Categoria: Articoli Psicologia

Battere la crisi in 10 mosse

 

In questo periodo i telegiornali  sembrano annunciare l’inizio di una timida ripresa economica ed occupazionale del nostro Paese. 

Anche se questo non può che infonderci qualche speranza, nel nostro quotidiano i segnali di questa ripresa stentano a farsi riconoscere. 

E così, mentre molti giovani (e meno giovani) continuano ad emigrare in cerca di condizioni migliori, chi rimane qui, che sia per scelta o meno, è costretto a misurarsi tutti i giorni con lavori precari, disoccupazione, scarsità dei servizi, bollette da pagare, rincari dei costi, talk show urlati che ci lasciano storditi e delusi.  

Difficile, in questa situazione, non sentirsi disorientati, confusi e spaventati.  

E così, il rischio è che in testa, giorno dopo giorno, si affollino dubbi e  preoccupazioni, che si perda progressivamente la speranza per il proprio futuro e per quello dei propri cari ed anche la fiducia in se stessi, negli altri, nelle Istituzioni. 

Tutto questo, si traduce di fatto in una peggiore qualità di vita, dove, accanto alle difficoltà concrete, possono presentarsi stati di ansia, angoscia, umore depresso e problemi relazionali. 

 

Sembra impossibile, in tutto questo, riuscire a trovare qualcosa di positivo, o qualcosa che possa aiutarci a non lasciarci invadere dai pensieri negativi. 

Ma è davvero così? O è possibile, invece, fare qualcosa per gestire al meglio la situazione? 

In psicologia esistono due concetti, che sono denominati “Coping” e “Resilienza”. 

Se la capacità di coping rappresenta l’abilità dell’individuo di adattarsi ad uno stress, superando le difficoltà che esso provoca, la resilienza rappresenta invece non solo l’abilità di adattamento allo stress e quindi la capacità di resistenza, ma anche quella di saper prendere il meglio dalla situazione, trasformando gli ostacoli in occasioni di trasformazione positiva, “nonostante tutto”. 

La capacità di un individuo di essere resiliente dipende da molti fattori, attuali e pregressidi natura personale, familiare e sociale, che si intersecano in maniera complessa e non facilmente decifrabile. 

Ma ciò che è importante è che si tratti di un processo, che quindiin quanto tale, può essere in qualche maniera condizionato e, quindi, facilitato. 

 

Come si fa, quindi, a promuovere la propria capacità di resilienza? 

Un aiuto specialistico è sempre auspicabile, in quanto qualunque fenomeno di natura psicologica, per essere compreso ed in qualche maniera “modificato”, necessita di figure competenti che abbiano i giusti strumenti per farlo. 

Tuttavia questo non sempre è possibile, e allora ciò che si può fare è tentare di individuare delle “strategie” che possano aiutarci a gestire meglio questo periodo così difficile. 

E allora, eccone alcune che vi proponiamo noi, sperando che possano esservi utili. 

 
  1. Cercare di coltivare i propri interessi:  spesso, presi dai nostri problemi, quasi ci sembra di non poterci concedere neppure un minuto per noi e per le cose che ci piacciono. Come se, per farlo, dovessimo prima risolvere i nostri problemi e poi tutto il resto. 

Dare la priorità alle cose più importanti è naturale; tuttavia, concederci un po’ di tempo libero da dedicare a ciò che ci piace, è un modo per prenderci cura di noi e per dirci che noi ed i nostri problemi NON siamo la stessa cosa. 

  1. Imparare cose nuove: cerchiamo di dare alla nostra mente la possibilità di posarsi su nuovi stimoli che ci allietino e che conducano i nostri pensieri in direzioni diverse dal solito. 

  1. Porsi dei piccoli o medi obiettivi da raggiungere: sappiamo bene quali sono i nostri grandi obiettivi. Per esempio, comprarci finalmente una casa nuova, trovare un lavoro o una relazione stabile. 

 

Tuttavia, ottenerli non è facile e spesso non è nemmeno dipendente da noi: tuttavia può sorgere nella nostra mente l’idea errata di non essere in grado di raggiungere alcun obiettivo.  Provare a concentrarsi su piccoli obiettivi che siano di nostro interesse, può aiutare a sperimentarci come persone che possono raggiungere degli obiettivi ragionevoli in tempi ragionevoli. Ciò ci consentirà di non sperimentare più soltanto il senso di impotenza, ma anche quello di efficacia. 

 
  1. Evitare di isolarsia volte, quando il nostro umore è depresso, può capitare di non aver voglia di incontrare nessuno. Eppure, anche la rete sociale rappresenta uno dei fattori in grado di promuovere la capacità di resilienza. Certamente ciò non significa che la capacità o il desiderio di rimanere soli non siano una risorsa; Solo, occorre tentare di evitare che la solitudine divenga la nostra unica alternativa. 

  1. Soffermarsi sulle proprie risorse e non solo sui propri limiti: quando le cose vanno male, non c’è niente di più facile che concentrarsi sui propri difetti. Un utile “esercizio” sarà allora quello di provare a porre la nostra attenzione sulle nostre risorse.  

  1. Trasformare le “colpe” in “responsabilità”:  se non siamo soddisfatti della nostra vita, è possibile che il nostro pensiero sia polarizzato sulle nostre colpe, oppure su quelle degli altri; facendoci sentire nel primo caso fallimentari e colpevoli, nel secondo vittime ed impotenti. 

La colpa, tuttavia, è un’attribuzione giudicante, che in fondo ci dice che quando ci siamo presi le nostre responsabilità, abbiamo sbagliato e forse sarebbe stato meglio che non l’avessimo mai fatto. Sospendere il giudizio può aiutarci a guardare alle nostre azioni in maniera più oggettiva, a prescindere dalle conseguenze che esse hanno generato. 

 
  1. Avere un “locus of control” interno: stimolare una visione della vita in cui non sia “il caso” o “la fortuna” a determinare gli eventi che ci capitano, ma che con le nostre capacità e la nostra volontà sia possibile agire sulla propria vita.  

  1.  Ricordarsi del bionomio “mente-corpo”: anche se nei momenti difficili può capitare di trascurarsi un po’, sarebbe utile, invece prendersi cura anche del proprio corpo: il movimento fisico, una sana alimentazione, le giuste ore di sonno, lo stare all’aria aperta, possono aiutare anche il proprio benessere psicologico. 

  1. Trovare le parole: se non ci sentiamo bene, può essere utile poterlo raccontare a chi ci vuole bene. 

Il nostro partner, i nostri genitori, un caro amico: loro saranno contenti di essere stati scelti come confidenti.  

