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Il lutto

Con il termine “lutto” si indica quel processo di elaborazione di una perdita che, in base ad una serie di condizioni e caratteristiche di chi lo vive, può seguire le strade più diverse, in termini di tempi di elaborazione, vissuti, intensità della sofferenza.

Il lutto è quindi una condizione di stato, un vissuto ed al contempo un processo, un percorso che porta alla sua elaborazione.

In effetti esso celebra la perdita – di una persona, di una condizione, di una parte di sé- ma definisce anche il percorso di disinvestimento progressivo dall’oggetto perduto. L’etimologia della parola, come sempre, ci viene in aiuto per cogliere a pieno quanto si intende: lutto viene dal latino lùgere, piangere, che la nostra esperienza comune ci insegna essere conseguente ad una condizione ed al contempo preludio di una nuova.

Pensiamo, per fare un esempio, ad un bambino che cade, magari piange, poi si calma e si rialza.

Un processo, dunque, che può svolgersi nei modi più diversi, in base a tanti fattori: l’entità della perdita , il modo in cui essa è avvenuta, le caratteristiche di personalità, la rete di supporto, le condizioni sociali.

Quando possiamo parlare di “lutto”?

La parola “lutto” richiama, normalmente, la perdita di una persona cara; eppure il concetto può essere applicato ad ogni importante esperienza di perdita che abbia per la persona un certo rilievo. La perdita di uno status sociale, di una relazione d’amore; della piena salute, di un luogo fisico, ma anche dell’immagine di sé, della percezione della propria identità – sono esempi di perdite di oggetti “esterni” ma anche “interni” che necessitano di un oneroso percorso di adattamento.

Ecco quindi che non solo la perdita di una persona cara, ma anche, per fare degli esempi, la perdita di un lavoro, una malattia invalidante, una separazione, l’arrivo della pensione, l’arrivo della menopausa, possono essere esempi di eventi di perdita che soggettivamente possono esporre un individuo a confrontarsi con il disinvestimento da una dimensione determinante e che in molti casi lo costringe a ridefinire la propria stessa identità.

A volte le persone cercano di ribellarsi a questo processo, alla sofferenza, quasi volessero fuggirne subito, quasi fosse intollerabile -ed in effetti alle volte lo è, anche se transitoriamente. É difficile star male, è difficile comunicarlo agli altri, è difficile vivere il proprio quotidiano. Per alcuni questo è davvero il modo migliore per affrontare una perdita, mentre per altri è un tentativo di negazione che presenta il conto in un momento successivo. In altri casi, le persone cercano spiegazioni, ragioni, cause, per qualcosa che è impossibile razionalizzare; così facendo non riescono ad intraprendere facilmente quel processo di disinvestimento dall’ oggetto perduto, che pure è tanto necessario.

Del resto questi non sono che tentativi delle persone di adattarsi a condizioni così tanto difficili e complesse che fanno parte della vita di tutti noi. L’incredulità di fronte ad eventi tanto dolorosi, la loro iniziale negazione fanno parte del normale processo di elaborazione del lutto, accompagnato da angoscia, tristezza, disperazione, rabbia, fino a una progressiva accettazione della perdita subita. Sentimenti dolorosi, ma imprescindibili.

Quando è che il lutto può dare origine ad una condizione patologica e come fare per accorgersene?

Un po’ come accade nella differenziazione di ogni stato psicologico “sano” da uno “patologico”, anche nel lutto la discriminazione avviene all’interno di un continuum, dove ci si può accorgere che I normali vissuti di sofferenza rimangono nel tempo estremamente persistenti e divengono invalidanti per la funzionalità della persona, tanto da sovrapporsi ad altri disturbi quali quello depressivo, o quello post traumatico da stress.

Oggi, con la pubblicazione della quinta edizione del Manuale Diagnostico e statistico dei Disturbi Mentali, il disturbo da lutto persistente complicato ha assunto una sua autonomia, mentre nelle precedenti edizioni del manuale ci si era più concentrati sulla differenziazione tra il lutto ed altre sindromi psicopatologiche. Questa definizione ben precisa ha da un lato il merito di inquadrare una condizione che in alcuni casi può degenerare nella patologia, fornendo quindi spunti utili alla prevenzione; dall’altro tuttavia contiene in sé il rischio di patologizzare, quanto meno nel senso comune, un processo invece naturale ed inevitabile

Il disturbo da lutto persistente complicato

Cause

L’elaborazione di un lutto può complicarsi quando sussistono, come, detto, una serie di caratteristiche personali predisponenti e, allo stesso tempo, quando l’esperienza della perdita sia caratterizzata da forte drammaticità, oltre che dalla presenza o assenza di supporto sociale e dalle condizioni socio-economiche che possano costituire per il benessere dell’individuo una potenziale risorsa o un’aggravante .

Sintomi

Il lutto complicato si definisce come tale quando una serie di sintomi sono presenti nell’individuo per oltre 12 mesi dalla perdita subita: il dolore e la mancanza sono persistenti ed intensi; sono presenti preoccupazioni e pensieri ricorrenti sulla perdita e sulle sue cause. Non si è capaci di accettare la perdita, di fronte alla quale si è persistemente increduli o, in altri casi, distaccati. Non si riescono a rievocare ricordi piacevoli dell’oggetto perduto e si adotta una strategia di evitamento di tutto quanto possa essere ad esso collegato.

