Categoria: Articoli Psicologia

Una mappa delle sensazioni fisiche associate alle emozioni

Di seguito un interessante articolo pubblicato su "Le Scienze", relativo al rapporto esistente tra le nostre emozioni e le reazioni corporee ad esse associate.

"Espressioni come "ho il cuore spezzato" o "sento un brivido lungo la schiena" potrebbero avere un significato letterale, poiché le nostre emozioni si riflettono sul nostro corpo, e in aree ben specifiche a seconda dell'emozione.

Lo ha dimostrato un gruppo di ricercatori finlandesi dell'Università di Tampere e della Aalto University, che sono riusciti addirittura a realizzare una mappa delle associazioni fra le parti del corpo e le emozioni collegate: scoprendo inoltre che la mappa è universale, ossia indipendente dalla cultura di appartenenza.

Numerosi studi hanno dimostrato che dal punto di vista biologico i meccanismi emozionali servono a preparare l'organismo ad affrontare le sfide incontrate nell'ambiente regolando l'attivazione differenziale del sistema nervoso cardiovascolare, muscolo-scheletrico, neuroendocrina, e autonomo. Secondo i principali modelli neuroscientifici, la presa di coscienza di questi stati emotivi sarebbe innescata proprio dalla percezione dei relativi stati corporei, in modo da permettere una risposta più adeguata al problema posto dall'ambiente. Tuttavia, era ancora in dubbio se i cambiamenti corporei associati alle varie emozioni fossero sufficientemente specifici da spiegare le distinte sensazioni che le contraddistinguono. Inoltre, non era chiaro quale fosse la distribuzione topografica delle sensazioni fisiche legate alle diverse emozioni. Una mappa delle sensazioni fisiche associate alle emozioni. A risolvere la questione è giunto ora lo studio condotto da Lauri Nummenmaa e colleghi – che firmano un articolo sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” – nel quale hanno preso in esame 701 soggetti, in parte di cultura occidentale e in parte di cultura cinese, ai quali sono stati proposti racconti, filmati, espressioni facciali, parole emotivamente significative, chiedendo loro di indicare su due sagome di un corpo umano quali parti percepivano come più attivate e meno attivate del normale quando veniva loro presentato uno stimolo emotivo. Le sensazioni agli arti superiori sono così risultate più importanti nelle emozioni orientate all'approccio (in senso positivo e negativo), come rabbia e felicità, mentre una sensazione di ridotta attività agli arti è una caratteristica distintiva della tristezza. Le sensazioni che coinvolgono il sistema digestivo e la regione della gola sono state trovate particolarmente marcate nel disgusto. A differenza di tutte le altre emozioni, che sono collegate a regioni specifiche, la felicità è invece risultata associata a un miglioramento delle sensazioni in tutto il corpo. Inoltre, le emozioni complesse (ansia, amore, depressione, disprezzo, orgoglio, vergogna, invidia) hanno mostrato una correlazione alle sensazioni corporee più debole rispetto alle cosiddette emozioni primarie (rabbia, paura, disgusto, felicità, tristezza e sorpresa), con l'eccezione di ansia e depressione, che mostravano una strettissima somiglianza con gli stati emotivi primari rispettivamente di paura e tristezza. Anche se alcune parti del corpo sono risultate quasi sempre coinvolte – in particolare la testa, quasi sempre più attivata del normale, sia pure in varia misura –

dall'analisi complessiva delle risposte è apparso che alle diverse emozioni corrispondevano mappe corporee statisticamente ben distinguibili, che le aree coinvolte corrispondono bene ai più importanti cambiamenti fisiologici associati alle diverse emozioni, e che le mappe erano sostanzialmente la stesse sia nelle persone di cultura occidentale sia in quelle di cultura orientale. 

Fonte: http://www.lescienze.it/news/2014/01/02/news/mappa_corporea_emozioni_percezione-1945453/

Buon Natale: psicologia del regalo e del dono.

albero di natale, regali 149762

Oggi è il 24 dicembre e sulle strade si riversano tutti coloro che devono ancora finire di fare i regali di Natale.

È tutto un rincorrersi di negozi e buste, di ripensamenti e nuove idee, di telefonate, di conti e di pentimenti, di soddisfazione e senso di sollievo.

