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La dipendenza affettiva

dipendenza-affettivaAmare qualcuno, gestire una relazione che sia duratura ed appagante, potrebbe sembrare la cosa più naturale e semplice del mondo.

Eppure ciascuno di noi sa quanto possa essere complicato avere qualcuno accanto.

L’amore è un bisogno condiviso da tutti gli esseri umani e, al contempo, una capacità non sempre adeguatamente sviluppata.

In una società come quella attuale, in cui le istituzioni relazionali si mostrano estremamente precarie, i legami affettivi che ne emergono possono essere fragili e conflittuali, entrando in risonanza con le caratteristiche di personalità dei singoli individui.

Le esperienze vissute, in primo luogo durante l’infanzia e l’adolescenza, ed il contesto di appartenenza, contribuiscono a creare il personale modo di amare di ciascun individuo, che non sempre conduce ad un’esistenza soddisfacente.

Ogni relazione deve essere gestita non soltanto rispetto all’altro, ma anche rispetto a se stessi.

Il modo di percepirsi, di relazionarsi, di stare al mondo, assumono un nuovo assetto, quando alla propria identità si affianca quella di un’altra persona.

In alcuni casi, questi cambiamenti possono avere una valenza negativa, in cui la percezione di se stessi e la propria identità vengono compromesse dallo “stare in relazione”.

E questa compromissione, foriera di sofferenza, rappresenta l’essenza nutritiva stessa del rapporto.

È proprio in questi casi, che è possibile parlare di Dipendenza Affettiva.

La sofferenza in una relazione affettiva non è necessariamente un indice di dipendenza.

Può anche trattarsi di un vissuto fisiologico e temporaneo presente in relazioni funzionali, dove, per motivi variabili ed indipendenti dal soggetto, i suoi sentimenti vengano frustrati.

Diversamente, all’interno di relazioni disfunzionali, è possibile che uno o entrambi i membri della coppia costruiscano un equilibrio relazionale fondato sul malessere e da questo alimentato.

Malessere quindi, sofferenza e frustrazione, vissuti in una condizione stabile, omeostatica.

A volte, pur nell’equilibrio di una relazione che –evidentemente- si mantiene a due, è uno dei due membri a manifestare dipendenza nei confronti dell’altro; altre volte, invece, la dipendenza è reciproca.

In questo secondo caso, sembra più opportuno parlare di co-dipendenza.

 

Come capire se la propria relazione sia fondata su una dipendenza di tipo affettivo?

I segnali che possono aiutarci a comprendere lo stato di salute delle nostra vita affettiva, ci richiamano alcuni sintomi tipici di altre tipologie di dipendenza.

Una caratteristica delle coppie fondate sulla dipendenza è infatti la tendenza ad annullare progressivamente i propri spazi personali a vantaggio del tempo trascorso in coppia.

Vecchie e nuove amicizie, famiglia, hobbies, vengono sacrificati in nome di un rapporto totalizzante, pretendendo che il partner, per dimostrare il suo amore, faccia altrettanto.

L’altro rappresenta in sostanza l’unica fonte di benessere possibile.

Altro importante indicatore, è la difficoltà del soggetto dipendente a controllare il proprio comportamento, come se in determinati momenti, egli non fosse in grado di conservare una certa capacità critica di fronte ai propri impulsi ed alle proprie reazioni, come a quelle dell’altro.

Ed ecco che allora i comportamenti del partner possono venire interpretati in maniera distorta, generando delle reazioni spropositate ed inadeguate.

Nella relazione, il soggetto annulla i propri bisogni, e concentra tutti i propri sforzi e le proprie energie intorno al proprio partner.

L’ipotesi della fine della relazione viene vissuta con terrore e, di fronte al rischio dell’abbandono, seguono reazioni di disorganizzazione, dissociazione e panico; viene quindi fatto di tutto per poterla salvaguardare, anche se la stessa manca di condizioni soddisfacenti.

Il dipendente non riesce ad attuare un’equa distribuzione delle responsabilità all’interno della coppia e si percepisce quindi come l’unico colpevole rispetto alle difficoltà presenti.

 

Quali possono essere le motivazioni sottostanti a questa modalità relazionale?

Le motivazioni alla base di questo pattern di relazione possono essere molteplici, ma è molto probabile le esperienze vissute durante l’infanzia assumano un ruolo centrale.

Così, è possibile che queste persone, durante l’infanzia, abbiano sperimentato un vissuto di insicurezza rispetto alla capacità delle figure di riferimento di prendersi cura di loro, a causa di mancanze effettive, o comunque percepite dal bambino come tali.

È anche possibile che queste persone siano state vittime di abusi o maltrattamenti, o che non abbiano visto i propri bisogni affettivi soddisfatti.

Nella relazione di coppia, queste persone tenderanno, allora, a riprodurre le condizioni sperimentate in passato, nel disperato tentativo di poterlo finalmente correggere e poter ottenere quella sicurezza o quell’affetto mai sperimentato.

Per farlo, arriveranno ad annullarsi, divenendo il membro bisognoso e richiedente della coppia, o piuttosto affiancandosi ad un partner disfunzionale, affetto da dipendenze quali l’alcolismo, la dipendenza da sostanze o altre forme, strutturando un pattern relazionale di Co-dipendenza.

In tal modo, il partner sarà il “paziente designato” della coppia e la presenza del co-dipendente sarà funzionale al mantenimento dello stato patologico.

Anche il co-dipendente, come il dipendente affettivo, tende a disconoscere i propri bisogni ed a focalizzarsi sui quelli del partner, facendolo tuttavia in maniera differente: e cioè esercitando sull’altro un controllo ed assumendo su di sé le funzioni psichiche dell’altro.

Si viene a strutturare una sorta di fenomeno di “parassitismo” psichico-relazionale in cui i confini tra sé e l’altro tendono progressivamente a perdersi.

Sia nel caso della dipendenza affettiva, dove il partner è almeno apparentemente non problematico, che nella co-dipendenza, dove è necessaria la presenza di un partner disfunzionale, non è facile riconoscere il limite tra quelle che potrebbero essere le caratteristiche ed i limiti di una coppia normale, ed un assetto relazionale patologico.

Per questo motivo l’intervento di uno psicoterapeuta, magari inizialmente cercato per tentare di risolvere un malessere diffuso, può essere in primo luogo funzionale a far sì che il paziente prenda atto della presenza della problematica esistente, per poi strutturare un intervento centrato proprio sulla possibilità di poter creare delle relazioni affettive funzionali, dove la presenza dell’Altro nella propria vita non debba necessariamente comportare la perdita di se stessi.

 

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