  1. Scrivere: quando parlare con qualcuno non ci è possibile o anche quando invece lo è, potrebbe essere utile, se ci piace e ci va, scrivere. Narrare ciò che ci accade e ciò che proviamo, ci aiuta ad elaborarlo e, in qualche misura, a prenderne le giuste distanze. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Sonno e i Disturbi del sonno

Il Sonno può essere definito come quella condizione dell’organismo in cui è presente un “diverso” stato di coscienza rispetto alla veglia, una minore reattività agli stimoli ambientali e l’assenza di attività relazionale.

Si compone di fasi differenti, in cui possiamo distinguere due tipologie principali: il sonno REM e quello NON-REM, che si ripetono ciclicamente.

La fase NON-REM è caratterizzata da un sonno profondo e da parametri fisiologici (per esempio il ritmo e la profondità della respirazione, il battito cardiaco etc.) che denotano uno stato di rallentamento delle funzioni fisiologiche.

Nella fase REM, invece, l’attività cerebrale è più simile allo stato di veglia, i movimenti oculari sono rapidi e, al contempo, è presente la perdita del tono muscolare: è in questa fase che vengono prodotti i sogni.

La qualità del sonno è legata all’andamento della fase REM e di alcune sottofasi del sonno NON-REM.

I “disturbi del sonno” sono molto diffusi nella popolazione ed è difficile che vi siano individui che, magari in momenti particolari della propria esistenza, non abbiano sperimentato difficoltà in questo senso: da quelle nell’addormentamento, ai risvegli continui, fino al risveglio precoce nelle prime ore della mattina.

In realtà non sempre le difficoltà percepite dai singoli individui sono riconducibili ad un vero e proprio “disturbo del sonno”.

Cosa significa quindi “Disturbo del sonno” e quali ne sono le caratteristiche?

Spesso si tende ad identificare i Disturbi del sonno con l’Insonnia, mentre quest’ultima ne è solo una delle diverse tipologie.

I disturbi del sonno vanno distinti in Primari, Correlati ad altro Disturbo Mentale, dovuti ad una Condizione Medica generale o Indotti da sostanze.

Questi disturbi sono tali da compromettere le funzioni necessarie a svolgere le attività quotidiane.

I Disturbi Primari sono quelli che dipendono da anomalie endogene nella generazione e regolazione del ritmo sonno-veglia. Essi possono essere divisi in Dissonnie e Parasonnie.

Le Dissonnie, sono quei disturbi legati all’inizio del sonno e/o al mantenimento dello stesso, in cui qualità/quantità del sonno sono alterate, o in cui c’è un eccesso di sonnolenza.

Quindi Insonnia, Ipersonnia, Narcolessia, Sindrome delle gambe senza riposo, Disturbo del sonno correlato al respiro, Disturbo del ritmo circadiano del sonno e Dissonnia n.a.s. (non altrimenti specificata).

Le Dissonnie si differenziano dalle Parasonnie, perché queste ultime sono caratterizzate da comportamenti anomali/eventi fisiologici che si manifestano durante il sonno, non legati ad una alterazione del ritmo sonno-veglia: Disturbo da incubi, Disturbo da terrore nel sonno, Disturbo da sonnambulismo e Parasonnia n.a.s.

Come si vede, quindi, i disturbi del sonno sono molteplici e caratterizzati da fattori causali e processi differenti.

Parlare di “insonnia” può quindi in molti casi essere riduttivo, o semplicemente scorretto.

Perché è importante fare questa considerazione?

Non è infrequente che, di fronte a persistenti difficoltà legate al sonno, le persone si rechino dal proprio medico di base, chiedendo di poter assumere farmaci ipnoinducenti, la cui assunzione è certamente funzionale alla gestione del sintomo.

I Disturbi del sonno, tuttavia, possono rappresentare una patologia in sè, oppure essere il sintomo di un disagio di altra natura.

L’insonnia può essere “transitoria”, quando legata ad eventi particolari, che provochino delle emozioni intense (ad esempio prima di un esame importante, di una visita medica, di un incontro molto desiderato etc); oppure quando ci siano condizioni fisiche (un’influenza) o ambientali (un luogo rumoroso) che possano provocarla.

Si tratta di un tipo di insonnia che potremmo definire “fisiologica” e che tenderà ad esaurirsi in seguito alla cessazione dello stimolo.

L’insonnia “a breve termine” è invece quella che può perdurare anche alcune settimane e che consegue ad eventi particolarmente difficili, che possono interessare il paziente (ad esempio un lutto, o la scoperta di una malattia).

Anche questo tipo di insonnia tenderà poi ad esaurirsi, con il progressivo adattamento del soggetto alle nuove condizioni. Tuttavia, nei casi più gravi, essa può prolungarsi nel tempo, tanto da rendere necessario rivolgersi ad uno specialista.

L’insonnia “cronica” è talmente persistente, da divenire un disturbo che quasi “caratterizza” il soggetto che ne soffre. Questo “stigma”, paradossalmente, può essere alla radice di una mancata indagine relativa al disturbo, che quindi pervade l’esistenza del paziente, condizionandone la stabilità emotiva, le capacità produttive, l’efficienza, ed in generale il benessere psicofisico.

L’insonnia cronica può essere considerata come un vero e proprio Disturbo del sonno:

Può quindi coincidere con l’Insonnia primaria , in cui il vissuto presente è quello di una difficoltà ad iniziare o mantenere il sonno, per almeno un mese, e che è causa di affaticamento e menomazione del funzionamento sociale, lavorativo e di altre aree importanti.

Oppure può coincidere con altre forme di Insonnia, come per esempio quella Correlata ad altri Disturbi Mentali: in questo caso l’insonnia –che eppure è al centro delle preoccupazioni del paziente- è, in realtà, secondaria rispetto ad altri disturbi quali quelli dell’Umore e quelli d’Ansia, che invece il soggetto non riesce a discriminare.

Di fronte ad un disturbo del sonno, è necessario quindi compiere degli approfondimenti, per capire se questo possa essere di natura endogena, oppure legato ad altri fattori, quali una particolare condizione medica; l’assunzione di sostanze; un disagio di natura psicopatologica.

Sarà quindi sicuramente importante rivolgersi al proprio medico di base, ma non tanto per risolvere nel breve periodo il sintomo attraverso l’uso di un farmaco, quanto per impostare un programma di approfondimento della problematica, che coinvolga in primo luogo la dimensione fisica, e poi quella psicologica.

Rispetto a questo ultimo punto, sarà allora importante, qualora se ne ravvedano le motivazioni, richiedere il consulto di uno specialista del settore.