Poi naturalmente dipende: ogni persona può avere una propria modalità di gestione del caso, delle proprie strategie di sopravvivenza.

C’è chi ha pianificato e scelto da tempo i regali da fare e che quindi, in un giorno come questo, deve solo eseguire -con maggiore o minore compiacimento- un piano già prestabilito; c’è invece chi alla Vigilia si lascia dominare dalla più totale improvvisazione, rendendo questa giornata -che potrebbe essere quasi magica- una fonte di stress.

Eppure, nonostante gli iniziali propositi di moderazione, spontaneità e rigore, sono pochi coloro che riescono a resistere alla tentazione finale di trovare, quasi obbligatoriamente, un regalo per tutti, qualunque esso sia.

Come se non fosse pensabile presentarsi a mani vuote, come se fossimo spinti da un bisogno da colmare, piuttosto che da un desiderio consapevole.

E allora cerchiamo di capire cosa ci accade durante la Vigilia di Natale.

L’atto di regalare è innanzi tutto un atto sociale, un rito collettivo pregno di significati, che regola il rapporto tra persone e che veicola un messaggio a doppio senso, sia da parte di chi regala che di chi riceve.

Ma in tempi di individualismo e consumismo, fare regali rischia di divenire un gesto volto ad assolvere i bisogni del donatore piuttosto che di chi riceve il regalo, un gesto finalizzato ad attivare uno scambio sterile ed obbligato, un’azione volta ad ottenere in chi lo fa dei benefici, che possono andare dalla benevolenza di qualcuno, alle conferme personali, fino alla celebrazione di sé, a volte in un contesto -come quello natalizio e quindi, nella maggior parte dei casi, familiare- in cui il regalo viene pensato come espressione di se stessi in contrapposizione agli altri, in una sorta di competizione colma di ansie da prestazione.

Cosa diversa è invece saper donare come espressione di affetto autentico, come gesto di riconoscimento dell’altro e della relazione esistente.

Per cogliere la differenza tra questi due atteggiamenti, possiamo ricorrere al significato delle parole “regalo” e “dono”, generalmente utilizzate in maniera interscambiabile, in realtà in maniera scorretta.

Il termine regalo  proviene dal latino regalis (regale), rex (re) e attraverso lo spagnolo “regalo” (dono al re) sta ad indicare un tributo a chi meriti un riconoscimento, un dazio che si è obbligati ad offrire senza che esso veicoli contenuti affettivi.

Il termine “dono”, dal latino donum invece richiama l’atto di dare all’altro in maniera disinteressata.

Il regalo è una sorta di ricompensa, un tributo, un atto finalizzato a ricevere qualcosa indietro, o comunque l’adempimento di un obbligo che comunica all’altro l’assenza di una dimensione affettiva articolata e profonda e che riflette, quindi, lo stato della relazione in corso.

Il dono, invece, è proprio un’azione di rivelazione di sé da un punto di vista affettivo, è un gesto intimo e creativo che celebra la relazione tra donatore e ricevente, la capacità del primo di esporsi nel farsi conoscere, nel donarsi, nel capire l’essenza e le esigenze dell’altro, assumendosi il rischio di essere rifiutati; nel secondo, la capacità di ricevere, di saper accogliere, anche assumendosi il rischio di essere invasi, di rimanere frustrati e delusi.

Donare è un atto di investimento in una relazione, di confronto con l’altro e con le sue reazioni, di assunzione del rischio di insuccesso, proprio come accade quando intraprendiamo una nuova relazione affettiva e ci poniamo di fronte ad essa con le nostre paure e il nostro coraggio.

Ecco che allora il nostro modo di fare (o non fare) regali natalizi può fornirci uno spunto di riflessione in questo senso: rispetto al nostro modo più generale di “stare al mondo”, alla nostra capacità di darci agli altri, di esprimere i nostri sentimenti, di lasciarci andare o di utilizzare il regalo consumistico e poco “pensato”, affettivamente parlando, come difesa dal donarsi autentico, dell’essere se stessi, del mettersi in gioco davvero.