Si prova forte rabbia ed allo stesso tempo senso di colpa. Ci si sente soli, alieni e sfiduciati nei confronti degli altri e si evitano di conseguenza contatti interpersonali che invece sarebbero di supporto. Ci si sente demotivati, pessimisti, privi di senso, riluttanti a fare progetti per il futuro come a coltivare interessi. In alcuni casi si desidera morire, per raggiungere il proprio caro o porre fine alla propria sofferenza.

Quando ci si accorge che alcuni di questi tratti sono presenti e quando, soprattutto, ci si rende conto della loro persistenza, come se il passare del tempo non scalfisse in alcun modo la propria sofferenza, che rimane intensa e difficilmente tollerabile; quando ci si accorge che la famiglia, le amicizie, I propri interessi, il lavoro, la qualità della propria vita in generale iniziano ad essere pesantemente intaccati da questi nostri vissuti; quando magari si ricorre a troppi farmaci, o all’alcol, o ad altre sostanze in un tentativo di auto-medicazione, è possibile allora che il lutto da noi subito non stia seguendo il suo naturale percorso ma sia, in qualche modo, “bloccato”.

È utile pertanto parlarne con chi ci è più vicino, con il proprio medico di base, per spezzare in primo luogo l’isolamento involontariamente costruito e poter chiedere consiglio, rivolgendosi, se lo s reputa opportuno, ad un professionista della salute mentale.

 

 

 

Sulla Resilienza (elogio di una transitoria e sopportabile sofferenza)

Perché scrivere un articolo sulla Resilienza?

Resilienza

Il termine “resilienza” è oggi divenuto estremamente diffuso nel parlare comune, pur trattandosi di un concetto mutuato dalla tecnologia del materiali, dalla fisica e dall’ingegneria e poi applicato anche ad altri ambiti quali l’economia, la biologia, l’ecologia e infine-grazie alle sue straordinarie potenzialità metaforiche- la psicologia. In psicologia esiste una vasta letteratura sull’argomento e su quelli che possono essere considerati fattori di rischio e fattori protettivi che consentano ad una persona di essere, a fronte di un evento negativo, resiliente.

Negli interventi psicosociali, ad esempio, concetti come le strategie di coping ( adattamento), enpowerment, skills e resilienza sono centrali e determinanti. Esistono tuttavia anche delle posizioni critiche sull’uso o quanto meno sull’abuso del concetto di resilienza che credo meritino una certa attenzione

La Resilienza in Psicologia

In psicologia, una persona è resiliente quando riesce ad adattarsi ad un cambiamento importante, ad un trauma, ad un evento stressante, alle difficoltà. Una persona è resiliente quando riesce a riorganizzarsi in seguito ad un evento negativo, al punto da essere in grado di trarne dei benefici; la persona quindi non solo si auto-ripara, ma in qualche modo si rigenera, evolve.

Riesce ad affrontare le avversità, a coglierne degli aspetti positivi, a viverli in maniera ottimistica, a non perdere la speranza, a raggiungere infine anche obiettivi importanti. Si tratta di persone che hanno un “locus of control” interno, ossia la capacità di agire sulla propria realtà credendo di poterla modificare e cercando di farlo.

Resilienza non è non saper chiedere aiuto

Fattori di rischio e fattori protettivi

Posso esservi dei “fattori di rischio” che in qualche modo predispongono le persone ad una certa vulnerabilità, come dei fattori protettivi che invece la difendono, consentendo di predire una buona capacità di resilienza. Non ci addentreremo molto su questi fattori, non perché la loro disamina non sia importante, ma perché ci porterebbe troppo lontano dagli obiettivi di questo articolo.

In generale, possiamo parlare di fattori individuali, familiari, sociali che possono essere predisponenti od ostativi allo sviluppo di una certa capacità di resilienza. Una buona considerazione di sé, ad esempio, rappresenta un indice “prognostico” positivo, insieme al suddetto locus of control interno, alla capacità di definire degli obiettivi chiari e realistici ed alla capacità di avere una visione “ottimistica di sé e della situazione che si sta affrontando. Altro elemento predittivo di una reazione resiliente è la presenza di legami affettivi validi nella vita della persona.

E quindi?

Essere resilienti, però, non significa che la persona non si senta in difficoltà in seguito ad un evento stressante o traumatico: esiste sempre, invece, una certa quota di sofferenza, disagio, tristezza, preoccupazione. Ed infatti, se pesiamo all’etimologia del termine, il concetto di resilienza indica la proprietà dei materiali di resistere agli urti senza spezzarsi (dal latino resiliens -entis, participo presente del verbo resilire, che significa “rimbalzare”).

L’oggetto resiliente non resiste, non si oppone: bensì assorbe, assimila e si adatta all’urto.

Un urto che esiste, che ha i suoi effetti e che viene percepito, proprio come una persona percepisce l’impatto di un evento negativo, ne soffre e cerca di adattarvisi. Un’osservazione scontata? Non credo. Non tenere conto di questo ha in sé alcuni margini di rischio.

Cos’è davvero la resilienza e come si può evitare di idealizzarla, sentendosene vincenti detentori o irrimediabilmente privi di questa capacità ormai ritenuta essenziale?

