di avvalersi di un servizio prima che quel servizio sia stato compiuto nella sua interezza.

Una scelta dell’utente quindi, evidentemente legittima e conseguente al precoce raggiungimento dell’obiettivo, o al contrario alla sua insoddisfazione: un fenomeno “lineare”, basato su una logica di tipo “causa-effetto”, che sembrerebbe non necessitare di  alcun tipo di approfondimento.

Se forse questo può essere vero in altri contesti,  può essere riduttivo ragionare in questi termini anche nel caso della psicoterapia.

Il percorso psicoterapeutico è infatti un processo in cui non si cercano cause di effetti, ma piuttosto nessi e significati: anche un fenomeno come il “drop out” va significato, compreso e quanto più possibile prevenuto.

Ma quali possono essere le ragioni per cui si decide di interrompere un trattamento al suo inizio e senza quindi essersi dati l’opportunità di trarne beneficio?

Chi si rivolge uno psicologo, lo fa con tutta una serie di aspettative sull’incontro con lo psicoterapeuta e sulla psicoterapia.

E proprio le divergenti aspettative del paziente e dello psicoterapeuta, rappresentano uno degli elementi alla base della scelta di abbandonare il percorso appena intrapreso.

Spesso i pazienti arrivano in terapia convinti di trovare un operatore pronto ad elargire consigli: su come comportarsi in una data situazione, come risolvere un sintomo, come aiutare un’altra persona etc.

Come se lo psicoterapeuta fosse depositario di un sapere “assoluto” ed il suo compito fosse quello di insegnarlo al paziente.

Altre volte, il paziente identifica la figura dello psicoterapeuta con quella del medico, presentandosi quindi al professionista come un malato che deve essere curato, possibilmente con precisione chirurgica e rapidità farmacologica.

Il paziente sembra quindi mettersi, almeno inizialmente, in una posizione di “attesa” verso la risoluzione proposta dal clinico.

Niente di male: il paziente va in psicoterapia per fare il paziente e sta allo psicoterapeuta cercare di stimolare nuovi punti di vista.

L’esistenza stessa della psicoterapia dipende dalla Partecipazione di entrambi i componenti della coppia psicoterapeutica: dipende, in sostanza, dal nascere di una Relazione.

 Naturalmente il fenomeno del drop out è molto complesso e dipendente da molteplici altre variabili.

Gli studi condotti in proposito hanno dimostrato, per esempio, una correlazione tra drop out e  variabili quali l’età, il sesso e le caratteristiche socio demografiche dei paziente;  tratti caratteriali dello psicoterapeuta etc.

Tuttavia ciò che può essere interessante in questa sede è indicare l’influenza sul fenomeno della motivazione del paziente al trattamento, che in qualche modo mette in gioco anche lo psicoterapeuta e la sua abilità di entrare in relazione con il paziente.

La motivazione è un concetto che di per sé risulta vago e che deriva da altre componenti, come per esempio la presenza di obiettivi a lungo termine; la necessità di ottenere un cambiamento, la risoluzione di alcuni sintomi o la mancata risoluzione degli stessi; la capacità di tollerare la frustrazione che il trattamento inevitabilmente comporta; l’inclinazione ad accettare spiegazioni di tipo psicologico.

Compito dello psicoterapeuta non può essere quello di farsi carico completamente di una motivazione che nasce in primo luogo dal paziente stesso; ma può essere quello di contribuire ad alimentarla, attraverso la propria presenza, attraverso il reale interesse –professionale ed umano- verso la persona che si ha davanti e attraverso il proprio autentico impegno.

Per questo, il fenomeno del drop out deve sempre interrogare il paziente come lo psicoterapeuta, sul significato dello stesso e può rappresentare un importante spunto di riflessione su come ci si è posti in quella relazione.

La relazione psicoterapeutica infatti è una relazione che vive su un piano totalmente unico rispetto alle relazioni che normalmente ciascuno di noi vive nel proprio quotidiano.