 

 

 

“La grotta interiore. Il Natale che è in noi” di Anna Maria Finotti Ed. Ancora, 2004.

la grotta interiore

L’autrice accompagna il lettore in un viaggio alla riscoperta del vero significato del Natale, oggi perso in nome del consumismo, inteso non dal punto di vista religioso ma simbolico.

Il Natale, che cade nel periodo più buio dell’anno -a ridosso del solstizio d’inverno- attraverso le sue luci ed i suoi colori e la celebrazione della nascita di un Salvatore, vuole proprio simboleggiare la resurrezione  dell’anima dall’oscurità, attraverso un rito collettivo che ne rafforza la speranza.

 In questo senso  il Natale è la celebrazione dell’Uomo, o meglio ancora dell’uomo ridestato dalla Luce e della possibilità di rinascita, di guarigione.

Un libro per chi volesse provare a ritrovare un senso antico ma allo stesso tempo innovativo a queste festività.

La sindrome delle festività natalizie: perchè a qualcuno non piace il Natale.

È di nuovo Natale e, nonostante la crisi costringa a rivedere molte delle passate abitudini, la grande macchina delle festività natalizie è partita anche quest’anno, e molti di noi sono già alle prese con regali da comprare, menù da organizzare e, per i più fortunati, ristoranti da prenotare.

Così, oltre agli impegni quotidiani molto spesso già gravosi, si vengono ad aggiungere quelli legati alle festività e questo, in qualche modo, può essere considerato una fonte di stress più o meno rilevante a seconda degli oneri da perseguire e delle peculiarità caratteriali dei singoli individui.

Vi sembra troppo?

Il termine stress fu coniato dal fisiologo Hans Selye ed  indica quella condizione di crisi che consegue ad un cambiamento nell’equilibrio tra organismo e ambiente ed a cui l’organismo non riesce a far fronte.

“Stress” non è sinonimo di malattia, ma indica le particolari risposte fisiologiche dell’organismo ai cambiamenti dell’ambiente.

Ed ecco allora che la marcata alterazione dei ritmi abituali già costituisce di per sé un cambiamento potenzialmente stressogeno.

E questo infatti è vero per qualunque forma di “squilibrio”, anche positivo, come, per esempio, una vacanza o un matrimonio.

Ma se è davvero difficile sentirsi depressi per un viaggio imminente, non si può dire lo stesso per il Natale.

Se è vero che ci sono persone entusiaste di queste festività, molte altre, se solo potessero, le eviterebbero volentieri.

Ma perché esistono vissuti così differenti rispetto al Natale?

Cerchiamo di capire se si tratta di semplici differenze caratteriali o di qualcosa di diverso.

Il Natale è una festa ormai diffusa e celebrata in tutto il mondo, che tuttavia, nel tempo, ha perso il suo significato originale, non solo religioso ma anche simbolico, per divenire più che altro una celebrazione del consumismo.

La famiglia assume una posizione centrale in questa festività, tuttavia essa segue oggi modelli sociali diversi da quelli di un tempo, che durante il Natale vengono riattualizzati come se rappresentassero una realtà viva o un ideale da perseguire.

Non c’è quindi piena aderenza tra la realtà e come essa viene rappresentata, costringendo i singoli a dover vivere una sorta di falsificazione più o meno amplificata; obbligandoli a doversi confrontare con aspetti irrisolti dei propri legami familiari e con le contraddizioni insite nel dover esprimere e ricevere affetto anche da chi, durante il resto dell’anno, non fa parte in maniera così determinante della nostra vita.

Dinamiche familiari in qualche modo sopite o messe da parte dalla lontananza fisica ed emotiva riemergono con facilità, ed è come se ci si trovasse costretti a dover rindossare ruoli precostituiti che non ci appartengono più, ma che la famiglia tende a riattualizzare.

I legami familiari vengono sostanzialmente esaltati ed idealizzati e questo può avere delle ripercussioni anche ed ancor più su chi questi legami non li possiede o li ha persi.

Il clima natalizio, in sostanza, può portare i singoli individui nella condizione di sentirsi obbligati ad essere in armonia con gli altri e con se stessi, come se questo momento dell’anno, di ritrovo con chi ci conosce da sempre ed è testimone delle nostre evoluzioni nel tempo, spingesse i singoli a dover dimostrare qualcosa, a rendere gli altri spettatori di una qualche prestazione.