La nostra è l’epoca della prestazione e dell’efficientismo e il rischio è che (credere di, imporsi di) essere resilienti divenga una sorta di bandiera identitaria che ci confermi che ne facciamo parte; che ci conforti e ci dica che non siamo fuori tempo e fuori luogo, che non siamo degli alieni in un’epoca di superuomini infallibili che non cedono mai, non cadono mai e si rialzano sempre, più forti di prima. Se è vero che l’essere umano evolve, cresce, apprende e si autoripara, è anche vero che che egli sente, prova, riflette, immagina. 

E, quindi, soffre.

Soffre, può star male, può sentirsi confuso, può sentirsi perso.

L’uomo sente dolore, patisce nel senso letterale del termine ossia “è vissuto, è emozione”. E allora  potersi concedere di stare male, di dirsi e dire a qualcun altro che non si può più resistere, che è troppo, che si ha bisogno di aiuto, è una forma di resilienza, forse molto più autentica di quella che, quasi meccanicamente, non ci vuole far vivere il nostro presente, il nostro pathos, in nome di un “futuro” posticcio in cui ci si vuole illudere che questo dolore non tanto sia stato superato, no: ma che non sia mai esistito.

Resilienza

Essere Single, oggi.

Essere Single: in due parole è solo apparentemente possibile descrivere una condizione che contiene invece, in sé, un’ infinità di significati e considerazioni su un piano sociale, culturale ed individuale.

Non vivere un rapporto di coppia -come viverlo del resto, o come considerarlo imprescindibile – ha delle implicazioni sociali e personali che non possono essere racchiuse in alcun “clichè” inevitabilmente riduttivo, come spesso la società ci spinge a fare.

Siamo sommersi da richieste sociali che hanno un peso enorme e che possono impedirci di porci delle domande sui nostri sentimenti più profondi, qualsiasi sia la scelta che facciamo o la condizione che ci troviamo a vivere.

Oggi, essere single sembra aver assunto una sorta di status alternativo al dictat di dover “mettere su famiglia”, di “doversi sistemare” e sembra essersi abbozzata una rispettabilità intorno a questo status, che forse non è, tuttavia, pienamente conquistata.

Questo è in special modo vero per le donne, che molto prima degli uomini si trovano a fare i conti con l’irriducibilità di certe condizioni, come quella di non aver fatto dei figli a “tempo debito”, o con il sottile veleno della sempre più marcata mancanza di corrispondenza, con il passare del tempo, a come una donna “fertile” dovrebbe essere: tonica, “liscia”, disponibile, prestante.

In sostanza ad un certo punto della vita, la società ci dice che non siamo più fertili, molto spesso ben prima che sia il nostro corpo a raccontarcelo davvero.
E questo, sotto una luce diversa e con altre declinazioni, riguarda anche gli uomini, a cui vengono richiesti in ogni caso certi esiti, certe prestazioni, a cui vengono fatte richieste non meno pressanti.

Per esempio, un uomo può permettersi di indossare i panni di un single felice, molto più facilmente di quanto possa esprimere la propria insoddisfazione. Ma quei panni sono davvero I suoi?

Al contrario , ad una donna spetta un inquadramento opposto: una single infelice appare molto più plausibile di una single soddisfatta.

Ascoltarsi, in questo mare di interferenze, può non risultare facile.

Sentire davvero quale sia il proprio vissuto rispetto alla mancanza di un rapporto di coppia, comprendere che parte di noi ciò rispecchi e di cosa sia l’esito, rappresenta tuttavia la chiave di accesso a delle risposte autentiche, laddove una persona senta la necessità di individuarne.

È possibile che l’essere single derivi da un processo di maturazione personale, dove la persona abbia individuato in sè, nelle proprie risorse, nella propria cerchia di amici o nelle proprie attività, uno stato di benessere indipendente dal fatto di essere o meno in coppia; è possibile che semplicemente non senta il bisogno di avere accanto un’altra persona.

Così come è possibile che, dopo una serie di rapporti insoddisfacenti, una persona sia stata portata a chiudersi, a non avere più fiducia in se stessa o negli altri, o che abbia sviluppato una serie di esigenze rispetto alle relazioni con gli altri che non erano ancora presenti in giovane età.

Questi sono solo due dei possibili percorsi che, descritti in maniera certamente semplificata, possono portare una persona ad essere single.
In un’ottica più individuale, intrapsichica, una persona che si ponga delle domande sul proprio status di single, potrebbe approfittare proprio del concetto di “fertilità” di cui abbiamo parlato sopra, ma in una chiave totalmente diversa rispetto a quella organica ed allontanandosi dalle valenze e dalle pressioni sociali a cui si è fatto cenno.
Una persona potrebbe chiedersi, quindi, quanto-da un punto di vista psicologico, interiore, relazionale,si senta fertile e si renda tale.
Quanto conceda davvero ad un altro di avvicinarsi a sé in maniera profonda, autentica.
Se ci siano delle paure, dei filtri, o magari dei veri e propri muri.
Si tratta di domande difficili a cui può capitare di non avere una risposta immediata.
Certamente è più semplice ancorarsi a delle spiegazioni concrete, come un rapporto sbagliato ad esempio, che certamente hanno una loro dignità ed importanza.
Eppure queste spiegazioni concrete potrebbero non essere sufficienti a trovare delle risposte vere, più profonde.
Diviene allora necessario porsi delle domande nuove e porsi in un atteggiamento di ascolto ed apertura verso di sé.

