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Articoli sul mondo della psicologia

Siamo tutti un po’ psicologi. O no?

Alcune riflessioni sui luoghi comuni che circondano la figura dello psicologo.

Quando si parla di psicologia, le reazioni che ne conseguono possono essere le più diverse: dall’entusiasmo, alla curiosità pacata, fino alla sfiducia ed allo svilimento della materia, “senza se e senza ma”. Se pensiamo che, in effetti, al centro della psicologia ci sono le persone e le relazioni tra esse, non si può non ammettere che, in qualche modo, ciascuno di noi abbia continuamente a che fare con questi argomenti. E, nel mare magnum delle infinite personalità esistenti su questa terra, tante sono quelle capaci, di fronte ad un altro essere umano, di percepirne lo stato d’animo e di essergli in qualche modo di sostegno, dando consigli e risolvendo problemi. Così come non sono rare quelle situazioni in cui sembra che una persona possa determinare in un’altra addirittura un cambiamento, in positivo o in negativo. Basti pensare a quei legami di coppia, di cui magari si dice che “lui, prima di incontrarla, era un’altra persona” oppure “lei, finalmente con lui sta un po’ meglio”. Come se l’altro possedesse un potere quasi taumaturgico che a questo punto rende difficile, ad un occhio non esperto, discriminare tra “l’uomo qualunque” e lo psicologo. Entrambi in fondo –si potrebbe pensare- possono capire gli altri, rispondere ai loro bisogni, risolvere dei problemi e addirittura cambiarli. E allora forse lo psicologo non è altro che qualcuno che, in virtù degli studi fatti, è “un po’più esperto” degli altri in tutte queste affascinanti operazioni.

Ma siamo proprio sicuri che sia davvero così?

La risposta a questa domanda è, naturalmente, che no, questa considerazione non è corretta. Intanto è necessaria una precisazione: nel caso dell’uomo qualunque come in quello dello psicologo, non esiste alcuna “operazione” che possa essere fatta in maniera unidirezionale da un individuo all’altro, come se il primo fosse una causa e l’altro un effetto. Ogni relazione, infatti, può essere immaginata come un tutto, in cui ciascuno dei due componenti è un soggetto che ha una qualche influenza sull’altro.

E allora quali possono essere le differenze tra un uomo qualunque ed uno psicologo?

Intanto, la considerazione più ovvia: lo psicologo si avvicina alle persone/gruppi/contesti in “difficoltà” perché è il suo mestiere. Non ci sono motivi personali, se non che quelli che hanno avvicinato lo psicologo alla professione psicologica e che egli ha normalmente compreso ed elaborato durante la propria formazione. L’uomo qualunque, invece, offre sostegno a qualcuno quando ha con questo un legame affettivo di qualche tipo e, quando questo accade, è difficile che ciò possa avvenire in maniera neutrale ed obiettiva. Ci si potrebbe chiedere a cosa serva essere neutrali ed obiettivi, nell’offrire sostegno ad un’altra persona. La risposta è che, quando una persona è in difficoltà e cerchiamo di aiutarla, è possibile che le nostre preoccupazioni, la nostra ansia, la nostra rabbia e insomma, le nostre emozioni vadano ad incidere sul modo in cui riusciamo a starle vicini. Lo psicologo, in quanto essere umano, prova evidentemente delle emozioni e difatti, a voler essere onesti, la perfetta neutralità e la perfetta oggettività semplicemente non esistono. Tuttavia, uno degli aspetti centrali della formazione psicologica consiste proprio nel saper gestire queste emozioni, usandole per comprendere meglio la situazione a beneficio del paziente/cliente.

Inoltre, di fronte ad una persona in difficoltà, lo psicologo mette certo a disposizione la sua persona, come fa l’uomo qualunque, ma non tout court: egli offre essenzialmente le proprie competenze, costituite dalla conoscenza teorico-tecnica relativa al funzionamento mentale e allo sviluppo psicologico degli individui, come anche al funzionamento dei gruppi e delle organizzazioni. Ed è basandosi su queste conoscenze che egli poi applica una metodologia d’intervento circoscritta ai propri compiti, doveri e diritti. Queste competenze, poi, non sono in realtà finalizzate alla risoluzione di un problema, ma piuttosto alla possibilità di favorire, nell’individuo /gruppo/contesto organizzativo, un’evoluzione psicologica che dovrebbe avere, tra le sue conseguenze, la risoluzione del problema stesso. Lo psicologo, quindi, si guarda bene, a meno di una finalità specifica nel farlo, dal dare dei consigli al paziente/cliente, proprio perché suggerire una direzione contrasta con la possibilità che sia l’individuo stesso, in piena autonomia, a fare le proprie scelteLo psicologo offre il proprio punto di vista tecnico ed una rielaborazione di quanto portato dal paziente/cliente centrata non sul senso comune o sulle proprie caratteristiche personali, ma sulle competenze acquisite.

Infine, se l’obiettivo ultimo dello psicologo è l’evoluzione psichica del paziente/cliente e quindi anche la sua autonomia, ne consegue che uno degli obiettivi dello psicologo è l’indipendenza dallo psicologo stesso. Quindi, la relazione tra psicologo e paziente avrà un inizio ed una fine e, nel suo svolgimento, sarà circoscritta; la relazione tra l’uomo qualunque ed un’altra persona potrebbe, invece, essere costante e pervasiva. Da tutte queste considerazioni spero emerga l’evidenza che probabilmente siamo tutti un po’ intuitivi e siamo tutti, in certe condizioni, piuttosto generosi e disponibili ad elargire consigli, o ad attivarci per risolvere i problemi di qualcun altro, magari anche in maniera molto efficace.

Fare gli psicologi, tuttavia, è proprio un’altra cosa.

 

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