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Lo psicologo senza divano

Lo psicologo senza divano: interventi di sostegno psicologico in un setting domiciliare

Nell’immaginario comune, l’intervento dello psicologo è normalmente rappresentato dal percorso psicoterapeutico individuale, svolto all’interno di uno studio, pubblico o privato. Ad onor del vero, gli ambiti di intervento in psicologia sono molteplici , almeno in potenza: gli psicologi, infatti, sono presenti (o potrebbero esserlo, se ci fossero adeguate risorse economiche) nelle scuole, negli ospedali, nelle aziende ed in tutti quei contesti, insomma, in cui la comprensione dei meccanismi psicologici e l’intervento sugli stessi possano apportare dei benefici. In ogni caso, per strutturare qualunque tipo di intervento, in qualunque ambito ci si trovi, riveste un’importanza particolare la creazione di un setting adeguato. Ma è nell’ambito degli interventi di sostegno psicologico e di psicoterapia che esiste un’ampia letteratura in merito e dove il setting riveste una posizione, se possibile, ancora più determinante.

Ma cos’è il setting?

Con il termine “setting” ci si riferisce a quelle coordinate spazio-temporali che costituiscono la cornice entro cui si svolge il rapporto consulenziale – terapeutico. A diversi approcci teorici corrispondono diverse sfumature nel modo in cui si costruisce questa cornice, che vengono “indossate” dal professionista anche attraverso il filtro delle proprie caratteristiche personali. In generale, ciò che si cerca di strutturare attraverso la “manipolazione” del setting, è una certa costanza delle variabili presenti: ad esempio l’ orario, il luogo e la durata dell’incontro, al fine di promuovere un senso di continuità e di stabilità nella relazione terapeutica. Connotando il contesto in una maniera il quanto più possibile neutra, dove cioè non siano presenti delle caratteristiche troppo personali o troppo specifiche, si vuole invece favorire lo sviluppo di una relazione terapeutica che non sia condizionata da variabili di qualche tipo. È infine importante che venga strutturato un setting privo di interferenze esterne, protetto e privato. Per questo, è necessario, anche se non sempre possibile, che gli incontri avvengano in un luogo chiuso in cui ci sia una porta che –possibilmente- non venga aperta da terzi durante il colloquio. Generalmente, infine, è considerato un dato condiviso che la scelta del paziente di rivolgersi ad uno psicologo sia libera ed autonoma e che questo si traduca, su un piano pratico, anche nel fatto che sia il paziente stesso a recarsi dallo psicologo, e non viceversa. Il rapporto psicologo-paziente vuole infatti fondarsi su un principio di libera scelta, condizione imprescindibile per lo svolgimento della relazione stessa e per la sua efficacia. Un rapporto autentico, del resto, non potrebbe mai nascere da un obbligo e la psicologia vuole essere uno strumento fruibile per tutti, in cui gli individui esercitino il libero arbitrio. Ma siamo così certi che sia sempre possibile che l’intervento psicologico, per come è impostato, sia accessibile a tutti?

Possono esserci delle condizioni specifiche in cui i parametri del setting, ritenuti così importanti, passino in secondo piano al fine di poter effettuare incontri che, altrimenti, non potrebbero aver luogo?