Ed ecco che allora questo può farci sentire inadeguati, non rispondenti  cioè alle presunte o reali aspettative dei familiari. E farci sentire in colpa per questo.

Bibliografia

“Christmas effect” (Sansone, Randy A., The Christmas Effect on Psychopathology, Innovations in Clinical Neuroscience, 2011).

 

Lo psicologo senza divano

Lo psicologo senza divano: interventi di sostegno psicologico in un setting domiciliare

Nell’immaginario comune, l’intervento dello psicologo è normalmente rappresentato dal percorso psicoterapeutico individuale, svolto all’interno di uno studio, pubblico o privato. Ad onor del vero, gli ambiti di intervento in psicologia sono molteplici , almeno in potenza: gli psicologi, infatti, sono presenti (o potrebbero esserlo, se ci fossero adeguate risorse economiche) nelle scuole, negli ospedali, nelle aziende ed in tutti quei contesti, insomma, in cui la comprensione dei meccanismi psicologici e l’intervento sugli stessi possano apportare dei benefici. In ogni caso, per strutturare qualunque tipo di intervento, in qualunque ambito ci si trovi, riveste un’importanza particolare la creazione di un setting adeguato. Ma è nell’ambito degli interventi di sostegno psicologico e di psicoterapia che esiste un’ampia letteratura in merito e dove il setting riveste una posizione, se possibile, ancora più determinante.

Ma cos’è il setting?

Con il termine “setting” ci si riferisce a quelle coordinate spazio-temporali che costituiscono la cornice entro cui si svolge il rapporto consulenziale – terapeutico. A diversi approcci teorici corrispondono diverse sfumature nel modo in cui si costruisce questa cornice, che vengono “indossate” dal professionista anche attraverso il filtro delle proprie caratteristiche personali. In generale, ciò che si cerca di strutturare attraverso la “manipolazione” del setting, è una certa costanza delle variabili presenti: ad esempio l’ orario, il luogo e la durata dell’incontro, al fine di promuovere un senso di continuità e di stabilità nella relazione terapeutica. Connotando il contesto in una maniera il quanto più possibile neutra, dove cioè non siano presenti delle caratteristiche troppo personali o troppo specifiche, si vuole invece favorire lo sviluppo di una relazione terapeutica che non sia condizionata da variabili di qualche tipo. È infine importante che venga strutturato un setting privo di interferenze esterne, protetto e privato. Per questo, è necessario, anche se non sempre possibile, che gli incontri avvengano in un luogo chiuso in cui ci sia una porta che –possibilmente- non venga aperta da terzi durante il colloquio. Generalmente, infine, è considerato un dato condiviso che la scelta del paziente di rivolgersi ad uno psicologo sia libera ed autonoma e che questo si traduca, su un piano pratico, anche nel fatto che sia il paziente stesso a recarsi dallo psicologo, e non viceversa. Il rapporto psicologo-paziente vuole infatti fondarsi su un principio di libera scelta, condizione imprescindibile per lo svolgimento della relazione stessa e per la sua efficacia. Un rapporto autentico, del resto, non potrebbe mai nascere da un obbligo e la psicologia vuole essere uno strumento fruibile per tutti, in cui gli individui esercitino il libero arbitrio. Ma siamo così certi che sia sempre possibile che l’intervento psicologico, per come è impostato, sia accessibile a tutti?

Possono esserci delle condizioni specifiche in cui i parametri del setting, ritenuti così importanti, passino in secondo piano al fine di poter effettuare incontri che, altrimenti, non potrebbero aver luogo?