Certamente un rapporto psicoterapeutico può, in tal senso, essere di grande supporto in questo processo.
Lo strumento più potente di una psicoterapia è infatti proprio la relazione terapeutica, che sollecita e richiama queste domande così importanti.
Mettersi in gioco in una relazione, seppur terapeutica e quindi con obiettivi e caratteristiche definite, è proprio il nodo intorno a cui la persona può, finalmente, trovare il coraggio di interrogarsi.

Attacchi di Panico. La vita all’improvviso

Può accadere, ad un certo punto della vita – ma non certo ad un punto qualunque – che qualcosa si incrini, entri “in crisi” e che a dircelo sia il nostro corpo.
Può accadere, allora, di essere su un autobus e all’improvviso sentire che l’aria scarseggia, che forse si sta per svenire. O durante una riunione importante, iniziare a sudare, con il cuore a mille, la paura che i colleghi se ne accorgano. O ancora di passeggiare in centro e all’improvviso sentirsi sprofondare sottoterra, invasi da un senso di vertigine, il bisogno impellente di scappare.
Ogni persona che affronta una crisi di ansia, un attacco di panico, potrebbe fare un racconto unico e diverso da quello di tutte le altre.
Alcune persone associano questo forte stato di disagio a situazioni specifiche, per altre è invece del tutto inatteso. Per tutte, si tratta di stati di forte disagio di difficile comprensione e gestione, da cui si vuole solo fuggire.
Nei manuali diagnostici dei disturbi mentali, gli attacchi di panico vengono appunto ascritti all’interno dei disturbi di ansia, ne sono cioè un sintomo. I disturbi di ansia, in generale, si caratterizzano per un’attivazione (di paura, di ansia, di evitamento) sproporzionata rispetto al “pericolo” reale. Gli attacchi di panico in particolare rappresentano delle attivazioni psicofisiologiche particolarmente intense, come se si fosse dinnanzi ad una minaccia incombente.

La letteratura individua in 4 aree sintomatologiche le principali caratteristiche di un attacco di panico.

Le manifestazioni somatiche possono riguardare:
  • l’apparato cardiovascolare (palpitazioni,tachicardia, dolore al petto)
  • l’apparato polmonare (sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia)
  • l’apparato neurovegetativo (sudorazione, calore, brividi, secchezza delle fauci)
  • l’apparato neurologico (tremore, formicolii, scosse, vertigini, senso di svenimento)
  • l’apparato gastrointestinale (nausea, disturbi addominali).
Dal punto di vista psicologico, la persona è completamente concentrata su quanto sta accadendo al suo corpo e preda della paura che possa accadere qualcosa di terribile (fin ad aver paura di morire, o di “impazzire”).
Le risposte possono essere considerate come un disturbo se sono abnormi, frequenti e persistenti e se compromettono il funzionamento generale della persona.

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La psicoterapia crea dipendenza? Alcune considerazioni

Il percorso psicoterapeutico trova il suo fondamento nella relazione tra paziente e terapeuta,  che rappresenta un’esperienza con delle peculiarità che non si ritrovano in altre tipologie di relazioni.
Esistono diversi approcci psicoterapeutici, ma le ricerche sull’efficacia della terapia concordano sul fatto che in tutte è la relazione tra paziente e terapeuta ad essere il maggiore fattore propulsore del cambiamento.
Tra paziente e terapeuta nasce quindi una relazione unica nel suo genere, profonda, dove spesso si ripresentano dinamiche relazionali che il paziente ha già sperimentato nel corso della sua vita; le stesse che egli ha messo o mette in atto con suoi familiari, con i suoi partner, nelle amicizie e nel lavoro.
Proprio come accade al bambino durante il suo sviluppo, in cui la dipendenza dal genitore è una fase transitoria funzionale allo sviluppo della sua autonomia, così anche in psicoterapia, il terapeuta diviene transitoriamente oggetto della dipendenza del paziente.Questa frase può essere colta nella sua verità, nella sua bellezza, laddove non si attribuisca alla dipendenza un’accezione negativa, identificandola quindi con una condizione patologica.
La dipendenza è sana quando è consapevole, fondata sulla fiducia nell’altro, quando diventa alimento per lo sviluppo della persona.
La dipendenza è invece patologica quando basata sulla sfiducia e sul bisogno dell’altro per sentirsi vivi, realizzati. Il paziente, in effetti, dipende dalla disponibilità del terapeuta a mettersi autenticamente in gioco,  a lui si affida nella costruzione di obiettivi condivisi.
L’autonomia della persona, rientra tra questi obiettivi ed anzi rappresenta l’obiettivo centrale di ogni percorso di psicoterapia.

La paura degli altri: una lettura psicodinamica dell’ansia sociale

Le paure associate ai contesti di interazione sociale sono molto diffuse nella popolazione, sebbene fortunatamente non sempre vadano ad interferire in modo significativo sulla qualità della vita. Esistono casi, tuttavia, in cui questi timori assumono le qualità di un vero e proprio disturbo, che viene indicato con il nome di fobia sociale.

Questo tipo di fobia rappresenta un importante fattore di rischio rispetto al rendimento scolastico, alla riuscita professionale ed al soddisfacimento relazionale. Se infatti la persona non interviene in alcun modo su questa sofferenza, è possibile che questa tenda a cronicizzarsi e con essa anche i tentativi di gestirla, che non sempre si rivelano efficaci.

