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Lo psicologo “take away”: alcune considerazioni

Lo psicologo “take away”: alcune considerazioni

Ci domandiamo spesso come mai le persone, tra il serio ed il faceto, ci tengano -sembrerebbe anche molto- a definirsi come psicologi, quasi psicologi, metà psicologi, meglio degli psicologi etc.

Persone spesso ignare del fatto che fare lo psicologo è un mestiere nobile ed interessante, ma certamente anche piuttosto complesso.

Alla base di queste facili identificazioni troviamo una molteplicità di fattori, che meriterebbero di essere analizzate in maniera profonda ed ampia -e questo esulerebbe dall’obiettivo di questo articolo.

Cercheremo quindi di essere schematici, a scapito di questa ricchezza, per formulare alcune ipotesi, che possano essere utili spunti di riflessione.

Uno di questi fattori potrebbe essere collegato alla scorretta informazione rispetto a quali siano i reali compiti di uno psicologo.

D’altro canto la psicologia è una scienza vastissima, che ricopre non solo l’ambito della psicopatologia; ma che coinvolge la salute, la ricerca, il mondo del lavoro, i media, l’emergenza etc, ed utilizzando dispositivi diversi -come la formazione, la supervisione, il colloquio clinico; l’individuo , il gruppo, il sistema familiare, il bambino e l’adolescente.

La psicologia può quindi declinarsi in una ricca varietà di contesti , metodi, teorie ed obiettivi ed è molto complesso, per i non addetti ai lavori cogliere questa caratteristica.

Paradossalmente, la figura più viva nella mente sociale è quella dello psicologo psicoterapeuta, che vi accoglie nel suo studio: è proprio questo ambito di intervento che viene percepito dall’utenza e dalla società civile con una certa ambivalenza.

Quando, in ogni caso , c’è un informazione scorretta, ciò dovrebbe interrogare non solo chi la emette ( non necessariamente gli psicologi, ma anche altre professionalità, o la stessa società civile)ma anche chi la filtra e chi la riceve e, a sua volta, la trasforma.

Un gioco complesso, insomma, in cui sono coinvolti diversi attori che non possono esimersi dal percepirsi come corresponsabili.

La categoria degli psicologi è una categoria relativamente giovane (è della seconda metà del XIX secolo che si assiste, in Europa ad un movimento decisivo per lo studio delle malattie nervose e mentali, che rivoluzionerà la psichiatria organicista dell’epoca, portando alla nascita di quella che oggi è denominata “psicologa clinica”.[1])

Questo elemento, in un contesto quale quello italiano, di tradizione cattolica, potrebbe non aver favorito il rapido emergere di una identità professionale consolidata, sia all’interno della comunità degli psicologi, che nell’immaginario collettivo.

Infine, altre categorie professionali, in prima istanza quelle sanitarie, potrebbero non aver favorito il consolidamento di una identità di categoria che, inevitabilmente, sarebbe andata a sconfinare in dimensioni fino a quel momento trattate solo da un punto di vista organicitico.

La società civile, d’altro canto, a fronte di informazioni scorrette o contraddittorie – a cui fortunatamente se ne affiancano di chiare e trasparenti, si avvicina al mondo della psicologia in modo certamente più aperto rispetto ai decenni passati; ma ancora sopravvivono credenze (“ lo psicologo è il medico dei matti” “non posso ottenere gli stessi effetti parlando con una persona che mi vuole bene, con il medico di base, con il prete etc.?) che rendono la stanza della terapia un luogo non facilmente abitabile, o, quanto meno, non a lungo.

L’oggetto della psicologia -l’essere umano e le sue relazioni- è per sua stessa natura-impalpabile, aleatorio: ci occupiamo infatti di persone e di relazioni.

In effetti, basterebbe attraversare i confini nazionali per comprendere come,in molti altri paesi europei o extra-europei esista, invece, una tradizione psicologica più consolidata che si traduce in termini di applicabilità in molti settori, comportando una serie di benefici non solo, per l’appunto, di ti po psicologico individuale, ma anche di tipo sociale, comunitario, organizzativo ed economico.

Cosa accade, almeno fin oggi, nei nostri confini nazionali?

Cosa chiedono i clienti quando interpellano uno psicologo?

La psicoanalisi ha fondato il suo ambito di ricerca e teoria, poggiandosi ad una prassi di tipo medico.

Ancora oggi, potremmo dire, la relazione psicoterapeuta -paziente riproduce inizialmente la stessa impostazion,-salvo poi decostuirla immediatamente e mettendola in discussione con l’analisi della domanda di intervento-

Questo può indurre nel paziente aspettative di tipo causa-effetto, di tipo ortopedico, dove lo psicologo affermi cosa vi sia da correggere e lo corregga, anche, quasi come se si andasse in un qualunque take away a prendere al volo qualcosa che ci serve.

Ecco che il primo momento di rottura rispetto a questa modalità dei nostri pazienti di mettersi in gioco, è rappresentato proprio dal fatto che l’assetto relazione tra paziente psicoterapeuta non viene “agito” come parte terza sui cui incidere (come accade tra medico e paziente);

Bensì, questo viene osservato ed analizzato e lo spazio del lavoro di analisi sarà occupato da una interrogazione costante sulle dinamiche relazionali presenti dentro la stanza della terapia.[2]

Pur nelle tantissime varianti di intervento di tipo psicologico, quando si parla di psicologia clinica e psicoterapia, sarebbe più corretto pensare di andare in un ristorante “speciale”, dove Psicoterapeuta e Cliente scelgano insieme il menù, lo preparino e poi lo degustino insieme.

 

 

 

[1]                Psicologia dinamica, i modelli teorici a confronto”, A. De Coro, F. Ortu, ed Laterza

[2]               “Psicosciologia delle organizzazioni e delle istituzioni” R.Carli, R.M.Paniccia

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