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Sulla Resilienza (elogio di una transitoria e sopportabile sofferenza)

Perché scrivere un articolo sulla Resilienza?

Resilienza

Il termine “resilienza” è oggi divenuto estremamente diffuso nel parlare comune, pur trattandosi di un concetto mutuato dalla tecnologia del materiali, dalla fisica e dall’ingegneria e poi applicato anche ad altri ambiti quali l’economia, la biologia, l’ecologia e infine-grazie alle sue straordinarie potenzialità metaforiche- la psicologia. In psicologia esiste una vasta letteratura sull’argomento e su quelli che possono essere considerati fattori di rischio e fattori protettivi che consentano ad una persona di essere, a fronte di un evento negativo, resiliente.

Negli interventi psicosociali, ad esempio, concetti come le strategie di coping ( adattamento), enpowerment, skills e resilienza sono centrali e determinanti. Esistono tuttavia anche delle posizioni critiche sull’uso o quanto meno sull’abuso del concetto di resilienza che credo meritino una certa attenzione

La Resilienza in Psicologia

In psicologia, una persona è resiliente quando riesce ad adattarsi ad un cambiamento importante, ad un trauma, ad un evento stressante, alle difficoltà. Una persona è resiliente quando riesce a riorganizzarsi in seguito ad un evento negativo, al punto da essere in grado di trarne dei benefici; la persona quindi non solo si auto-ripara, ma in qualche modo si rigenera, evolve.

Riesce ad affrontare le avversità, a coglierne degli aspetti positivi, a viverli in maniera ottimistica, a non perdere la speranza, a raggiungere infine anche obiettivi importanti. Si tratta di persone che hanno un “locus of control” interno, ossia la capacità di agire sulla propria realtà credendo di poterla modificare e cercando di farlo.

Resilienza non è non saper chiedere aiuto

Fattori di rischio e fattori protettivi

Posso esservi dei “fattori di rischio” che in qualche modo predispongono le persone ad una certa vulnerabilità, come dei fattori protettivi che invece la difendono, consentendo di predire una buona capacità di resilienza. Non ci addentreremo molto su questi fattori, non perché la loro disamina non sia importante, ma perché ci porterebbe troppo lontano dagli obiettivi di questo articolo.

In generale, possiamo parlare di fattori individuali, familiari, sociali che possono essere predisponenti od ostativi allo sviluppo di una certa capacità di resilienza. Una buona considerazione di sé, ad esempio, rappresenta un indice “prognostico” positivo, insieme al suddetto locus of control interno, alla capacità di definire degli obiettivi chiari e realistici ed alla capacità di avere una visione “ottimistica di sé e della situazione che si sta affrontando. Altro elemento predittivo di una reazione resiliente è la presenza di legami affettivi validi nella vita della persona.

E quindi?

Essere resilienti, però, non significa che la persona non si senta in difficoltà in seguito ad un evento stressante o traumatico: esiste sempre, invece, una certa quota di sofferenza, disagio, tristezza, preoccupazione. Ed infatti, se pesiamo all’etimologia del termine, il concetto di resilienza indica la proprietà dei materiali di resistere agli urti senza spezzarsi (dal latino resiliens -entis, participo presente del verbo resilire, che significa “rimbalzare”).

L’oggetto resiliente non resiste, non si oppone: bensì assorbe, assimila e si adatta all’urto.

Un urto che esiste, che ha i suoi effetti e che viene percepito, proprio come una persona percepisce l’impatto di un evento negativo, ne soffre e cerca di adattarvisi. Un’osservazione scontata? Non credo. Non tenere conto di questo ha in sé alcuni margini di rischio.

Cos’è davvero la resilienza e come si può evitare di idealizzarla, sentendosene vincenti detentori o irrimediabilmente privi di questa capacità ormai ritenuta essenziale?

La nostra è l’epoca della prestazione e dell’efficientismo e il rischio è che (credere di, imporsi di) essere resilienti divenga una sorta di bandiera identitaria che ci confermi che ne facciamo parte; che ci conforti e ci dica che non siamo fuori tempo e fuori luogo, che non siamo degli alieni in un’epoca di superuomini infallibili che non cedono mai, non cadono mai e si rialzano sempre, più forti di prima. Se è vero che l’essere umano evolve, cresce, apprende e si autoripara, è anche vero che che egli sente, prova, riflette, immagina. 

E, quindi, soffre.

Soffre, può star male, può sentirsi confuso, può sentirsi perso.

L’uomo sente dolore, patisce nel senso letterale del termine ossia “è vissuto, è emozione”. E allora  potersi concedere di stare male, di dirsi e dire a qualcun altro che non si può più resistere, che è troppo, che si ha bisogno di aiuto, è una forma di resilienza, forse molto più autentica di quella che, quasi meccanicamente, non ci vuole far vivere il nostro presente, il nostro pathos, in nome di un “futuro” posticcio in cui ci si vuole illudere che questo dolore non tanto sia stato superato, no: ma che non sia mai esistito.

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