La dipendenza affettiva

dipendenza-affettivaAmare qualcuno, gestire una relazione che sia duratura ed appagante, potrebbe sembrare la cosa più naturale e semplice del mondo.

Eppure ciascuno di noi sa quanto possa essere complicato avere qualcuno accanto.

L’amore è un bisogno condiviso da tutti gli esseri umani e, al contempo, una capacità non sempre adeguatamente sviluppata.

In una società come quella attuale, in cui le istituzioni relazionali si mostrano estremamente precarie, i legami affettivi che ne emergono possono essere fragili e conflittuali, entrando in risonanza con le caratteristiche di personalità dei singoli individui.

Le esperienze vissute, in primo luogo durante l’infanzia e l’adolescenza, ed il contesto di appartenenza, contribuiscono a creare il personale modo di amare di ciascun individuo, che non sempre conduce ad un’esistenza soddisfacente.

Ogni relazione deve essere gestita non soltanto rispetto all’altro, ma anche rispetto a se stessi.

Il modo di percepirsi, di relazionarsi, di stare al mondo, assumono un nuovo assetto, quando alla propria identità si affianca quella di un’altra persona.

In alcuni casi, questi cambiamenti possono avere una valenza negativa, in cui la percezione di se stessi e la propria identità vengono compromesse dallo “stare in relazione”.

E questa compromissione, foriera di sofferenza, rappresenta l’essenza nutritiva stessa del rapporto.

È proprio in questi casi, che è possibile parlare di Dipendenza Affettiva.

La sofferenza in una relazione affettiva non è necessariamente un indice di dipendenza.

Può anche trattarsi di un vissuto fisiologico e temporaneo presente in relazioni funzionali, dove, per motivi variabili ed indipendenti dal soggetto, i suoi sentimenti vengano frustrati.

Diversamente, all’interno di relazioni disfunzionali, è possibile che uno o entrambi i membri della coppia costruiscano un equilibrio relazionale fondato sul malessere e da questo alimentato.

Malessere quindi, sofferenza e frustrazione, vissuti in una condizione stabile, omeostatica.

A volte, pur nell’equilibrio di una relazione che –evidentemente- si mantiene a due, è uno dei due membri a manifestare dipendenza nei confronti dell’altro; altre volte, invece, la dipendenza è reciproca.

In questo secondo caso, sembra più opportuno parlare di co-dipendenza.

 

Come capire se la propria relazione sia fondata su una dipendenza di tipo affettivo?

I segnali che possono aiutarci a comprendere lo stato di salute delle nostra vita affettiva, ci richiamano alcuni sintomi tipici di altre tipologie di dipendenza.

Una caratteristica delle coppie fondate sulla dipendenza è infatti la tendenza ad annullare progressivamente i propri spazi personali a vantaggio del tempo trascorso in coppia.

Vecchie e nuove amicizie, famiglia, hobbies, vengono sacrificati in nome di un rapporto totalizzante, pretendendo che il partner, per dimostrare il suo amore, faccia altrettanto.

L’altro rappresenta in sostanza l’unica fonte di benessere possibile.

Altro importante indicatore, è la difficoltà del soggetto dipendente a controllare il proprio comportamento, come se in determinati momenti, egli non fosse in grado di conservare una certa capacità critica di fronte ai propri impulsi ed alle proprie reazioni, come a quelle dell’altro.

Ed ecco che allora i comportamenti del partner possono venire interpretati in maniera distorta, generando delle reazioni spropositate ed inadeguate.

Nella relazione, il soggetto annulla i propri bisogni, e concentra tutti i propri sforzi e le proprie energie intorno al proprio partner.

L’ipotesi della fine della relazione viene vissuta con terrore e, di fronte al rischio dell’abbandono, seguono reazioni di disorganizzazione, dissociazione e panico; viene quindi fatto di tutto per poterla salvaguardare, anche se la stessa manca di condizioni soddisfacenti.

Il dipendente non riesce ad attuare un’equa distribuzione delle responsabilità all’interno della coppia e si percepisce quindi come l’unico colpevole rispetto alle difficoltà presenti.

 

Quali possono essere le motivazioni sottostanti a questa modalità relazionale?

Le motivazioni alla base di questo pattern di relazione possono essere molteplici, ma è molto probabile le esperienze vissute durante l’infanzia assumano un ruolo centrale.

Così, è possibile che queste persone, durante l’infanzia, abbiano sperimentato un vissuto di insicurezza rispetto alla capacità delle figure di riferimento di prendersi cura di loro, a causa di mancanze effettive, o comunque percepite dal bambino come tali.

È anche possibile che queste persone siano state vittime di abusi o maltrattamenti, o che non abbiano visto i propri bisogni affettivi soddisfatti.

Nella relazione di coppia, queste persone tenderanno, allora, a riprodurre le condizioni sperimentate in passato, nel disperato tentativo di poterlo finalmente correggere e poter ottenere quella sicurezza o quell’affetto mai sperimentato.

Per farlo, arriveranno ad annullarsi, divenendo il membro bisognoso e richiedente della coppia, o piuttosto affiancandosi ad un partner disfunzionale, affetto da dipendenze quali l’alcolismo, la dipendenza da sostanze o altre forme, strutturando un pattern relazionale di Co-dipendenza.

In tal modo, il partner sarà il “paziente designato” della coppia e la presenza del co-dipendente sarà funzionale al mantenimento dello stato patologico.

Anche il co-dipendente, come il dipendente affettivo, tende a disconoscere i propri bisogni ed a focalizzarsi sui quelli del partner, facendolo tuttavia in maniera differente: e cioè esercitando sull’altro un controllo ed assumendo su di sé le funzioni psichiche dell’altro.

Si viene a strutturare una sorta di fenomeno di “parassitismo” psichico-relazionale in cui i confini tra sé e l’altro tendono progressivamente a perdersi.

Sia nel caso della dipendenza affettiva, dove il partner è almeno apparentemente non problematico, che nella co-dipendenza, dove è necessaria la presenza di un partner disfunzionale, non è facile riconoscere il limite tra quelle che potrebbero essere le caratteristiche ed i limiti di una coppia normale, ed un assetto relazionale patologico.

Per questo motivo l’intervento di uno psicoterapeuta, magari inizialmente cercato per tentare di risolvere un malessere diffuso, può essere in primo luogo funzionale a far sì che il paziente prenda atto della presenza della problematica esistente, per poi strutturare un intervento centrato proprio sulla possibilità di poter creare delle relazioni affettive funzionali, dove la presenza dell’Altro nella propria vita non debba necessariamente comportare la perdita di se stessi.