Essa si muove su una dimensione di tipo professionale, centrata sul raggiungimento di obiettivi concordati e ridefiniti nel tempo.

Ma resta comunque una relazione umana, centrata su affetti ed emozioni; e che di ricordi, affetti, emozioni e relazioni tratta.

Non può pertanto che essere un gioco di squadra, dove esistono le scelte del singolo individuo, su cui l’altro non può incidere e dove esiste contemporaneamente un terreno di collaborazione e reciprocità.

Il drop out si inserisce in questo terreno in maniera sfumata, rappresentando a volte una scelta indipendente dall’intervento, altre volte l’effetto di una corresponsabilità, che si gioca tuttavia sul silenzio di parole non dette ed emozioni vissute, il cui esito è la separazione.

Quest’ultima è una scelta che va rispettata e che ha sicuramente un senso: spesse volte anche durante i primi colloqui si attivano per altro risorse e riflessioni che sono utili al paziente e che possono anche generare circoli virtuosi.

Resta tuttavia importante  il confronto su questa stessa scelta ; o quanto meno, se questo confronto proprio non è possibile, è importante che questa scelta non venga chiusa in un cassetto e resa muta, ma che divenga uno spunto per cogliere nuovi significati e nuove strade.

 

Fonti: Cognitivismo clinico (2006)  “ll drop out nei disturbi di personalità: una review degli studi degli ultimi vent’anni” (K. Aringolo)

Cognitivismo clinico (2008) “il drop out nella terapia cognitivo-comportamentale: risultati da uno studio-caso controllo” (A. Rossi et al.)

“Mangiarsi le unghie”: L’onicofagia.

mangiarsi le unghieL’onicofagia, ossia il “mangiarsi le unghie” viene comunemente -ed erroneamente- considerata come un “vizio”: un comportamento, cioè, indice di una “debolezza” di fondo da parte di chi lo mette in atto, che, se solo si applicasse, potrebbe benissimo farne a meno.

Se queste sono le considerazioni più diffuse, non sorprende il fatto che le reazioni di fronte a qualcuno che si mangia le unghie –il nostro bambino, nostro marito- possano essere di comprensibile irritazione.

La letteratura scientifica ci aiuta a capire come, invece l’onicofagia, sia un comportamento più complesso, meritevole della nostra attenzione ed osservazione.

L’onicofagia è infatti, molto spesso, espressione di un vero e proprio disagio di tipo psicologico: disagio che può essere transitorio o di lunga durata e che può esprimersi con intensità differente.

Il comportamento onicofagico, quindi, non sempre deve destare particolari preoccupazioni: esso può essere espressione di un’ansia non particolarmente eccessiva e transitoria;nei bambini, può anche essere un atteggiamento puramente imitativo – che riproduce quanto si osserva negli adulti.

Esistono, tuttavia, casi anche gravi di questo comportamento: espressione, allora, di un disagio psicologico più marcato.

È allora in questi casi, o per prevenirli, che può essere opportuno un approfondimento.

L’onicofagia, nella letteratura scientifica, viene fatta rientrare tra i “disturbi del controllo degli impulsi”.

La caratteristica fondamentale di questi ultimi è l’incapacità di resistere ad un bisogno percepito come impellente, per il quale si prova una crescente tensione, fino al suo soddisfacimento.

In seguito ad esso, da un lato compare un senso di sollievo, dall’altro sensazioni spiacevoli, di colpa ed inadeguatezza per quanto compiuto.

Generalmente l’onicofagia fa la sua comparsa durante l’età evolutiva per poi dissolversi in età adulta; tuttavia è possibile che il disturbo permanga per molti anni, o diventi addirittura cronico; oppure che si ripresenti ciclicamente,durante periodi di particolare stress o ansia.

L’onicofagia, infatti, sembra essere associata ad uno stato di ansia, che, per esempio nei bambini, può essere legata a momenti particolari, quali la nascita di un fratellino, l’inizio della scuola, litigi familiari particolarmente intensi e frequenti, aspettative eccessive nei suoi confronti, etc.