I criteri diagnostici evidenziati dal DSM 5 sono i seguenti:

  • forte risposta ansiosa all’esposizione a situazioni interpersonali in cui si è potenzialmente esaminati
  • timore che i sintomi di ansia divengano evidenti e valutati negativamente da chi li osserva
  • risposte di evitamento delle situazioni ansiogene o forte sofferenza durante l’esposizione agli stessi
  • le paure non sono proporzionate realisticamente alla condizione temuta
  • compromissione della qualità di vita
  • esclusione di cause organiche o altre problematiche psicopatologiche
  • i sintomi perdurano da almeno 6 mesi

Le persone che soffrono di fobia sociale, temono di trovarsi in situazioni che le facciano sentire esposte, valutate, ridicolizzate. Temono che il proprio disagio sia visibile, ad esempio attraverso l’arrossamento del viso, il tremolio della voce o delle mani, la sudorazione o la difficoltà a portare avanti un discorso. Spesso sono presenti sintomi di natura somatica come tachicardia, bocca asciutta, disturbi gastrici e urinari, nausea, senso di soffocamento – per citarne alcuni.

Questi timori possono essere circoscritti ad alcune situazioni specifiche (ad esempio parlare in pubblico), oppure coinvolgere la maggior parte delle attività sociali.

Così, per fare degli esempi, può accadere che alcune persone abbiano difficoltà a parlare al telefono, oppure a mangiare davanti ad altre persone. Tanto più sono le situazioni temute, quanto più la sofferenza e la compromissione del funzionamento sarà amplificata.

La maggior parte delle persone reagisce a questa forma di intenso disagio attraverso l’evitamento delle situazioni che potrebbero generarlo, andando tuttavia ad innescare una spirale dannosa in cui l’ansia anticipatoria innesca il mantenimento dell’evitamento e quindi il rinforzo dei sintomi: a tutto questo può conseguire un progressivo isolamento sociale che può talvolta esitare in forme di depressione secondaria. Quindi, la persona che soffre di questo tipo di disagio può involontariamente innescare un circolo vizioso in cui, allo stato di iper-attivazione in cui si trova quando esposto agli stimoli ansiogeni, conseguono “prestazioni” poco soddisfacenti, andando a confermare i timori e quindi a rafforzare il disturbo stesso. La persona non riesce a costruire delle situazioni in cui la pericolosità di certe situazioni venga disconfermata e resta focalizzata sui propri stati interni e sulle proprie “performance”, ritenute, a volte non del tutto realisticamente, scadenti.

La peculiarità della fobia sociale sta nel fatto che l’oggetto fobico è “l’altro”,che diviene distante e temibile, come se avesse un maggiore potere, una maggiore competenza. Infatti l’altro compie-dal punto di vista della persona con fobia sociale- performance migliori e può quindi giudicare, deridere, attaccare.

La persona con fobia sociale si percepisce invece come debole, vulnerabile, incompetente, prova vergogna ed ha paura di essere “scoperto” ed umiliato.

Una lettura psicodinamica della fobia sociale: alcuni cenni

La letteratura psicodinamica inquadra le fobie come forme sintomatologiche che esitano da meccanismi inconsci, che si attivano quindi al di là della volontà del soggetto. È importante sottolineare cioè che le dinamiche descritte non sono nè scelte volontariamente dalla persona, nè sono molto spesso presenti alla coscienza. Nella fobia, si verifica inconsapevolmente uno spostamento sull’esterno (l’oggetto/situazione fobica) di contenuti interni fortemente angoscianti.

Il contenuto interno può essere di diversa natura: per esempio, può essere un impulso ( il desiderio sessuale, l’aggressività etc.), ritenuto dal soggetto inaccettabile e quindi rimosso e poi proiettato sul mondo esterno. Oppure può essere un conflitto, ancora una volta eliminato dalla coscienza e quindi spostato al di fuori di sè. Spesso il conflitto intorno al quale nasce la fobia sociale può avere a che fare con il raggiungimento dell’autonomia.

É come se la persona, nonostante sia adulta, si trovi ancora, inconsapevolmente, a dover scegliere se divenire autonomo (rischiando tuttavia la disapprovazione o l’abbandono delle figure di riferimento) o di rimanere, invece, da loro dipendenti. Se questo conflitto rimane irrisolto, la fobia , quindi anche quella sociale, può esserne un esito, in quanto i sintomi che si andranno a sviluppare non consentiranno al soggetto di vivere pienamente e liberamente la propria esistenza.

È come se tutte le potenzialità dell’individuo rimanessero sempre offuscate, coartate da schemi mentali focalizzati sulla “paura di”.

Ma, nella lettura psicodinamica, paura e desiderio si mescolano e ad un’analisi accorta dei significati specifici dei timori della persona, è possibile scorgere quelli che sono i suoi desideri più nascosti. Le teorie psicodinamiche hanno sviluppato una molteplicità di interpretazioni ulteriori relative allo sviluppo di sintomi di natura fobica e rispetto alla fobia sociale nello specifico.

In questa sede si sono voluti sviluppare alcuni brevi cenni, anche in considerazione del fatto che ogni persona è unica e la natura del conflitto di cui è portatrice, o dei contenuti in qualche maniera rimossi, sono del tutto personali e rintracciabili in un proprio percorso, che parli della propria personalità e della propria storia. Quelli che per noi non sono altro che sintomi indesiderabili ed invalidanti, se ascoltati possono raccontarci verità sorprendenti.

Se ne avete voglia, vi invito ad ascoltare una canzone di Lorenzo Cherubini, “Mi fido di te”, che in qualche maniera, ci parla di tutto questo.