 

Buoni propositi e cambiamento

L’estate è finita e molti stanno ancora tentando di riadattarsi alla vita di tutti i giorni, quando ecco che si riaffacciano alla mente –puntuali come sempre- i buoni propositi.

L’ autunno è tempo di bilanci e nuovi progetti, ed il necessario cambiamento dei ritmi quotidiani obbliga, ed allo stesso tempo favorisce, la capacità di ritrovare le energie da investire in essi.

Il motore è di nuovo acceso, il tempo di rilassarsi senza pensieri è, purtroppo, terminato; si è pronti ad affrontare le “lotte” quotidiane che la vita riserva, con degli obiettivi da raggiungere ed il proprio benessere da tutelare o da conquistare.

Da conquistare, si, perché la realtà di ogni essere umano è sempre costellata di piccole o grandi problematiche che, inevitabilmente, generano una qualche dose di insoddisfazione.

Di fronte ad essa, si cerca di individuare delle strategie funzionali a migliorare le proprie condizioni.

In fondo, i periodi caratterizzati dalla necessità di esprimere buoni propositi, altro non sono che la condensazione di una spinta evolutiva che è, in realtà, sempre presente in ogni individuo.

E i buoni propositi, a loro volta, sono funzionali a sostenere, a significare (cioè, a dare un senso) il re-incalanarsi in una quotidianità costellata di regole, orari, gerarchie, doveri.

I buoni propositi, quindi, danno un senso a quei momenti della nostra vita, in cui siamo costretti a ricoprire ruoli e ad assumere responsabilità ed il tentativo di perseguirli è possibile grazie alla grande mobilitazione di energie necessaria a farlo, in un processo circolare di reciproca causalità.

Pertanto,i buoni propositi sembra che abbiano in sé un certo valore; tuttavia, difficilmente si tramuteranno poi in cambiamenti concreti.

L’energia e la determinazione sperimentate nel formularli, lasciano infatti il posto, dopo qualche tempo, ad un senso di disfatta e rassegnazione.

Perché spesso non riusciamo a mantenere quanto ci proponiamo di fare?

Per capirlo, penso sia utile definire cosa sia un “buon proposito”.

Voglio smettere di fumare, voglio iscrivermi in palestra, voglio finalmente avere il coraggio di parlare in pubblico, voglio ritagliarmi un po’ di spazio per me stesso”.

Si tratta di intenzioni, che cercano di modificare alcuni comportamenti/atteggiamenti preesistenti, che ci appartengono ma che non ci fanno stare bene.

Intenzioni che vanno quindi nella direzione del cambiamento; tuttavia, per capire da dove nascano le difficoltà nel perseguirle, sarebbe utile porsi alcune domande su di esse.

Un breve parallelo con la psicoterapia, può essere molto utile a cogliere come sia possibile rendere i nostri buoni propositi qualcosa di più di un semplice intenzione da proporsi ciclicamente.

Chi decide di intraprendere un percorso psicoterapeutico, lo fa spesso sull’onda di una serie di bisogni: di maggior benessere, di risoluzione di alcuni sintomi, di maggior comprensione di sé o del proprio contesto.

Più raramente, partendo da una condizione di relativo benessere, si è alla ricerca di un’evoluzione, di una crescita, di un ampliamento di coscienza e consapevolezza.

Chi chiede un intervento, riesce più facilmente a definire i propri obiettivi, quando questi si riferiscono ai sintomi sperimentati; più difficilmente, invece, si riesce a farlo quando si cercano di definire i propri obiettivi “evolutivi”, che possono a volte risultare poco definiti, generici, o poco realistici.

Un obiettivo è, per esempio, “poco realistico”, quando non tiene conto delle caratteristiche del contesto di appartenenza; di alcune personali caratteristiche fisiche o caratteriali, oppure di eventi passati, magari drammatici, ma immutabili.

Un obiettivo potrebbe invece essere “poco definito” quando descrive un’aspirazione generica (“vorrei essere felice”, “vorrei stare meglio”), sicuramente legittima, ma che terapeuta e paziente avranno il compito, a poco a poco, di rendere sempre più “operativa”.

Per farlo, è necessario che la psicoterapia proceda verso una maggiore consapevolezza dei propri dinamismi e una maggiore conoscenza di sé.

In questo modo, i pazienti avranno l’opportunità di sperimentare una forma di crescita personale volta non al raggiungimento di un “ideale di Sé”, ma all’evoluzione del proprio “Sé reale”.

Se torniamo ai nostri buoni propositi, ecco che allora possiamo cogliere quanto forse, prima ancora di formularli, necessario porsi alcune domande.

Quanto davvero ci appartengono questi buoni propositi?

Rappresentano ciò che vogliamo davvero, o ciò che vorremmo essere?

Quanto tengono in considerazione le nostre personali caratteristiche, ciò che siamo realmente?

Prima ancora di provare ad attuare i nostri buoni propositi, forse, almeno per quest’anno, potremmo provare a fermarci un attimo e ad osservarli.

Cercando di capire cosa ci raccontano di noi, dell’immagine che abbiamo di noi stessi, di quanto ci conosciamo realmente, potrebbe rivelarsi più chiaro in quale direzione vogliamo andare veramente.


 

La “Sindrome del Rientro”: anche le vacanze possono far male?

sindrome da rientro

 

 

 

 

 

 

 

Ed eccoci di nuovo a Settembre: chi è riuscito a partire per le vacanze sarà tornato da poco e chi non c’è riuscito, avrà comunque trascorso l’estate –o parte di essa- in maniera diversa rispetto al resto dell’anno.

Ora è il momento di riprendere i vecchi ritmi, di rimettersi all’opera, di fare piani, di agire.

Tutto intorno a noi ci dice che è arrivato il momento di riattivarci: le scuole stanno per ricominciare, i negozi non sono più chiusi per ferie, le Poste sono aperte tutto il giorno, il traffico è di nuovo intenso ed il catalogo Ikea è sul nostro tavolo.

 

E allora: Pronti, Partenza….Via?

Dovremmo sentirci pieni di energie, pronti ad affrontare il nuovo anno di lavoro con determinazione e positività; invece non è così, o almeno non è così per tutti.

Ci sono infatti persone che non riescono a stare per troppo tempo lontane dai propri doveri, dalle proprie abitudini; la fine delle vacanze viene da queste vissuta quasi come un sollievo.

Per altre, invece, riprendere a lavorare a pieno ritmo sembra all’inizio un’impresa quasi impossibile e l’essere costretti a farlo da la sensazione di essere inghiottiti da un meccanismo troppo veloce e, forse, lontano da ciò che davvero si vorrebbe.