Possibili interpretazioni psicodinamiche.

Per ogni individuo ogni sintomo/comportamento disfunzionale ha un significato articolato e del tutto personale.

In ogni caso, da un punto di vista psicodinamico, l’onicofagia, in quanto comportamento che coinvolge l’oralità di chi la mette in atto,viene generalmente ricondotta ad una delle fasi di sviluppo denominata fase orale: si tratta di quel periodo della vita del bambino in cui la bocca rappresenta il principale “sensore” dell’ambiente circostante, il filtro tra lui ed il mondo; lo strumento di unione con la propria madre, il principale “mezzo” di sopravvivenza.

Portarsi le mani alla bocca può allora richiamare quelle sensazioni di rassicurazione che prova il bambino durante la suzione ed esprime, in qualche modo, una sorta di “fissazione” a quella fase; come se, durante quella fase, ci fosse stato un “blocco”, che costringe l’individuo a ritornarci, seppure inconsapevolmente, per cercare rassicurazione con quelle stesse modalità invece che con modalità più funzionali.

Allo stesso tempo, il mangiare le proprie unghie può essere considerato un atto auto-lesionistico.

Nell’atto di mordere le unghie e/o i tessuti circostanti, provocandone l’accorciamento come anche l’eliminazione di irregolarità tissutali, si può provocare dolore, sanguinamento, ed anche infezioni.

Per questo motivo alcuni studiosi individuano nell’onicofagia un’espressione di aggressività, in soggetti che, evidentemente, non riescono ad esprimere la propria rabbia se non che verso se stessi.

Il soggetto sposta sul proprio corpo delle emozioni –di rabbia, di ansia o di paura- che egli non riesce a gestire simbolicamente: gli è quindi necessario renderle “tangibili”, attraverso la produzione di effetti visibili.

Questa modalità di gestione allevia solo apparentemente e transitoriamente la tensione percepita dal soggetto, in quanto in realtà gli impedisce di elaborare i propri vissuti da un punto di vista simbolico.

Da tutte queste considerazioni si può evincere come anche in questo caso l’intervento di uno psicologo può essere opportuno: per stimolare la comprensione delle emozioni sottosanti a questo comportamento e per imparare a gestirle in maniera più funzionale.

 

“Non ci vedo più dalla fame”. Emotional Eating, la Fame Nervosa

 

Il DSM V, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, è ormai arrivato alla sua quinta edizione,  e vede un ulteriore ampliamento di diverse categorie diagnostiche, tra le quali figura anche quella dei Disturbi Alimentari.

I Disturbi Alimentari erano precedentemente  raggruppabili nelle due grandi categorie dell’Anoressia e della Bulimia.

Molti dei disturbi a cui oggi si è dato un nome, erano precedentemente classificati nella categoria N.A.S, che significa “non altrimenti specificati”.

Se da un lato questo ampliamento ci parla del progresso scientifico nello studio della mente umana, non si deve d’altro canto sottovalutare il rischio  di “patologizzare” ogni fenomeno psichico.

È quindi bene ricordare come l’attribuzione di un nome ad una condizione psicologica,  non ne definisce di per sé la gravità .

Perché questa premessa per parlare di fame nervosa?

Perché questa affermazione assume un’importanza particolare se parliamo di comportamenti alimentari e, nello specifico, di “Fame nervosa” o Emozional  Eating.

Si parla di fame nervosa quando il bisogno emozionale di cibo prevale su quello biologico e, pur cercando di resistere, si perde infine il controllo e si mangia una quantità eccessiva di cibo in risposta a delle emozioni tendenzialmente spiacevoli, come ansia, tristezza, preoccupazione, rabbia.

Quindi quando si mangia anche se non si è particolarmente affamati, vuol dire che dietro c’è sempre un problema di tipo psicologico?

Non è possibile pensare che  l’essere umano si nutra sempre e solo in base ad una spinta di natura biologica, priva di alcuna valenza emozionale.