Tristezza o depressione? Come distinguerle e quando intervenire.

“Sono depresso”. Quante volte ci è capitato di pronunciare questa frase?

Forse, ci è anche successo di sentirci preoccupati per il nostro stato d’animo e di pensare di richiedere il supporto di uno specialista. È certamente importante occuparsi del proprio benessere psicologico ed un intervento precoce su uno stato depressivo si rivela spesso efficace rispetto ad una sua risoluzione.

Per comprendere cosa ci stia succedendo e se sia necessario chiedere aiuto è utile, innanzi tutto, provare ad operare una prima distinzione tra sintomi di natura depressiva e fisiologiche fluttuazioni dell’umore,a volte reattive a particolari eventi stressanti. In una società come quella attuale, in cui l’attenzione alla dimensione individuale si declina in un costante e pressorio prestazionismo, gli stati d’animo più faticosi appaiono come difficilmente tollerabili, perché si discostano da quell’immagine di efficienza in cui siamo costretti quotidianamente a rispecchiarci – e, a volte, a non riconoscerci. Questo può spingerci da un lato ad allarmarci per normali stati d’animo negativi e transitori; dall’altro a trascurare per lungo tempo problematiche che necessiterebbero, invece, di un intervento specialistico.

Il tono dell’umore, per sua natura, è dinamico e flessibile.
Ciascun essere umano, quindi, sperimenta nell’arco della sua giornata diversi sentimenti, sia positivi che negativi. Sentirsi scontenti o tristi ha anche una funzione adattiva: nel momento in cui qualcosa della nostra vita non ci piace e ci fa stare male, siamo più propensi a riflettere e a porci delle domande, costruendo l’opportunità di trarre nuovi spunti utili a ridirezionare la propria esperienza. La questione si fa più complessa quando questi stati d’animo si presentano in modo particolarmente intenso, frequente, scollegato da particolari eventi di vita; e risultano invalidanti rispetto allo svolgimento delle normali attività quotidiane.

Si parla di “depressione” quando, per almeno due settimane, il funzionamento dell’individuo appare nel suo insieme compromesso in modo significativo ed in cui sono presenti almeno cinque sintomi tra i seguenti:

  • umore depresso nella maggior parte del tempo ( tristezza, senso di angoscia, senso di colpa, senso di vuoto, disperazione)
  • diminuzione del piacere/interesse nel fare cose normalmente piacevoli
  • perdita o aumento di peso, perdita o aumento dell’appetito
  • agitazione o rallentamento motorio
  • alterazioni del ciclo sonno/veglia
  • senso di costante mancanza di energia (ma anche dolori cronici, disturbi gastrointestinali)
  • sentimenti negativi verso se stessi (colpa, indegnità, scarsa autostima, pessimismo)
  • difficoltà di concentrazione/memorizzazione
  • pensieri di morte o ideazione suicidaria

Tra i 5 sintomi presenti, deve essere presente almeno uno dei primi due menzionati. I sintomi non devono essere conseguenti all’assunzione di farmaci o sostanze psicoattive di qualche natura.

La depressione può essere instillata da uno o più eventi negativi e/o di forte impatto, anche in senso positivo (la perdita di una persona cara, la separazione dal partner, la perdita di un lavoro, ma anche una promozione, un trasloco); in altri casi può presentarsi in maniera del tutto svincolata da particolari eventi.

Può essere un vissuto costante o essere caratterizzata da un andamento altalenante, in cui a momenti di buon umore ed entusiasmo, seguono inspiegabili momenti di tristezza ed angoscia. Non esiste, in effetti un unico tipo di depressione, che è in realtà una definizione generica di disturbi che presentano tra di loro alcune differenziazioni.

Da quanto scritto fino ad ora, appare evidente come definire la depressione sia in realtà un compito complesso che deve tener conto di molteplici variabili; può essere difficile, per un singolo individuo, osservarsi in maniera obiettiva e definire se i propri vissuti ed i propri comportamenti corrispondano ai sintomi ed alle condizioni enumerate dalla letteratura.
Ciò non deve tuttavia né porre l’individuo in uno stato di forte preoccupazione, né spingerlo a far finta di niente e a trascurare il proprio malessere.

Del resto, non è compito del singolo fare un auto-diagnosi ed ecco che allora, di fronte ad uno stato di malessere troppo intenso e/o protratto nel tempo, il consulto di uno specialista potrà fornirci il necessario orientamento.

La fine dell’anno: croce e delizia

Il 2018 sta per terminare e ciascuno di noi inizia a confrontarsi con i mesi trascorsi, le esperienze vissute, i propositi più o meno perseguiti, quelli per il nuovo anno.

Si tratta di un momento complesso, delicato, ricco di sentimenti positivi, proiettati al futuro o rivolti a quanto vissuto nell’anno che sta per chiudersi, ma anche di sentimenti difficili da sostenere, per le delusioni subite, l’ incertezza per il futuro, ciò che si è perso, ciò che nella nostra vita è rimasto fermo, in stallo.

Nello specifico, non è infrequente che l’avvicinarsi della fine dell’anno generi un forte senso di inquietudine. A Capodanno, siamo tutti in qualche modo, obbligati a confrontarci con la nostra progettualità e con la “necessità” di celebrare un nuovo inizio in modo ricco, pieno e socializzato. Le celebrazioni collettive hanno un significato profondo e sono necessarie ad alimentare il senso di appartenenza alla società in cui viviamo.