La questione in realtà è piuttosto controversa e la strutturazione di un setting “classico” resta ancora la miglior garanzia di un intervento di efficacia. Tuttavia esistono alcune situazioni specifiche in cui un paziente non è in grado di lasciare il proprio domicilio ed è allora in questi casi che è possibile valutare l’ipotesi di un intervento che prescinda dai parametri sopra descritti. Potrebbe risultare difficile capire come sia possibile che, in assenza delle condizioni ottimali create dal setting ideale, si possa in ogni caso realizzare un intervento psicologico. Questi parametri, come abbiamo visto, sono funzionali a creare delle condizioni interne, esperibili nella “coppia” terapeutica. E infatti  il setting è anche e soprattutto una disposizione interna, del professionista prima e della coppia terapeutica poi, che può quindi esistere, ed avere una sua efficacia – seppur con molta più fatica – a prescindere dal contesto in cui lo psicologo sta intervenendo. Lo psicologo deve essere in grado di portare nella relazione, a prescindere dal setting esterno ma che il setting esterno facilita e tutela, condizioni di neutralità, di giusta distanza, di autentica partecipazione ed accoglienza dell’altro;  di impegno, stabilità e riservatezza. Ed è allora partendo da queste ultime considerazioni che sembra possa aprirsi un discorso che dia senso agli interventi psicologici svolti in un contesto domiciliare, laddove siano presenti determinate condizioni specifiche e particolari nei pazienti, che rendano l’intervento a domicilio un’alternativa auspicabile se non che l’unica possibile. Determinare queste condizioni non è un’operazione scontata ed è senz’altro opportuno valutare caso per caso la fattibilità dell’intervento. Sono tuttavia molte, purtroppo, le persone che si trovano a dover gestire delle condizioni fisiche o anche psicologiche invalidanti al punto da impedire loro di lasciare la propria abitazione. È il caso, per esempio, dei pazienti oncologici di gravità media o avanzata, come di chi è affetto da SLA: si tratta di persone costrette a fronteggiare delle angosce pervasive e profonde, proprie e di chi sta loro vicino; persone costrette a ritrovare una propria identità nella malattia, ad elaborare i continui lutti legati alle perdite progressive subite, a doversi confrontare con il pensiero della morte. È anche il caso dei familiari di persone affette da patologie gravi che necessitano di una loro presenza costante, come nel caso della malattia d’Alzheimer; persone quindi oberate e sovrastate dalle esigenze del malato, che non riescono a ritagliarsi spazi neppure minimi di elaborazione e di cura di sé. Ci sono poi persone portatrici di difficoltà temporanee o croniche legate alla deambulazione e che potrebbero contemporaneamente necessitare di un intervento di natura psicologica: questo può essere il caso delle donne durante la gravidanza e nel post partum, o di pazienti in decorso post-operatorioPossono infine esserci alcune condizioni psicopatologiche di una certa rilevanza, come nel caso della depressione maggiore, in cui il paziente non riesce ad uscire di casa e neppure a prendersi cura di sé: anche in questo caso l’intervento domiciliare potrebbe rappresentare un primo passo per portare il paziente ad aprirsi verso l’esterno. Chiaramente, l’intervento domiciliare dovrà essere impostato tenendo conto delle differenze che lo caratterizzano rispetto ad un intervento standard. Ciò significa che dovrà mantenersi sul versante consulenziale e di sostegno, piuttosto che su quello psicoterapeutico; e che nei limiti del possibile sia necessario provare ad importare nel contesto domiciliare le norme costituive del setting. Sarà allora necessario che la riservatezza sia tutelata dall’assenza, durante gli incontri, dei familiari del paziente; che vi sia la possibilità di utilizzare una stanza, magari sempre la stessa, in cui non ci siano interferenze disturbanti; che si tenti di mantenere una certa stabilità nell’orario e nella frequenza degli incontri.

Ed è allora a queste condizioni che un intervento in un contesto atipico quale quello domiciliare, non rappresenta un cedimento da parte del professionista rispetto alle resistenze o alle semplici esigenze del paziente; ma piuttosto, un ragionevole compromesso che possa far si che un sostegno professionale divenga fruibile proprio per quelle persone più in difficoltà, immerse nella loro sofferta solitudine spesso anche istituzionale ed impossibilitate ad attivarsi per essere sostenute ed ascoltate.

1 Comment

  • Gabriella

    Complimenti per l’articolo:tema interessante e importante, completo e bwn scritto. Auguri
    Gabriella Ciampi (psicoterapeuta)

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