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Memento mori: sul Coronavirus e le paure degli esseri umani.

Memento mori: una locuzione latina che significa “ricordati che devi morire”, squisitamente ripresa nel  film “Non ci resta che piangere”, scritto, diretto ed intepretato da Massimo Troisi e Roberto Benigni, e che può essere utile per introdurre una intepretazione in chiave psicologica di quella sorta di “psicosi collettiva” correlata alla potenziale diffusione del Coronavirus in Cina e nel mondo.

Da sempre l’arte e la cultura, la tradizione ci rimandano a questa consapevolezza così presente nella nostra mente e allo stesso tempo spaventosamente difficile da trattenere. L’essere umano è tanto spinto, nei suoi comportamenti, alla ricerca della sopravvivenza della specie, quanto impegnato a “rimuovere” la propria finitezza. Ciascuno di noi, osservandosi, non potrà che accorgersi di condurre la propria esistenza “come se” non fosse a termine, come se fosse infinita, appunto. L’essere umano, da solo, non può probabilmente sostenere il peso sconvolgente della propria fragilità e la collettività, tanto vera quanto l’individuo, pensa e agisce questa angoscia cercando di scongiurarla, celebrarla, oltrepassarla.

Le rappresentazioni cinematografiche ci raccontano della necessità della specie umana di trattenere nell’immaginario collettivo la drammatizzazione di eventi straordinari e distruttivi, presente del resto nelle opere teatrali, letterarie e pittoriche.

Nella serie tv “The Walking Dead” un gruppo di sopravvissuti affronta una classica epidemia zombie.

L’essere umano ha bisogno di rappresentare la propria estinzione, prendendone allo stesso tempo e distanze: questa è la funzione delle rappresentazioni artistiche su di essa. Rappresentazioni che, quando sono così vivide come quelle cinematografiche, difficilmente raccontano  di rischi davvero concreti, immediatamente presenti nella nostra realtà, perché questo avrebbe un impatto troppo forte; d’altro canto, raccontano di rischi possibili e spesso rappresentano comportamenti adattivi funzionali a scongiurarli (pensiamo alla figura degli “eroi” sopravvissuti a delle catastrofi). Ciò ci consente di diffondere le modalità di controllo di un evento imprevisto e soprattutto, ci consente di credere nell’illusione dell’onnipotenza della specie.

Le persone sono attratte dalle emozioni intense (un film dell’orrore, un dramma teatrale, un incidente d’auto) e sono queste che vengono tramandate, narrate, che divengono un patrimonio collettivo.

Perchè accade questo? E cosa c’entra tutto questo con il Coronavirus?

La nostra specie è sopravvissuta e si è evoluta proprio grazie alla capacità di costruire sistemi sociali sempre più complessi ed ampi ed in questo senso il sapere collettivo è imprenscindibile. Il sapere collettivo è funzionale ad adattarsi agli eventi imprevisti; il senso comune altro non è che un patrimonio di acquisizioni condivise utili a far funzionare la collettività.

Le reazioni della collettività, quindi, sono adattive rispetto alla conservazione della specie ed hanno una estrema capacità di propagarsi rapidamente proprio per questa ragione. In questo senso, espressioni di “panico collettivo” generate dalla paura di diffusione di un virus potenzialmente mortale, sembrano essere una distorsione di un comportamento collettivo  finalizzato alla sopravvivenza della specie.

Controlli della temperatura corporea negli aeroporti internazionali

Queste considerazioni possono forse aiutarci ad assumere una posizione critica verso le nostre paure e quelle degli altri e verso le reazioni che sembrano emergere e dilagare rispetto al Coronavirus. La maggior parte di noi è a sua volta terrorizzata da questa sorta di cecità che sembra contagiare le masse; la massa, il collettivo, la folla, sono “organismi” diversi ma che  richiamano ad atteggiamenti impulsivi e soverchianti, distruttivi e dannosi per l’individuo.

Tuttavia, se proviamo a leggere questi comportamenti come specie-specifici, possiamo forse comprendere come la collettività non sia un’entità astratta e sconosciuta, ma possa essere se non controllabile, in qualche misura intellegibile. I gruppi funzionano grazie a processi come la normatività, la de-individuazione.

Processi cioè in cui l’adeguamento a visioni e regole condivise diventa primario rispetto alla posizione dell’individuo. Ciò contiene certamente in sé dei rischi rilevanti e potenzialmente dannosi per le persone – e ciò che sta accadendo ora rispetto al Coronavirus lo dimostra, ma possiamo fare riferimento ad accadimenti ben più gravi e distruttivi, pensiamo al nazismo e all’Olocausto.

Tuttavia in senso evolutivo questi fenomeni possono raccontarci di come siamo sopravvissuti a vere e proprie epidemie, a guerre e disastri ambientali.

La “memoria” collettiva ha una storia infinitamente più lunga di quella degli ultimi secoli, degli stravolgimenti sociali del ‘900 e delle  trasformazioni tecnologiche degli ultimi decenni; le nostre reazioni possono rispondere a questa memoria, più che ai reali pericoli che affrontiamo, diventando quindi disfunzionali perchè inappropriate al reale pericolo.