Tuttavia, i riti collettivi veicolano un sorta di prescrizione a sperimentare dei vissuti (nel caso del Capodanno positivi, costruttivi) che non sempre corrispondono a ciò che il singolo individuo prova intimamente. Si crea in questo modo una tensione tra istanze sociali e vissuti individuali, a cui può conseguire il fatto che il singolo individuo si senta inadeguato e solo. Solo perché c’è, di fronte a lui, almeno su un piano immaginario, un’intera comunità che sperimenta sentimenti distanti e non corrispondenti ai propri.

 

Ciascun individuo può trovare una propria collocazione in questa esperienza, scegliendo di aderire alle istanze collettive perchè corrispondenti alle proprie, oppure prendendone le distanze. Per molte persone il Capodanno è un evento speciale, che va celebrato in compagnia di amici o parenti, per altre è un momento che si vorrebbe evitare e che viene celebrato senza entusiasmo. Alcune persone viaggiano, altre cercano feste a cui partecipare, altre ancora restano a casa.

Al di là di come si festeggia la fine dell’anno, forse ciò è importante, in fondo, è che il singolo riesca a riconoscere la rilevanza della collettività di cui è parte e la forte risonanza interna dei suoi riti, dei suoi processi;che riesca ad accogliere e rispettare i propri vissuti e a comprendere che questi possono amplificarsi proprio perché in accordo o in contrapposizione con la dimensione emozionale collettiva.

Meglio allora non sorprendersi se, con la fine dell’anno, sentimenti di tristezza, delusione, amarezza, possano sembrarci particolarmente difficili da sostenere.

Che mi succede? Perchè sto così male?

La collettività è fatta di individui, con una soggettività che non può essere messa a tacere. Al contempo, l’individuo non può silenziare la collettività.

 In certi momenti dell’anno, queste due importanti voci si accordano, creando perfette sintonie, oppure si sovrappongono, creando “stonature” emotive che, come sempre, si diraderanno con la fine del rito.

Lo psicologo “take away”: alcune considerazioni

Lo psicologo “take away”: alcune considerazioni

Ci domandiamo spesso come mai le persone, tra il serio ed il faceto, ci tengano -sembrerebbe anche molto- a definirsi come psicologi, quasi psicologi, metà psicologi, meglio degli psicologi etc.

Persone spesso ignare del fatto che fare lo psicologo è un mestiere nobile ed interessante, ma certamente anche piuttosto complesso.

Alla base di queste facili identificazioni troviamo una molteplicità di fattori, che meriterebbero di essere analizzate in maniera profonda ed ampia -e questo esulerebbe dall’obiettivo di questo articolo.

Cercheremo quindi di essere schematici, a scapito di questa ricchezza, per formulare alcune ipotesi, che possano essere utili spunti di riflessione.

Uno di questi fattori potrebbe essere collegato alla scorretta informazione rispetto a quali siano i reali compiti di uno psicologo.

D’altro canto la psicologia è una scienza vastissima, che ricopre non solo l’ambito della psicopatologia; ma che coinvolge la salute, la ricerca, il mondo del lavoro, i media, l’emergenza etc, ed utilizzando dispositivi diversi -come la formazione, la supervisione, il colloquio clinico; l’individuo , il gruppo, il sistema familiare, il bambino e l’adolescente.

La psicologia può quindi declinarsi in una ricca varietà di contesti , metodi, teorie ed obiettivi ed è molto complesso, per i non addetti ai lavori cogliere questa caratteristica.

Paradossalmente, la figura più viva nella mente sociale è quella dello psicologo psicoterapeuta, che vi accoglie nel suo studio: è proprio questo ambito di intervento che viene percepito dall’utenza e dalla società civile con una certa ambivalenza.

Quando, in ogni caso , c’è un informazione scorretta, ciò dovrebbe interrogare non solo chi la emette ( non necessariamente gli psicologi, ma anche altre professionalità, o la stessa società civile)ma anche chi la filtra e chi la riceve e, a sua volta, la trasforma.

Un gioco complesso, insomma, in cui sono coinvolti diversi attori che non possono esimersi dal percepirsi come corresponsabili.

La categoria degli psicologi è una categoria relativamente giovane (è della seconda metà del XIX secolo che si assiste, in Europa ad un movimento decisivo per lo studio delle malattie nervose e mentali, che rivoluzionerà la psichiatria organicista dell’epoca, portando alla nascita di quella che oggi è denominata “psicologa clinica”.[1])

Questo elemento, in un contesto quale quello italiano, di tradizione cattolica, potrebbe non aver favorito il rapido emergere di una identità professionale consolidata, sia all’interno della comunità degli psicologi, che nell’immaginario collettivo.

Infine, altre categorie professionali, in prima istanza quelle sanitarie, potrebbero non aver favorito il consolidamento di una identità di categoria che, inevitabilmente, sarebbe andata a sconfinare in dimensioni fino a quel momento trattate solo da un punto di vista organicitico.

La società civile, d’altro canto, a fronte di informazioni scorrette o contraddittorie – a cui fortunatamente se ne affiancano di chiare e trasparenti, si avvicina al mondo della psicologia in modo certamente più aperto rispetto ai decenni passati; ma ancora sopravvivono credenze (“ lo psicologo è il medico dei matti” “non posso ottenere gli stessi effetti parlando con una persona che mi vuole bene, con il medico di base, con il prete etc.?) che rendono la stanza della terapia un luogo non facilmente abitabile, o, quanto meno, non a lungo.