Il nesso tra emozioni e cibo è certo, ma ciò non implica di per sè la presenza di problematiche psicologiche.

In qualche misura, l’uso del cibo come forma di compensazione di un disagio transitorio è quanto di più comune possa capitare.

La fame nervosa può però rappresentare un problema, quando accade troppo spesso che la capacità di controllo dell’individuo venga meno ed agli attacchi di fame seguano delle “abbuffate” che incidono sul nostro umore e sulla stima di noi stessi.

Questo fenomeno nasce come tentativo dell’individuo di rispondere al proprio disagio emotivo attraverso il cibo, utilizzandolo in maniera non adeguata.

L’ingestione di cibo infatti non “cura” il disagio, ma attiva una spirale di comportamenti compulsivi che anzi lo alimentano.

Ma cos’è che spinge un individuo a rispondere alla propria sofferenza con il consumo di cibo?

Spesso, alla base, ci sono diversi aspetti.

Intanto c’è un’emozione spiacevole, che l’individuo ha difficoltà innanzi tutto a riconoscere.

Non sempre infatti si è consapevoli di mangiare, per fare un esempio, perché “ci si sente soli”.

L’alimentazione smodata è in questo senso una sorta di “coperchio” ed è per questo che è molto importante imparare prima di tutto ad ascoltarsi.

Poi, c’è un modo “scorretto” di gestire le proprie emozioni.

Come se non si riuscisse a contenerle, trattenerle, osservarle, senza improvvisare un rimedio immediato e magari inadeguato.

Ed ecco che allora si ricorre al cibo: lo strumento più immediato per trovare soddisfazione, ciò che, facendoci sentire pieni, ci permette di non cogliere i nostri “vuoti”.

Il cibo ci riconduce alle cure primarie che abbiamo ricevuto, quando il nutrimento da parte di chi si prendeva cura di noi era anche un veicolo d’amore; quando, infine, era la bocca la nostra porta verso il mondo, da cui ricevevamo affetto, con cui sperimentavamo l’ambiente, che ci garantiva la nostra sopravvivenza.

Quando, però, in quella fase della vita, sono stati vissuti dei disagi di cui magari non si ha più memoria ed in cui si annodano conflitti irrisolti, allora sarà proprio a quella fase dell’esistenza che la persona tenderà ad “ancorarsi”, utilizzando quegli antichi canali (il cibo, la bocca) per esprimere se stessa.

Ed ecco che allora un buon principio, potrebbe essere quello di interrogarsi e cercare di conoscersi, di leggere le proprie emozioni, di intraprendere un percorso in cui si apprenda, col tempo, a cercare altrove e diversamente, ciò che ci manca davvero.

Psicologia in Pillole: I Test Psicologici

Non è raro trovare su internet degli accattivanti link che propongono l’uso di “test”, per capire alcune nostre caratteristiche: “Scegli una di queste porte e ti dirò chi sei!”, è un esempio. In realtà, come è facile immaginare, questi “test” non si basano su alcun presupposto scientifico, ma si limitano a rifare il verso ai cosiddetti Reattivi Psicologici, o Test, che rappresentano un contributo scientifico della psicologia sia alla pratica clinica che allo studio del comportamento. ll termine “test” viene dal latino "testum", che vuol dire “vaso”; nel francese antico, la parola “test” indicava proprio il vaso che gli alchimisti utilizzavano per saggiare l’oro. Fin da quei tempi, quindi, il termine andava ad indicare uno strumento utile a valutare qualche elemento. I test psicologici sono degli strumenti che misurano le differenze tra individui o in uno stesso individuo, di fronte a condizioni diverse; è proprio a partire da questa capacità di misurare che la psicologia si è potuta differenziare dalla filosofia, divenendo una scienza autonoma. Certo i test non forniscono delle misure assolute, perché non esiste una unità di misura (per esempio, volendo misurare l’intelligenza); piuttosto, si misurano le differenze, ossia quanto un individuo si discosta da un campione di riferimento. L’assunto su cui si basano i test è che ogni individuo ha una sua struttura psicologica che ne orienta il comportamento; quindi ogni individuo reagirà a suo unico modo di fronte ad uno stesso stimolo.

