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La fine dell’anno: croce e delizia

Il 2018 sta per terminare e ciascuno di noi inizia a confrontarsi con i mesi trascorsi, le esperienze vissute, i propositi più o meno perseguiti, quelli per il nuovo anno.

Si tratta di un momento complesso, delicato, ricco di sentimenti positivi, proiettati al futuro o rivolti a quanto vissuto nell’anno che sta per chiudersi, ma anche di sentimenti difficili da sostenere, per le delusioni subite, l’ incertezza per il futuro, ciò che si è perso, ciò che nella nostra vita è rimasto fermo, in stallo.

Nello specifico, non è infrequente che l’avvicinarsi della fine dell’anno generi un forte senso di inquietudine. A Capodanno, siamo tutti in qualche modo, obbligati a confrontarci con la nostra progettualità e con la “necessità” di celebrare un nuovo inizio in modo ricco, pieno e socializzato. Le celebrazioni collettive hanno un significato profondo e sono necessarie ad alimentare il senso di appartenenza alla società in cui viviamo.

Tuttavia, i riti collettivi veicolano un sorta di prescrizione a sperimentare dei vissuti (nel caso del Capodanno positivi, costruttivi) che non sempre corrispondono a ciò che il singolo individuo prova intimamente. Si crea in questo modo una tensione tra istanze sociali e vissuti individuali, a cui può conseguire il fatto che il singolo individuo si senta inadeguato e solo. Solo perché c’è, di fronte a lui, almeno su un piano immaginario, un’intera comunità che sperimenta sentimenti distanti e non corrispondenti ai propri.

 

Ciascun individuo può trovare una propria collocazione in questa esperienza, scegliendo di aderire alle istanze collettive perchè corrispondenti alle proprie, oppure prendendone le distanze. Per molte persone il Capodanno è un evento speciale, che va celebrato in compagnia di amici o parenti, per altre è un momento che si vorrebbe evitare e che viene celebrato senza entusiasmo. Alcune persone viaggiano, altre cercano feste a cui partecipare, altre ancora restano a casa.

Al di là di come si festeggia la fine dell’anno, forse ciò è importante, in fondo, è che il singolo riesca a riconoscere la rilevanza della collettività di cui è parte e la forte risonanza interna dei suoi riti, dei suoi processi;che riesca ad accogliere e rispettare i propri vissuti e a comprendere che questi possono amplificarsi proprio perché in accordo o in contrapposizione con la dimensione emozionale collettiva.

Meglio allora non sorprendersi se, con la fine dell’anno, sentimenti di tristezza, delusione, amarezza, possano sembrarci particolarmente difficili da sostenere.

Che mi succede? Perchè sto così male?

La collettività è fatta di individui, con una soggettività che non può essere messa a tacere. Al contempo, l’individuo non può silenziare la collettività.

 In certi momenti dell’anno, queste due importanti voci si accordano, creando perfette sintonie, oppure si sovrappongono, creando “stonature” emotive che, come sempre, si diraderanno con la fine del rito.
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