Questi vissuti si acuiscono ancora di più quando ad attenderci non c’è una situazione stabile e definita, ma, come purtroppo accade sempre più spesso, una condizione di precarietà, di instabilità, o addirittura la necessità di doversi riattivare nella ricerca di un lavoro.

È allora possibile sperimentare un senso di apatia e di disinteresse per quanto ci circonda, difficoltà di concentrazione, nervosismo e un tono dell’umore depresso.

A questi vissuti possono affiancarsi sintomi di tipo fisico, come insonnia, difficoltà di digestione, emicrania, diffuso senso di malessere, stanchezza e piccole indisposizioni.

 

Cosa sta accadendo?

 

Il passaggio da un periodo relativamente privo di preoccupazioni e scadenze ad uno pieno di responsabilità, doveri ed abitudini, rappresenta un vero e proprio cambiamento che necessità di un periodo di adattamento, in cui l’equilibrio psicofisico deve tenere conto dei nuovi “parametri”.

La capacità di adattamento è variabile da individuo ad individuo e ciò che ne risulta può essere tanto lineare e funzionale, quanto complesso e doloroso, fino a potersi inquadrare, in alcuni casi, in una vera e propria sindrome, che in inglese viene chiamata “Post Vacation Blues”.

I sintomi di questa sindrome sono quelli descritti in precedenza e possono presentarsi con maggiore o minore entità, ed avere una frequenza variabile in base alle caratteristiche personali dell’individuo (cioè alle sue risorse) e a quelle del suo contesto d’appartenenza.

Le condizioni lavorative, familiari, economiche e sociali, possono infatti rappresentare fattori facilitanti o impedenti nel processo di adattamento sopra descritto.

Ciò che è importante sottolineare è il fatto che si tratta comunque di un fenomeno fisiologico che ha caratteristica di temporaneità.

È quindi il caso di porsi in un atteggiamento di allerta, solo nel momento in cui i sintomi dovessero presentarsi in maniera troppo intensa e fossero troppo duraturi; solo a queste condizioni questi potrebbero allora rappresentare il possibile inizio di un disturbo di natura depressiva più importante, da non sottovalutare.

In tutti gli altri casi, è solo necessario avere un po’ di pazienza e cercare di favorire le proprie abilità di coping, cioè di adattamento; può essere utile provare a rispettare il proprio bisogno di immergersi gradualmente nella propria routine ed individuare nel proprio ambiente di riferimento quelle risorse che possono esserci di supporto.

Per il resto, non ci resta che attendere che, nell’arco di alcuni giorni o poco più, i sintomi del disagio vadano ad affievolirsi e si possano finalmente cogliere i benefici dell’estate appena trascorsa.

 

 

ereutofobia

Ereutofobia: Quando arrossire fa paura

A chi non è mai capitato di arrossire e di sentirsi in imbarazzo per questo?

Si tratta di un fenomeno piuttosto diffuso, involontario , relativamente imprevedibile e per lo più vissuto come “scomodo”.

Intendiamoci, il fatto che accada, non basta per farne una patologia.

Tuttavia la frequenza con cui questo fenomeno si verifica,  la sua intensità e, soprattutto, il vissuto che lo accompagna ed i comportamenti che ne conseguono, possono  essere tali da indicare l’esistenza di una vera e propria fobia, denominata Ereutofobia, o Eritrofobia;

Il termine proviene dal greco “ereuto”(arrossisco) e “fobos” (paura). l’etimologia del termine ci fa comprendere che il significato di “eritrofobia” è, appunto,  “aver paura di arrossire”.

L’arrossamento della pelle del viso, come di quella del corpo, è un fenomeno fisiologico, legato ad un maggiore afflusso sanguigno sull’epidermide.

E così, dopo uno sforzo fisico per esempio, o anche durante una brutta influenza, le guancie appaiono rosse, il battito cardiaco aumenta, il respiro diviene affannoso.

In sostanza, il corpo si mobilita per fronteggiare una condizione che si discosta da un precedente equilibrio, al fine di ripristinarlo.

Ebbene, queste stesse reazioni, come molti di noi sanno, possono presentarsi anche quando ci si trovi ad affrontare una situazione che genera un vissuto di forte imbarazzo.

In realtà questa affermazione è una semplificazione, funzionale a descrivere un fenomeno più sfumato e complesso.

È vero infatti che ci si può trovare ad affrontare situazioni che potrebbero essere fonte di imbarazzo e di cui il rossore del volto è una conseguenza; può anche accadere, tuttavia, che non ci sia alcuna esposizione a condizioni potenzialmente imbarazzanti, ma che si arrossisca per ragioni che si fa fatica a comprendere e che, di conseguenza, si provi un forte vissuto di imbarazzo.

Ciò che accomuna le due differenti  situazioni è il trovarsi nella condizione di doversi relazionare ad altre persone.

In effetti, a pensarci bene, quante volte ci è capitato di sentirci in imbarazzo mentre eravamo soli…?

Si arrossisce, insomma, e ci si sente in imbarazzo, quando non si è da soli, quando si è esposti alla presenza di altre persone.

Ma quando è possibile iniziare a parlare di ereutofobia?

Si può parlare di questo disturbo, quando il rischio di arrossire o l’arrossire stesso, generino un disagio tale da instillare una serie di comportamenti consequenziali, tipici di tutte le fobie.

Si parla di fobia quando c’è una paura, costante e intensa, di oggetti o situazioni specifiche, l’esposizione ai quali genera una risposta ansiosa.

Chi ne soffre cerca di evitare lo stimolo fobico, o riesce a sopportarlo con molta fatica, riconoscendo in ogni caso che i suoi timori siano eccessivi o irragionevoli.

Pur con questa consapevolezza, il fobico arriva a condizionare la propria quotidianità, facendo si che la fobia interferisca con la propria attività lavorativa, il tempo libero, gli affetti.

Ma qual è l’oggetto o la condizione specifica che l’eritrofobico cerca di evitare?

Se è vero che  al centro dei pensieri dell’eritrofobico, c’è il rischio di arrossire, è degli altri che il soggetto teme la reazione; egli teme il loro giudizio, il fatto che possano considerarlo un debole o che possano ridere di lui.

È dagli altri che si nasconde, quando cerca di voltarsi, per nascondere il proprio rossore, o quando arriva ad allontanarsi da una conversazione, pur di non essere “scoperto”.

Ed ecco che allora l’ereutofobia assume le caratteristiche di una fobia di tipo sociale, in cui è una situazione sociale o prestazionale a provocare una risposta ansiosa, che, in questo caso, è l’arrossamento del volto.

