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L’omicidio di Gloria Rosboch, il linguaggio mediatico ed il concetto di personalità.

RosbochSembra essersi appena ridimensionato l’interesse mediatico intorno al caso dell’omicidio della Professoressa Gloria Rosboch, avvenuto nel mese di Gennaio in un piccolo Comune vicino la Città di Torino.
La vicenda, venuta inizialmente allo scoperto in un programma televisivo che si occupa di persone scomparse, è poi purtroppo giunta alle cronache a causa del ritrovamento del corpo della professoressa, in seguito alla confessione di uno dei due assassini.
I fatti sono tristemente noti: la professoressa, una donna di 49 anni descritta come riservata e, forse, troppo invischiata con la sua famiglia d’origine, intraprende una relazione con un suo ex allievo, Gabriele De Filippi, più giovane di diversi anni, con cui da sempre vive un’affettuosa amicizia.
Il giovane, descritto da tutti come carismatico ed affascinante, è in realtà un truffatore, che la convince a consegnargli un’ingente somma di denaro, con la promessa di un futuro lavorativo ed affettivo insieme.
Scoperta la truffa, la professoressa cerca di riavere indietro i suoi soldi e di avere dal ragazzo delle spiegazioni.
Quest’ultimo, stando alle cronache, ne pianifica quindi l’omicidio con la complicità del suo amante Roberto Obert e, forse, di altri personaggi, tra cui la madre del ragazzo.
Si scopre che il giovane fosse uso ad istaurare relazioni affettive con persone spesso più grandi di lui, su cui, a quanto pare, esercitava un forte ascendente.
É di ieri la notizia che quella della professoressa non fosse la prima truffa messa in piedi dall’assassino.
Una vicenda del genere non può non colpirci, per la triste fine della professoressa e perla freddezza e la crudeltà degli assassini che, dopo averla strangolata, ne gettano il corpo in un pozzo.

Oltre ciò, non può non colpire il linguaggio che i media hanno utilizzato per accompagnare la cronaca dei fatti e per descriverne i protagonisti.
Apparentemente pietosi e discreti nei confronti della vittima, i media ne hanno sottolineato la scarsa avvenenza e, in non poche occasioni, si è fatto cenno alla particolare condizione esistenziale della donna che,a 49 anni, viveva ancora con i suoi anziani genitori, sembra senza particolari velleità, relazioni affettive, nè vita sociale.
Questa condizione, dicono, l’avrebbe resa più vulnerabile alla manipolarietà del giovane omicida, al suo “carisma” ed alla sua “forza di carattere”.
Anche se questo fosse vero, il rischio nel sottolineare le fragilità, vere o presunte, della vittima potrebbe essere quello di responsabilizzarla eccessivamente e, di rimando, di attenuare le colpe dei suoi assassini, in un gioco di contrappesi di ruoli e responsabilità, forse anche in odor di sessismo.
Che la cinquantenne Gloria se la sia quasi cercata, poco avvenente come era, a credere che un ragazzo di poco più di vent’anni potesse davvero voler stare con lei?
Gabriele De Filippi, d’altro canto, viene descritto come un ragazzo “particolarmente carismatico, dal linguaggio forbito, molto gentile ed educato”.
I media lo presentano come dotato di una “personalità forte”, perchè capace di manipolare le sue vittime, di sedurle ed usarle a proprio piacimento.
Ma quando è che una personalità può essere definita “forte”?

La personalità: alcune considerazioni.

Secondo Karl Jaspers, “nessun concetto viene impiegato con significati tanto diversi e variabili come quello di personalità o carattere.”
La personalità, la cui etimologia ci riporta al latino “persona” , che significa maschera, può essere definita come una modalità strutturata di pensieri, affetti, comportamenti e motivazioni, caratterizzanti l’individuo e risultanti da fattori temperamentali, ma anche dallo sviluppo e dal contesto socio-culturale.
La personalità non è statica, bensì dinamica e cioè in continua evoluzione, pur presentando dei pattern relativamente stabili.
Lo stile di personalità è un insieme di tratti che, quando sono troppo rigidi, divengono disadattivi, andando a sfociare in un disturbo di personalità: il funzionamento lavorativo, affettivo ed esistenziale dell’individuo è compromesso.
L’ottica è quella di un continuum tra adattamento dell’individuo e disturbo.
Genetica ed esperienza interagiscono quindi nella creazione di uno stile di personalità, che è influenzato dalle esperienze più precoci e da quelle dell’intero ciclo vitale.
Ogni stile di personalità è unico e, nelle modalità descrittive offerte dalla letteratura scientifica, non c’è spazio per giudizi di “forza” e “debolezza”.
Forse, il concetto apparentemente più simile a quello di “forza”, può essere identificato in quello di resilienza, sebbene vi siano delle differenze qualitative sostanziali.
La resilienza, in ingegneria, indica la capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi e in psicologia sottointende la capacità di fronteggiare in maniera adattiva gli eventi stressanti.
Gli individui resilienti possono riuscire non solo ad affrontare eventi e situazioni particolarmente difficili, ma anche ad uscirne in qualche maniera rafforzati, con maggiori risorse e maggior fiducia in se stessi.

Tornando ai protagonisti di questa vicenda, ecco che allora una personalità manipolatoria ed incapace di essere empatica, al punto da organizzare e portare a termine un omicidio, sembra essere tutto, fuorchè resiliente.
Gabriele De Filippi è un omicida, un truffatore con una personalità evidentemente disturbata e, quindi, contrariamente al modo in cui viene descritto, una persona “fragile”, sempre ammesso e non concesso che abbia un senso valutare le persone in questo modo.
Anche se non è possibile sbilanciarsi in una diagnosi senza una valutazione diagnostica diretta ed accurata, Gabriele De Filippi sembrerebbe piuttosto richiamare gli assetti di personalità narcisistico ed antisociale.
Senza entrare in questa sede in ulteriori approfondimenti, ciò che è importante sottolineare è che, in entrambi gli stili/disturbi, la capacità relazionale, quindi la dimensione interpersonale è deficitaria, se non che assente.
La tendenza a sfruttare gli altri, a mentire e ad assumere atteggiamenti che suscitino negli altri fascinazione, al fine di raggiungere i propri scopi, sono in realtà sintomatiche di una estrema inadeguatezza relazionale che in questi soggetti, in una modalità assolutamente disadattiva, si traduce nella manipolazione dell’altro da sè.
È quindi interessante interrogarsi sui contenuti simbolici veicolati da una certa tipologia di linguaggio e narrazione mediatica.
Qual è l’ideale di Individuo che viene rappresentato e quale cultura l’ha determinato?
In una società il cui perno è rappresentato dall’individualismo e dalla ricerca del piacere personale, come obiettivi e forse strumenti di condizionamento collettivo, non deve sorprendere che il bisogno dell’altro venga erroneamente rappresentato come una “debolezza”.
L’essere umano, tuttavia, fonda sulla dipendenza la propria sopravvivenza ed è, per definizione, un animale sociale che funziona ed evolve sotto la spinta del bisogno di relazione con l’Altro.
Ecco che quindi certe modalità espressive non possono essere considerate casuali, ma sono forse frutto di una visione alterata e distorta dell’umanità, che non rende giustizia alle vittime di certe vicende, come anche alla natura umana.

1 Comment

  • Fabio Ricci

    Ottima riflessione sul linguaggio dei media, sempre particolarmente superficiale per adattarsi a un’utenza permeabile a luoghi comuni ed etichette.

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