La questione in realtà è piuttosto controversa e la strutturazione di un setting “classico” resta ancora la miglior garanzia di un intervento di efficacia. Tuttavia esistono alcune situazioni specifiche in cui un paziente non è in grado di lasciare il proprio domicilio ed è allora in questi casi che è possibile valutare l’ipotesi di un intervento che prescinda dai parametri sopra descritti. Potrebbe risultare difficile capire come sia possibile che, in assenza delle condizioni ottimali create dal setting ideale, si possa in ogni caso realizzare un intervento psicologico. Questi parametri, come abbiamo visto, sono funzionali a creare delle condizioni interne, esperibili nella “coppia” terapeutica. E infatti  il setting è anche e soprattutto una disposizione interna, del professionista prima e della coppia terapeutica poi, che può quindi esistere, ed avere una sua efficacia – seppur con molta più fatica – a prescindere dal contesto in cui lo psicologo sta intervenendo. Lo psicologo deve essere in grado di portare nella relazione, a prescindere dal setting esterno ma che il setting esterno facilita e tutela, condizioni di neutralità, di giusta distanza, di autentica partecipazione ed accoglienza dell’altro;  di impegno, stabilità e riservatezza. Ed è allora partendo da queste ultime considerazioni che sembra possa aprirsi un discorso che dia senso agli interventi psicologici svolti in un contesto domiciliare, laddove siano presenti determinate condizioni specifiche e particolari nei pazienti, che rendano l’intervento a domicilio un’alternativa auspicabile se non che l’unica possibile. Determinare queste condizioni non è un’operazione scontata ed è senz’altro opportuno valutare caso per caso la fattibilità dell’intervento. Sono tuttavia molte, purtroppo, le persone che si trovano a dover gestire delle condizioni fisiche o anche psicologiche invalidanti al punto da impedire loro di lasciare la propria abitazione. È il caso, per esempio, dei pazienti oncologici di gravità media o avanzata, come di chi è affetto da SLA: si tratta di persone costrette a fronteggiare delle angosce pervasive e profonde, proprie e di chi sta loro vicino; persone costrette a ritrovare una propria identità nella malattia, ad elaborare i continui lutti legati alle perdite progressive subite, a doversi confrontare con il pensiero della morte. È anche il caso dei familiari di persone affette da patologie gravi che necessitano di una loro presenza costante, come nel caso della malattia d’Alzheimer; persone quindi oberate e sovrastate dalle esigenze del malato, che non riescono a ritagliarsi spazi neppure minimi di elaborazione e di cura di sé. Ci sono poi persone portatrici di difficoltà temporanee o croniche legate alla deambulazione e che potrebbero contemporaneamente necessitare di un intervento di natura psicologica: questo può essere il caso delle donne durante la gravidanza e nel post partum, o di pazienti in decorso post-operatorioPossono infine esserci alcune condizioni psicopatologiche di una certa rilevanza, come nel caso della depressione maggiore, in cui il paziente non riesce ad uscire di casa e neppure a prendersi cura di sé: anche in questo caso l’intervento domiciliare potrebbe rappresentare un primo passo per portare il paziente ad aprirsi verso l’esterno. Chiaramente, l’intervento domiciliare dovrà essere impostato tenendo conto delle differenze che lo caratterizzano rispetto ad un intervento standard. Ciò significa che dovrà mantenersi sul versante consulenziale e di sostegno, piuttosto che su quello psicoterapeutico; e che nei limiti del possibile sia necessario provare ad importare nel contesto domiciliare le norme costituive del setting. Sarà allora necessario che la riservatezza sia tutelata dall’assenza, durante gli incontri, dei familiari del paziente; che vi sia la possibilità di utilizzare una stanza, magari sempre la stessa, in cui non ci siano interferenze disturbanti; che si tenti di mantenere una certa stabilità nell’orario e nella frequenza degli incontri.

Ed è allora a queste condizioni che un intervento in un contesto atipico quale quello domiciliare, non rappresenta un cedimento da parte del professionista rispetto alle resistenze o alle semplici esigenze del paziente; ma piuttosto, un ragionevole compromesso che possa far si che un sostegno professionale divenga fruibile proprio per quelle persone più in difficoltà, immerse nella loro sofferta solitudine spesso anche istituzionale ed impossibilitate ad attivarsi per essere sostenute ed ascoltate.

Siamo tutti un po’ psicologi. O no?

Alcune riflessioni sui luoghi comuni che circondano la figura dello psicologo.