Insomma, da sempre l’arrossire è semplicemente associato all’imbarazzo, mentre in realtà sembra più opportuno accostarlo alle fobie di tipo sociale, dove l’arrossire diviene strumento di rinforzo per instaurare un circolo vizioso, in cui temiamo che l’altro, guardandoci, riesca a penetrare i nostri sentimenti più segreti.

Cosa può esprimere questo particolare disturbo?

Come tutti i segnali del corpo, anche l’arrossire possiede una sua funzione evoluzionistica, che forse oggi ci sfugge, ma non per questo ha smesso di esistere. Forse, in tal senso, l’arrossire potrebbe veicolare un messaggio all’altro, di ammissione della propria “inferiorità”, come una sorta di “dichiarazione di pace”, o di disponibilità.

In ogni caso potrebbe essere un segnale utile, quanto meno, a ricordarci che siamo innanzi tutto esseri biologici, con delle reazioni che esulano dal nostro controllo.

Ed in effetti l’arrossire altro non è che una perdita di controllo rispetto all’espressione dei propri affetti, dove  il volto smette di essere una “maschera”, per denudare invece l’animo umano.

La psicoanalisi associa la paura di arrossire proprio alla paura di questi affetti e anche, più specificatamente, alla paura della propria Sessualità, intesa come espressione massima del “primordiale”, dell’istintivo, che, fino a quel momento censurato,  è fuoriuscito nella parte più esposta agli altri del nostro corpo.

Il rossore tradisce la nostra volontà di controllo, il desiderio di non essere visti dall’Altro.

Un po’ come se rappresentasse, in tempi di efficientismo e razionalità, una sorta di compensazione.

Per questo motivo, per comprendere l’eritrofobia, è importante porsi rispetto ad essa, non come se si fosse necessariamente di fronte ad una falla da coprire e correggere; ma piuttosto di fronte ad un fenomeno pregno di un significato e veicolo di un messaggio che in qualche modo stiamo inviando a noi stessi.

 

 

 

 

 

 

Quando il paziente non torna: il Drop-Out

dropoutCiò che spinge una persona a rivolgersi ad uno psicoterapeuta  è, nella maggior parte dei casi, un vissuto di disagio, generato da una “crisi di decisionalità”: una condizione di stallo, da cui la persona non riesce ad uscire autonomamente.

Tuttavia il periodo che precede il primo contatto con un professionista è spesso denso di dubbi e resistenze, tanto che ci sono persone che pensano per mesi, o addirittura per anni alla possibilità di chiedere un sostegno psicologico, ed altre che possono non arrivare mai a questa decisione.

Per questo, riuscire prima a telefonare, e poi a recarsi dallo psicoterapeuta, viene generalmente vissuto con sollievo, come se la difficoltà più rilevante fosse appena stata superata.

Sicuramente la capacità delle persone di aggirare le proprie paure e le proprie reticenze, rivolgendosi ad un professionista, dimostra  la presenza di risorse importanti.

Ma affacciarsi ad un percorso  “immaginato” è cosa diversa dal percorso vero e proprio.

Non è in fondo questo secondo  il momento in cui il paziente deve necessariamente e finalmente confrontarsi con la realtà della relazione terapeutica ed essere in grado di sostenerla?

Potrebbe, allora,  essere questo uno scoglio ancora più grande del precedente?

Presumibilmente si, visto che l’esperienza del drop out è comune a tutti gli psicoterapeuti a prescindere dal loro orientamento e dalla loro esperienza.

Con il termine “Drop out”, che in inglese significa “ritirarsi”, ci si riferisce a quel fenomeno in cui un paziente interrompe prematuramente il percorso psicoterapeutico intrapreso.

Alcuni pazienti, seppur giunti in psicoterapia perché spinti da difficoltà che li avevano motivati ad incontrare lo psicoterapeuta, decidono improvvisamente di interrompere il percorso nella sua fase iniziale(dal primo incontro ai primi 3 mesi), a volte comunicando al terapeuta la propria decisione, altre volt, invece, senza alcuna comunicazione in merito.

Si tratta, in realtà, di un evento che si verifica anche in altri ambiti: un utente smette di avvalersi di un servizio prima che quel servizio sia stato compiuto nella sua interezza.

Una scelta dell’utente quindi, evidentemente legittima e conseguente al precoce raggiungimento dell’obiettivo, o al contrario alla sua insoddisfazione: un fenomeno “lineare”, basato su una logica di tipo “causa-effetto”, che sembrerebbe non necessitare di  alcun tipo di approfondimento.

Se forse questo può essere vero in altri contesti,  può essere riduttivo ragionare in questi termini anche nel caso della psicoterapia.

Il percorso psicoterapeutico è infatti un processo in cui non si cercano cause di effetti, ma piuttosto nessi e significati: anche un fenomeno come il “drop out” va significato, compreso e quanto più possibile prevenuto.

Ma quali possono essere le ragioni per cui si decide di interrompere un trattamento al suo inizio e senza quindi essersi dati l’opportunità di trarne beneficio?

Chi si rivolge uno psicologo, lo fa con tutta una serie di aspettative sull’incontro con lo psicoterapeuta e sulla psicoterapia.

E proprio le divergenti aspettative del paziente e dello psicoterapeuta, rappresentano uno degli elementi alla base della scelta di abbandonare il percorso appena intrapreso.

Spesso i pazienti arrivano in terapia convinti di trovare un operatore pronto ad elargire consigli: su come comportarsi in una data situazione, come risolvere un sintomo, come aiutare un’altra persona etc.

Come se lo psicoterapeuta fosse depositario di un sapere “assoluto” ed il suo compito fosse quello di insegnarlo al paziente.

Altre volte, il paziente identifica la figura dello psicoterapeuta con quella del medico, presentandosi quindi al professionista come un malato che deve essere curato, possibilmente con precisione chirurgica e rapidità farmacologica.

Il paziente sembra quindi mettersi, almeno inizialmente, in una posizione di “attesa” verso la risoluzione proposta dal clinico.

Niente di male: il paziente va in psicoterapia per fare il paziente e sta allo psicoterapeuta cercare di stimolare nuovi punti di vista.

L’esistenza stessa della psicoterapia dipende dalla Partecipazione di entrambi i componenti della coppia psicoterapeutica: dipende, in sostanza, dal nascere di una Relazione.

Naturalmente il fenomeno del drop out è molto complesso e dipendente da molteplici altre variabili.

Gli studi condotti in proposito hanno dimostrato, per esempio, una correlazione tra drop out e  variabili quali l’età, il sesso e le caratteristiche socio demografiche dei paziente;  tratti caratteriali dello psicoterapeuta etc.

Tuttavia ciò che può essere interessante in questa sede è indicare l’influenza sul fenomeno della motivazione del paziente al trattamento, che in qualche modo mette in gioco anche lo psicoterapeuta e la sua abilità di entrare in relazione con il paziente.