L’oggetto della psicologia -l’essere umano e le sue relazioni- è per sua stessa natura-impalpabile, aleatorio: ci occupiamo infatti di persone e di relazioni.

In effetti, basterebbe attraversare i confini nazionali per comprendere come,in molti altri paesi europei o extra-europei esista, invece, una tradizione psicologica più consolidata che si traduce in termini di applicabilità in molti settori, comportando una serie di benefici non solo, per l’appunto, di ti po psicologico individuale, ma anche di tipo sociale, comunitario, organizzativo ed economico.

Cosa accade, almeno fin oggi, nei nostri confini nazionali?

Cosa chiedono i clienti quando interpellano uno psicologo?

La psicoanalisi ha fondato il suo ambito di ricerca e teoria, poggiandosi ad una prassi di tipo medico.

Ancora oggi, potremmo dire, la relazione psicoterapeuta -paziente riproduce inizialmente la stessa impostazion,-salvo poi decostuirla immediatamente e mettendola in discussione con l’analisi della domanda di intervento-

Questo può indurre nel paziente aspettative di tipo causa-effetto, di tipo ortopedico, dove lo psicologo affermi cosa vi sia da correggere e lo corregga, anche, quasi come se si andasse in un qualunque take away a prendere al volo qualcosa che ci serve.

Ecco che il primo momento di rottura rispetto a questa modalità dei nostri pazienti di mettersi in gioco, è rappresentato proprio dal fatto che l’assetto relazione tra paziente psicoterapeuta non viene “agito” come parte terza sui cui incidere (come accade tra medico e paziente);

Bensì, questo viene osservato ed analizzato e lo spazio del lavoro di analisi sarà occupato da una interrogazione costante sulle dinamiche relazionali presenti dentro la stanza della terapia.[2]

Pur nelle tantissime varianti di intervento di tipo psicologico, quando si parla di psicologia clinica e psicoterapia, sarebbe più corretto pensare di andare in un ristorante “speciale”, dove Psicoterapeuta e Cliente scelgano insieme il menù, lo preparino e poi lo degustino insieme.

 

 

 

[1]                Psicologia dinamica, i modelli teorici a confronto”, A. De Coro, F. Ortu, ed Laterza

[2]               “Psicosciologia delle organizzazioni e delle istituzioni” R.Carli, R.M.Paniccia

SI O NO? Quando il dubbio diviene patologico.

Il dubbio è un processo fisiologico, nel percorso di creazione di una decisione, più o meno importante che essa sia.
Non è vi è quindi nulla di patologico nel dubbio in sé, che anzi può essere indicativo della giusta ponderazione degli elementi in proprio possesso per compiere una valutazione e giungere poi,appunto, ad una presa di decisione.

I problemi iniziano a sorgere quando la presenza dei dubbi diviene pervasiva nella propria vita, e invalidante rispetto ad una o -nella maggior parte dei casi -più dimensioni della propria esistenza.

Chi soffre di “dubbio patologico”, si sente spinto a cercare ossessivamente delle soluzioni ad un’infinità di domande, che tuttavia sono impossibili da trovare.

Perchè sono impossibili da trovare?

Perchè spesso,l’uso della ragione per compiere delle scelte non è sufficiente o, in molti casi, è del tutto inappropriato.

“Amo o non amo il mio partner?” “meglio mettere il vestito blu o quello nero?”
“quale tra le due opportunità lavorative che ho ottenuto è migliore per me?”

Queste domande sono del tutto normali.
Il disagio sorge quando queste domande continuano a ripetersi, senza che venga trovata una risposta definitiva.
È come se, in questi casi, l’uso della ragione venisse esasperato e distorto al punto da rendere incapace il soggetto di prendere alcuna decisione.

Ecco che allora, è necessario fermarsi ed interrogarsi sul processo di cui si è contemporaneamente vittime e carnefici, al di là delle risposte che si vorrebbero trovare.
L’eccessiva focalizzazione sulle mancate soluzioni, infatti, rischia di divenire come “il dito che indica la luna”, spingendo l’individuo in un vortice di incertezza che alla fine lo paralizza -e lo penalizza!

Può allora essere più funzionale interrogarsi su ciò che sta accadendo e sul prezzo che si è costretti a pagare per questo.
L’incapacità di prendere decisioni, infatti, è frustrante per chi ne soffre, al punto da spingerlo, nel tempo, ad avere una sempre peggiore valutazione di sé.

La scarsa autostima, d’altro canto, non può che rendere l’individuo più insicuro ed incerto di fronte alle scelte della vita.

Eppure questo è in contraddizione con ciò che sembrerebbe spingere il soggetto a porsi delle continue domande, alla ricerca di risposte: il bisogno di avere delle certezze.
È possibile, infatti, ipotizzare, che ciò da cui cerca di rifuggire il soggetto, sia l’ansia provocata dalla mancanza di sicurezza che ogni scelta comporta.

In effetti, generalizzando, possiamo affermare che non esistono scelte, nella vita, i cui esiti siano certi in maniera assoluta.
Volerne avere il controllo, seppur non consapevolmente, potrebbe allora essere l’incipit, del tutto da esplorare, alla base del contorto labirinto costruito dai dubbi insolvibili.