Una mappa delle sensazioni fisiche associate alle emozioni

Di seguito un interessante articolo pubblicato su "Le Scienze", relativo al rapporto esistente tra le nostre emozioni e le reazioni corporee ad esse associate.

"Espressioni come "ho il cuore spezzato" o "sento un brivido lungo la schiena" potrebbero avere un significato letterale, poiché le nostre emozioni si riflettono sul nostro corpo, e in aree ben specifiche a seconda dell'emozione.

Lo ha dimostrato un gruppo di ricercatori finlandesi dell'Università di Tampere e della Aalto University, che sono riusciti addirittura a realizzare una mappa delle associazioni fra le parti del corpo e le emozioni collegate: scoprendo inoltre che la mappa è universale, ossia indipendente dalla cultura di appartenenza.

Numerosi studi hanno dimostrato che dal punto di vista biologico i meccanismi emozionali servono a preparare l'organismo ad affrontare le sfide incontrate nell'ambiente regolando l'attivazione differenziale del sistema nervoso cardiovascolare, muscolo-scheletrico, neuroendocrina, e autonomo. Secondo i principali modelli neuroscientifici, la presa di coscienza di questi stati emotivi sarebbe innescata proprio dalla percezione dei relativi stati corporei, in modo da permettere una risposta più adeguata al problema posto dall'ambiente. Tuttavia, era ancora in dubbio se i cambiamenti corporei associati alle varie emozioni fossero sufficientemente specifici da spiegare le distinte sensazioni che le contraddistinguono. Inoltre, non era chiaro quale fosse la distribuzione topografica delle sensazioni fisiche legate alle diverse emozioni. Una mappa delle sensazioni fisiche associate alle emozioni. A risolvere la questione è giunto ora lo studio condotto da Lauri Nummenmaa e colleghi – che firmano un articolo sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” – nel quale hanno preso in esame 701 soggetti, in parte di cultura occidentale e in parte di cultura cinese, ai quali sono stati proposti racconti, filmati, espressioni facciali, parole emotivamente significative, chiedendo loro di indicare su due sagome di un corpo umano quali parti percepivano come più attivate e meno attivate del normale quando veniva loro presentato uno stimolo emotivo. Le sensazioni agli arti superiori sono così risultate più importanti nelle emozioni orientate all'approccio (in senso positivo e negativo), come rabbia e felicità, mentre una sensazione di ridotta attività agli arti è una caratteristica distintiva della tristezza. Le sensazioni che coinvolgono il sistema digestivo e la regione della gola sono state trovate particolarmente marcate nel disgusto. A differenza di tutte le altre emozioni, che sono collegate a regioni specifiche, la felicità è invece risultata associata a un miglioramento delle sensazioni in tutto il corpo. Inoltre, le emozioni complesse (ansia, amore, depressione, disprezzo, orgoglio, vergogna, invidia) hanno mostrato una correlazione alle sensazioni corporee più debole rispetto alle cosiddette emozioni primarie (rabbia, paura, disgusto, felicità, tristezza e sorpresa), con l'eccezione di ansia e depressione, che mostravano una strettissima somiglianza con gli stati emotivi primari rispettivamente di paura e tristezza. Anche se alcune parti del corpo sono risultate quasi sempre coinvolte – in particolare la testa, quasi sempre più attivata del normale, sia pure in varia misura –

dall'analisi complessiva delle risposte è apparso che alle diverse emozioni corrispondevano mappe corporee statisticamente ben distinguibili, che le aree coinvolte corrispondono bene ai più importanti cambiamenti fisiologici associati alle diverse emozioni, e che le mappe erano sostanzialmente la stesse sia nelle persone di cultura occidentale sia in quelle di cultura orientale. 

Fonte: http://www.lescienze.it/news/2014/01/02/news/mappa_corporea_emozioni_percezione-1945453/

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