La motivazione è un concetto che di per sé risulta vago e che deriva da altre componenti, come per esempio la presenza di obiettivi a lungo termine; la necessità di ottenere un cambiamento, la risoluzione di alcuni sintomi o la mancata risoluzione degli stessi; la capacità di tollerare la frustrazione che il trattamento inevitabilmente comporta; l’inclinazione ad accettare spiegazioni di tipo psicologico.

Compito dello psicoterapeuta non può essere quello di farsi carico completamente di una motivazione che nasce in primo luogo dal paziente stesso; ma può essere quello di contribuire ad alimentarla, attraverso la propria presenza, attraverso il reale interesse –professionale ed umano- verso la persona che si ha davanti e attraverso il proprio autentico impegno.

Per questo, il fenomeno del drop out deve sempre interrogare il paziente come lo psicoterapeuta, sul significato dello stesso e può rappresentare un importante spunto di riflessione su come ci si è posti in quella relazione.

La relazione psicoterapeutica infatti è una relazione che vive su un piano totalmente unico rispetto alle relazioni che normalmente ciascuno di noi vive nel proprio quotidiano.

Essa si muove su una dimensione di tipo professionale, centrata sul raggiungimento di obiettivi concordati e ridefiniti nel tempo.

Ma resta comunque una relazione umana, centrata su affetti ed emozioni; e che di ricordi, affetti, emozioni e relazioni tratta.

Non può pertanto che essere un gioco di squadra, dove esistono le scelte del singolo individuo, su cui l’altro non può incidere e dove esiste contemporaneamente un terreno di collaborazione e reciprocità.

Il drop out si inserisce in questo terreno in maniera sfumata, rappresentando a volte una scelta indipendente dall’intervento, altre volte l’effetto di una corresponsabilità, che si gioca tuttavia sul silenzio di parole non dette ed emozioni vissute, il cui esito è la separazione.

Quest’ultima è una scelta che va rispettata e che ha sicuramente un senso: spesse volte anche durante i primi colloqui si attivano per altro risorse e riflessioni che sono utili al paziente e che possono anche generare circoli virtuosi.

Resta tuttavia importante  il confronto su questa stessa scelta ; o quanto meno, se questo confronto proprio non è possibile, è importante che questa scelta non venga chiusa in un cassetto e resa muta, ma che divenga uno spunto per cogliere nuovi significati e nuove strade.

 

Fonti: Cognitivismo clinico (2006)  “ll drop out nei disturbi di personalità: una review degli studi degli ultimi vent’anni” (K. Aringolo)

Cognitivismo clinico (2008) “il drop out nella terapia cognitivo-comportamentale: risultati da uno studio-caso controllo” (A. Rossi et al.)

“Mangiarsi le unghie”: L’onicofagia.

mangiarsi le unghieL’onicofagia, ossia il “mangiarsi le unghie” viene comunemente -ed erroneamente- considerata come un “vizio”: un comportamento, cioè, indice di una “debolezza” di fondo da parte di chi lo mette in atto, che, se solo si applicasse, potrebbe benissimo farne a meno.

Se queste sono le considerazioni più diffuse, non sorprende il fatto che le reazioni di fronte a qualcuno che si mangia le unghie –il nostro bambino, nostro marito- possano essere di comprensibile irritazione.

La letteratura scientifica ci aiuta a capire come, invece l’onicofagia, sia un comportamento più complesso, meritevole della nostra attenzione ed osservazione.

L’onicofagia è infatti, molto spesso, espressione di un vero e proprio disagio di tipo psicologico: disagio che può essere transitorio o di lunga durata e che può esprimersi con intensità differente.

Il comportamento onicofagico, quindi, non sempre deve destare particolari preoccupazioni: esso può essere espressione di un’ansia non particolarmente eccessiva e transitoria;nei bambini, può anche essere un atteggiamento puramente imitativo – che riproduce quanto si osserva negli adulti.

Esistono, tuttavia, casi anche gravi di questo comportamento: espressione, allora, di un disagio psicologico più marcato.

È allora in questi casi, o per prevenirli, che può essere opportuno un approfondimento.

L’onicofagia, nella letteratura scientifica, viene fatta rientrare tra i “disturbi del controllo degli impulsi”.

La caratteristica fondamentale di questi ultimi è l’incapacità di resistere ad un bisogno percepito come impellente, per il quale si prova una crescente tensione, fino al suo soddisfacimento.

In seguito ad esso, da un lato compare un senso di sollievo, dall’altro sensazioni spiacevoli, di colpa ed inadeguatezza per quanto compiuto.

Generalmente l’onicofagia fa la sua comparsa durante l’età evolutiva per poi dissolversi in età adulta; tuttavia è possibile che il disturbo permanga per molti anni, o diventi addirittura cronico; oppure che si ripresenti ciclicamente,durante periodi di particolare stress o ansia.

L’onicofagia, infatti, sembra essere associata ad uno stato di ansia, che, per esempio nei bambini, può essere legata a momenti particolari, quali la nascita di un fratellino, l’inizio della scuola, litigi familiari particolarmente intensi e frequenti, aspettative eccessive nei suoi confronti, etc.


Possibili interpretazioni psicodinamiche.

Per ogni individuo ogni sintomo/comportamento disfunzionale ha un significato articolato e del tutto personale.

In ogni caso, da un punto di vista psicodinamico, l’onicofagia, in quanto comportamento che coinvolge l’oralità di chi la mette in atto,viene generalmente ricondotta ad una delle fasi di sviluppo denominata fase orale: si tratta di quel periodo della vita del bambino in cui la bocca rappresenta il principale “sensore” dell’ambiente circostante, il filtro tra lui ed il mondo; lo strumento di unione con la propria madre, il principale “mezzo” di sopravvivenza.

Portarsi le mani alla bocca può allora richiamare quelle sensazioni di rassicurazione che prova il bambino durante la suzione ed esprime, in qualche modo, una sorta di “fissazione” a quella fase; come se, durante quella fase, ci fosse stato un “blocco”, che costringe l’individuo a ritornarci, seppure inconsapevolmente, per cercare rassicurazione con quelle stesse modalità invece che con modalità più funzionali.

Allo stesso tempo, il mangiare le proprie unghie può essere considerato un atto auto-lesionistico.

Nell’atto di mordere le unghie e/o i tessuti circostanti, provocandone l’accorciamento come anche l’eliminazione di irregolarità tissutali, si può provocare dolore, sanguinamento, ed anche infezioni.