Quando si parla di psicologia, le reazioni che ne conseguono possono essere le più diverse: dall’entusiasmo, alla curiosità pacata, fino alla sfiducia ed allo svilimento della materia, “senza se e senza ma”. Se pensiamo che, in effetti, al centro della psicologia ci sono le persone e le relazioni tra esse, non si può non ammettere che, in qualche modo, ciascuno di noi abbia continuamente a che fare con questi argomenti. E, nel mare magnum delle infinite personalità esistenti su questa terra, tante sono quelle capaci, di fronte ad un altro essere umano, di percepirne lo stato d’animo e di essergli in qualche modo di sostegno, dando consigli e risolvendo problemi. Così come non sono rare quelle situazioni in cui sembra che una persona possa determinare in un’altra addirittura un cambiamento, in positivo o in negativo. Basti pensare a quei legami di coppia, di cui magari si dice che “lui, prima di incontrarla, era un’altra persona” oppure “lei, finalmente con lui sta un po’ meglio”. Come se l’altro possedesse un potere quasi taumaturgico che a questo punto rende difficile, ad un occhio non esperto, discriminare tra “l’uomo qualunque” e lo psicologo. Entrambi in fondo –si potrebbe pensare- possono capire gli altri, rispondere ai loro bisogni, risolvere dei problemi e addirittura cambiarli. E allora forse lo psicologo non è altro che qualcuno che, in virtù degli studi fatti, è “un po’più esperto” degli altri in tutte queste affascinanti operazioni.

Ma siamo proprio sicuri che sia davvero così?

La risposta a questa domanda è, naturalmente, che no, questa considerazione non è corretta. Intanto è necessaria una precisazione: nel caso dell’uomo qualunque come in quello dello psicologo, non esiste alcuna “operazione” che possa essere fatta in maniera unidirezionale da un individuo all’altro, come se il primo fosse una causa e l’altro un effetto. Ogni relazione, infatti, può essere immaginata come un tutto, in cui ciascuno dei due componenti è un soggetto che ha una qualche influenza sull’altro.

E allora quali possono essere le differenze tra un uomo qualunque ed uno psicologo?

Intanto, la considerazione più ovvia: lo psicologo si avvicina alle persone/gruppi/contesti in “difficoltà” perché è il suo mestiere. Non ci sono motivi personali, se non che quelli che hanno avvicinato lo psicologo alla professione psicologica e che egli ha normalmente compreso ed elaborato durante la propria formazione. L’uomo qualunque, invece, offre sostegno a qualcuno quando ha con questo un legame affettivo di qualche tipo e, quando questo accade, è difficile che ciò possa avvenire in maniera neutrale ed obiettiva. Ci si potrebbe chiedere a cosa serva essere neutrali ed obiettivi, nell’offrire sostegno ad un’altra persona. La risposta è che, quando una persona è in difficoltà e cerchiamo di aiutarla, è possibile che le nostre preoccupazioni, la nostra ansia, la nostra rabbia e insomma, le nostre emozioni vadano ad incidere sul modo in cui riusciamo a starle vicini. Lo psicologo, in quanto essere umano, prova evidentemente delle emozioni e difatti, a voler essere onesti, la perfetta neutralità e la perfetta oggettività semplicemente non esistono. Tuttavia, uno degli aspetti centrali della formazione psicologica consiste proprio nel saper gestire queste emozioni, usandole per comprendere meglio la situazione a beneficio del paziente/cliente.

Inoltre, di fronte ad una persona in difficoltà, lo psicologo mette certo a disposizione la sua persona, come fa l’uomo qualunque, ma non tout court: egli offre essenzialmente le proprie competenze, costituite dalla conoscenza teorico-tecnica relativa al funzionamento mentale e allo sviluppo psicologico degli individui, come anche al funzionamento dei gruppi e delle organizzazioni. Ed è basandosi su queste conoscenze che egli poi applica una metodologia d’intervento circoscritta ai propri compiti, doveri e diritti. Queste competenze, poi, non sono in realtà finalizzate alla risoluzione di un problema, ma piuttosto alla possibilità di favorire, nell’individuo /gruppo/contesto organizzativo, un’evoluzione psicologica che dovrebbe avere, tra le sue conseguenze, la risoluzione del problema stesso. Lo psicologo, quindi, si guarda bene, a meno di una finalità specifica nel farlo, dal dare dei consigli al paziente/cliente, proprio perché suggerire una direzione contrasta con la possibilità che sia l’individuo stesso, in piena autonomia, a fare le proprie scelteLo psicologo offre il proprio punto di vista tecnico ed una rielaborazione di quanto portato dal paziente/cliente centrata non sul senso comune o sulle proprie caratteristiche personali, ma sulle competenze acquisite.

