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“Perchè Sanremo è Sanremo”. Sul Festival di Sanremo e l’importanza della ritualità

Come ogni anno, anche in questo 2020 appena iniziato, dopo una lunga fase di preparazione ed attesa, si celebra il settantesimo Festival di Sanremo. Molti italiani, di tutte le età, trascorrono le loro serate davanti alla televisione, ascoltando la musica ma soprattutto commentando la capacità di conduzione del presentatore, normalmente accompagnato da una o più co-conduttrici; e poi commentando gli ospiti, gli abiti, le gaffe, i tacchi, il trucco, i seni, il pesoforma e poi anche le canzoni.

Quello che c’è di davvero stra-ordinario del Festival di Sanremo è che per circa una settimana giornali, radio, telegiornali, social e siti web ne parlano continuamente;  poi, per un brevissimo lasso di tempo, l’attenzione cade sulle canzoni migliori, fino ad un repentino oblio: se ne riparla a febbraio dell’anno successivo.

Un fenomeno quindi, capace di suscitare il totale disinteresse per un lungo lasso di tempo e ad attrarre la massima attenzione nell’arco di una sola settimana.

Questo potrebbe indurci a pensare che evidentemente il Festival di Sanremo rappresenti in qualche maniera un veicolo di significati che proveremo ad identificare. Per come è strutturato, il Festival sembrerebbe avere i connotati del rito: si svolge da decenni nella città di Sanremo, nello stesso periodo dell’anno, all’incirca con una stessa durata, con un format più o meno similare e delle fasi abbastanza cadenzate.

Il format

Normalmente il Festival è presentato da un conduttore, affiancato da una o più co-conduttrici: tempo fa si parlava di vallette, mentre oggi la parola è in disuso e del resto il ruolo delle donne al Festival di Sanremo è fortunatamente più paritario. Sebbene le donne appaiano quasi sempre più come uno sfondo, mentre la “figura” rimane, ancora oggi,  il conduttore. E così, la co-conduzione si alterna a fiori, tacchi, scale e strascichi d’abito, solo per lanciare un’immagine abbastanza rappresentativa.

Si potrebbero fare molte considerazioni su questa dimensione, ma forse all’interno di questo articolo ciò che può essere importante sottolineare è la carezza rassicurante che viene offerta da questa impostazione non necessariamente maschilista, ma tradizionalmente maschiocentrica.

Il Festival, regalando questo genere di assetto, sembra riconfermare dinamiche relazionali tra il genere femminile e quello maschile, oggi profondamente in discussione.

Altri elementi del format sembrano ripercorrere strade familiari: alla categoria dei “big” della musica, si affianca quella dei giovani esordienti. Il pubblico ha così la possibilità di immergersi in identificazioni molteplici: con i testi delle canzoni, con la grandiosità dei nomi della musica italiana, con il tempo che passa, con l’esplosività di un giovane che finalmente raggiunge il successo. Tutti i cantanti sono votati da una duplice giuria: quella esperta e a volte incomprensibile presente al Festival e quella giustizialista e viscerale del pubblico. In un susseguirsi di esibizioni ed eliminazioni, si arriva ad una rosa di una decina di cantanti per categoria, fino all’elezione dei primi 3 posti e quindi dei due vincitori, uno per categoria.

Le Fasi

Del Festival di Sanremo si inizia a parlare sommessamente alla fine di ogni anno, mentre è nel mese di Gennaio che i media iniziano ad adoperarsi per alimentare l’attesa dell’evento da parte del pubblico. In seguito a questo momento di preparazione, arriva la celebrazione dell’atteso, del rito appunto, che vede nella nomina del suo vincitore il suo apice e, allo stesso tempo, la sua conclusione. Il dopo-festival e la risonanza che questo evento ha nelle settimane successive ha forse la funzione di restituire al pubblico l’esito del rito effettuato (il feticcio?).

E quindi?

I riti fanno parte della natura umana: l’essere umano è un essere sociale e il rito sembra avere una funzione celebrativa di una appartenenza. Al genere umano, ad una categoria, ad una religione, ad una fase della vita, ad una squadra di calcio, ad un nucleo familiare: siamo immersi di riti, che spesso celebriamo senza una piena consapevolezza.

E allora forse il “festival della musica italiana” ci aiuta a sentire l’appartenenza al nostro Paese, in un momento storico,per altro, dove questo senso di coesione ed appartenenza sembra essere stato messo profondamente in discussione.

Quello che serve, quindi, per sentirci più uniti, più simili, per credere per qualche settimana che in fondo va tutto bene, che in fondo ci siamo ancora e che non c’è molta differenza tra l’Italia del secondo  Dopoguerra, che speranzosa si affacciava alla rinascita (il primo Festival ebbe luogo nel 1951) e quella di oggi.