Per questo motivo alcuni studiosi individuano nell’onicofagia un’espressione di aggressività, in soggetti che, evidentemente, non riescono ad esprimere la propria rabbia se non che verso se stessi.

Il soggetto sposta sul proprio corpo delle emozioni –di rabbia, di ansia o di paura- che egli non riesce a gestire simbolicamente: gli è quindi necessario renderle “tangibili”, attraverso la produzione di effetti visibili.

Questa modalità di gestione allevia solo apparentemente e transitoriamente la tensione percepita dal soggetto, in quanto in realtà gli impedisce di elaborare i propri vissuti da un punto di vista simbolico.

Da tutte queste considerazioni si può evincere come anche in questo caso l’intervento di uno psicologo può essere opportuno: per stimolare la comprensione delle emozioni sottosanti a questo comportamento e per imparare a gestirle in maniera più funzionale.

 

“Non ci vedo più dalla fame”. Emotional Eating, la Fame Nervosa

 

Il DSM V, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, è ormai arrivato alla sua quinta edizione,  e vede un ulteriore ampliamento di diverse categorie diagnostiche, tra le quali figura anche quella dei Disturbi Alimentari.

I Disturbi Alimentari erano precedentemente  raggruppabili nelle due grandi categorie dell’Anoressia e della Bulimia.

Molti dei disturbi a cui oggi si è dato un nome, erano precedentemente classificati nella categoria N.A.S, che significa “non altrimenti specificati”.

Se da un lato questo ampliamento ci parla del progresso scientifico nello studio della mente umana, non si deve d’altro canto sottovalutare il rischio  di “patologizzare” ogni fenomeno psichico.

È quindi bene ricordare come l’attribuzione di un nome ad una condizione psicologica,  non ne definisce di per sé la gravità .

Perché questa premessa per parlare di fame nervosa?

Perché questa affermazione assume un’importanza particolare se parliamo di comportamenti alimentari e, nello specifico, di “Fame nervosa” o Emozional  Eating.

Si parla di fame nervosa quando il bisogno emozionale di cibo prevale su quello biologico e, pur cercando di resistere, si perde infine il controllo e si mangia una quantità eccessiva di cibo in risposta a delle emozioni tendenzialmente spiacevoli, come ansia, tristezza, preoccupazione, rabbia.

Quindi quando si mangia anche se non si è particolarmente affamati, vuol dire che dietro c’è sempre un problema di tipo psicologico?

Non è possibile pensare che  l’essere umano si nutra sempre e solo in base ad una spinta di natura biologica, priva di alcuna valenza emozionale.

Il nesso tra emozioni e cibo è certo, ma ciò non implica di per sè la presenza di problematiche psicologiche.

In qualche misura, l’uso del cibo come forma di compensazione di un disagio transitorio è quanto di più comune possa capitare.

La fame nervosa può però rappresentare un problema, quando accade troppo spesso che la capacità di controllo dell’individuo venga meno ed agli attacchi di fame seguano delle “abbuffate” che incidono sul nostro umore e sulla stima di noi stessi.

Questo fenomeno nasce come tentativo dell’individuo di rispondere al proprio disagio emotivo attraverso il cibo, utilizzandolo in maniera non adeguata.

L’ingestione di cibo infatti non “cura” il disagio, ma attiva una spirale di comportamenti compulsivi che anzi lo alimentano.

Ma cos’è che spinge un individuo a rispondere alla propria sofferenza con il consumo di cibo?

Spesso, alla base, ci sono diversi aspetti.

Intanto c’è un’emozione spiacevole, che l’individuo ha difficoltà innanzi tutto a riconoscere.

Non sempre infatti si è consapevoli di mangiare, per fare un esempio, perché “ci si sente soli”.

L’alimentazione smodata è in questo senso una sorta di “coperchio” ed è per questo che è molto importante imparare prima di tutto ad ascoltarsi.

Poi, c’è un modo “scorretto” di gestire le proprie emozioni.

Come se non si riuscisse a contenerle, trattenerle, osservarle, senza improvvisare un rimedio immediato e magari inadeguato.

Ed ecco che allora si ricorre al cibo: lo strumento più immediato per trovare soddisfazione, ciò che, facendoci sentire pieni, ci permette di non cogliere i nostri “vuoti”.

Il cibo ci riconduce alle cure primarie che abbiamo ricevuto, quando il nutrimento da parte di chi si prendeva cura di noi era anche un veicolo d’amore; quando, infine, era la bocca la nostra porta verso il mondo, da cui ricevevamo affetto, con cui sperimentavamo l’ambiente, che ci garantiva la nostra sopravvivenza.

Quando, però, in quella fase della vita, sono stati vissuti dei disagi di cui magari non si ha più memoria ed in cui si annodano conflitti irrisolti, allora sarà proprio a quella fase dell’esistenza che la persona tenderà ad “ancorarsi”, utilizzando quegli antichi canali (il cibo, la bocca) per esprimere se stessa.

Ed ecco che allora un buon principio, potrebbe essere quello di interrogarsi e cercare di conoscersi, di leggere le proprie emozioni, di intraprendere un percorso in cui si apprenda, col tempo, a cercare altrove e diversamente, ciò che ci manca davvero.

Psicologia in Pillole: I Test Psicologici

Non è raro trovare su internet degli accattivanti link che propongono l’uso di “test”, per capire alcune nostre caratteristiche: “Scegli una di queste porte e ti dirò chi sei!”, è un esempio. In realtà, come è facile immaginare, questi “test” non si basano su alcun presupposto scientifico, ma si limitano a rifare il verso ai cosiddetti Reattivi Psicologici, o Test, che rappresentano un contributo scientifico della psicologia sia alla pratica clinica che allo studio del comportamento. ll termine “test” viene dal latino "testum", che vuol dire “vaso”; nel francese antico, la parola “test” indicava proprio il vaso che gli alchimisti utilizzavano per saggiare l’oro. Fin da quei tempi, quindi, il termine andava ad indicare uno strumento utile a valutare qualche elemento. I test psicologici sono degli strumenti che misurano le differenze tra individui o in uno stesso individuo, di fronte a condizioni diverse; è proprio a partire da questa capacità di misurare che la psicologia si è potuta differenziare dalla filosofia, divenendo una scienza autonoma. Certo i test non forniscono delle misure assolute, perché non esiste una unità di misura (per esempio, volendo misurare l’intelligenza); piuttosto, si misurano le differenze, ossia quanto un individuo si discosta da un campione di riferimento. L’assunto su cui si basano i test è che ogni individuo ha una sua struttura psicologica che ne orienta il comportamento; quindi ogni individuo reagirà a suo unico modo di fronte ad uno stesso stimolo.

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