Infine, se l’obiettivo ultimo dello psicologo è l’evoluzione psichica del paziente/cliente e quindi anche la sua autonomia, ne consegue che uno degli obiettivi dello psicologo è l’indipendenza dallo psicologo stesso. Quindi, la relazione tra psicologo e paziente avrà un inizio ed una fine e, nel suo svolgimento, sarà circoscritta; la relazione tra l’uomo qualunque ed un’altra persona potrebbe, invece, essere costante e pervasiva. Da tutte queste considerazioni spero emerga l’evidenza che probabilmente siamo tutti un po’ intuitivi e siamo tutti, in certe condizioni, piuttosto generosi e disponibili ad elargire consigli, o ad attivarci per risolvere i problemi di qualcun altro, magari anche in maniera molto efficace.

Fare gli psicologi, tuttavia, è proprio un’altra cosa.

 

ABC psicologia

L come lettino (dello psicoanalista)  a volte, quando si pensa alla psicoterapia, vengono in mente immagini riconducibili alla psicoanalisi classica, quella teorizzata da Sigmund  Freud e dai teorici immediatamente successivi (“post freudiani”). La psicoanalisi è costituita da una complessità teorica che si traduce anche in una serie di norme da perseguire, come il numero delle sedute e l’uso del lettino (o divano). In realtà nelle altre forme di psicoterapia non è previsto l’uso del lettino, ma bensì, normalmente, di due poltrone o di un tavolo con due sedie. Tra le molteplici riflessioni che si potrebbero fare rispetto a questa differenza, quella più importante è rappresentata dal fatto che in psicoanalisi la neutralità dello psicoterapeuta è teorizzata in maniera più assoluta, quasi quindi che siano la personalità del paziente ed il suo transfert le uniche variabili intervenienti il processo terapeutico. Nell’approccio psicodinamico anche il terapeuta è parte stessa di quel campo bipersonale in cui, quindi, è parte stessa della terapia.In psicoanalisi, quindi, il lettino, con il paziente sdraiato su di esso, intento a parlare senza interferenze da parte del terapeuta, è funzionale ad agire “come se” il terapeuta non fosse presente. Nella psicoterapia psicodinamica invece la possibilità dei due soggetti agenti il processo, di guardarsi, seduti su due poltrone l’una di fronte all’altra, riflette, a pensarci, questa diversa impostazione teorica.

 


 

T come tempo  in psicoterapia, le regole stabilite non hanno un senso meramente pratico, ma anche simbolico. Ossia, la loro funzione è anche quella di veicolare un qualche significato che gli si vuole dare. Da questo punto di vista, quindi, cercando di mantenere stabile la variabile del tempo, in termini di data stabilita e di durata di ciascun incontro, si cerca di preservare la stabilità e la capacità di accoglimento della terapia stessa.

 


 

S come setting  il termine setting viene dal verbo inglese “to set”, che significa sistemare, fissare, regolare.  Con questo termine, in psicologia, si vogliono indicare tutti quei parametri interiori ed esteriori, cioè mentali ed ambientali che creano il giusto contesto affinchè la terapia sia possibile.

 

La psicoterapia crea dipendenza? Alcune considerazioni

Il percorso psicoterapeutico trova il suo fondamento nella relazione tra paziente e terapeuta,  che rappresenta un’esperienza …

La paura degli altri: una lettura psicodinamica dell’ansia sociale

Le paure associate ai contesti di interazione sociale sono molto diffuse nella popolazione, sebbene fortunatamente non sempre …

Tristezza o depressione? Come distinguerle e quando intervenire.

“Sono depresso”. Quante volte ci è capitato di pronunciare questa frase? Forse, ci è anche successo di sentirci preoccupati …