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Le fake news: perchè è così facile crederci?

Le “fake news”, notizie costruite ad arte tanto da risultare (quasi) sempre credibili e difficili da riconoscere, imperversano sui media e, in tempi di coronavirus, stanno rivelando tutto il loro potenziale negativo. Il giustificato crescendo di ansia e preoccupazione è stato anche alimentato dalla percezione di informazioni contraddittorie e dalla sensazione di essere lasciati all’oscuro delle notizie più importanti.

Le ragioni per cui esistono e si diffondono le fake news e quelle per cui le persone le reputano affidabili sono molteplici e complesse e vanno a toccare dimensioni psicologiche, sociologiche ed anche politiche. Sarebbe riduttivo quindi cadere in qualche interpretazione lapidaria e monolitica e, in fondo, non si farebbe altro che replicare ciò che accade con questo genere di notizie.

Infatti le fake news si “nutrono” della nostra difficoltà di esercitare in maniera costante una capacità critica a fronte di una mole di informazioni che, nell’arco di un paio di decenni, è radicalmente mutata. La quantità e la facilità d’accesso ad un mare magnum di informazioni comporta la necessità del nostro cervello di semplificare.

La tendenza a semplificare viene cavalcata dagli stessi media che, per fini pubblicitari e quindi commerciali oltre che politici, raccolgono ed analizzano le nostre preferenze, i nostri gusti, le nostre opinioni, le nostre ideologie. La nostra mente tende a selezionare “input” con una qualche risonanza emozionale e con un’affinità alle nostre attitudini e allo stesso tempo i media cercano di “guidare” gli input che ci inviano proprio in base a questi stessi parametri.

Ciò che noi cerchiamo e ciò che ci viene offerto quindi tende a combaciare; e questo genera un circuito crescente che tende ad autoalimentarsi.

Infatti le persone hanno bisogno di sentirsi affini a qualcun altro, di sentire qualcun altro affine a sé: rappresenta questo un bisogno su cui si fondano le nostre stesse strutture sociali e che si esprime in quel fenomeno sociale denominato “conformismo” – ben dimostrato, ad esempio, dagli esperimenti dello psicologo sociale Solomon Asch.

La possibilità di ricevere conferme rispetto alle proprie posizioni esistenziali, risponde d’altro canto anche ad un altro bisogno umano molto importante: quello del rispecchiamento.  I media mi rispecchiano, come fa un giornale, o un film, o un comizio di partito: ma il processo attivato dal web è esponenziale.

Potremmo anche dire che l’enorme risonanza mediatica delle nostre posizioni individuali accarezza le nostre predisposizioni narcisistiche, che ci rende sempre più pieni di queste risonanze, di queste conferme, di queste appartenenze virtuali che rendono le nostre stesse posizioni sempre più rigide e assolute. E certo non possiamo negare che anche l’opinione del gruppo di cui facciamo parte sia essa stessa un fatto, tanto vero quanto un fatto oggettivo.

In verità, moltissimi “fatti” sono in realtà sociali: ad esempio un Ministro è tale non per fatto oggettivo, ma per elezione; la sua nomina è quindi un fatto sociale, sebbene spesse volte incomprensibile.

Ma provare ad interrogarsi sulle notizie che riceviamo, anche quelle apparentemente meno rilevanti, chiedendoci se siano veritiere e quale funzione assolvano, può lentamente fare la differenza.

Forse non può salvarci da una pandemia mondiale, ma da un Ministro si.

“Perchè Sanremo è Sanremo”. Sul Festival di Sanremo e l’importanza della ritualità

Come ogni anno, anche in questo 2020 appena iniziato, dopo una lunga fase di preparazione ed attesa, si celebra il settantesimo Festival di Sanremo. Molti italiani, di tutte le età, trascorrono le loro serate davanti alla televisione, ascoltando la musica ma soprattutto commentando la capacità di conduzione del presentatore, normalmente accompagnato da una o più co-conduttrici; e poi commentando gli ospiti, gli abiti, le gaffe, i tacchi, il trucco, i seni, il pesoforma e poi anche le canzoni.

Quello che c’è di davvero stra-ordinario del Festival di Sanremo è che per circa una settimana giornali, radio, telegiornali, social e siti web ne parlano continuamente;  poi, per un brevissimo lasso di tempo, l’attenzione cade sulle canzoni migliori, fino ad un repentino oblio: se ne riparla a febbraio dell’anno successivo.

Un fenomeno quindi, capace di suscitare il totale disinteresse per un lungo lasso di tempo e ad attrarre la massima attenzione nell’arco di una sola settimana.

Questo potrebbe indurci a pensare che evidentemente il Festival di Sanremo rappresenti in qualche maniera un veicolo di significati che proveremo ad identificare. Per come è strutturato, il Festival sembrerebbe avere i connotati del rito: si svolge da decenni nella città di Sanremo, nello stesso periodo dell’anno, all’incirca con una stessa durata, con un format più o meno similare e delle fasi abbastanza cadenzate.

Il format

Normalmente il Festival è presentato da un conduttore, affiancato da una o più co-conduttrici: tempo fa si parlava di vallette, mentre oggi la parola è in disuso e del resto il ruolo delle donne al Festival di Sanremo è fortunatamente più paritario. Sebbene le donne appaiano quasi sempre più come uno sfondo, mentre la “figura” rimane, ancora oggi,  il conduttore. E così, la co-conduzione si alterna a fiori, tacchi, scale e strascichi d’abito, solo per lanciare un’immagine abbastanza rappresentativa.

Si potrebbero fare molte considerazioni su questa dimensione, ma forse all’interno di questo articolo ciò che può essere importante sottolineare è la carezza rassicurante che viene offerta da questa impostazione non necessariamente maschilista, ma tradizionalmente maschiocentrica.

Il Festival, regalando questo genere di assetto, sembra riconfermare dinamiche relazionali tra il genere femminile e quello maschile, oggi profondamente in discussione.

Altri elementi del format sembrano ripercorrere strade familiari: alla categoria dei “big” della musica, si affianca quella dei giovani esordienti. Il pubblico ha così la possibilità di immergersi in identificazioni molteplici: con i testi delle canzoni, con la grandiosità dei nomi della musica italiana, con il tempo che passa, con l’esplosività di un giovane che finalmente raggiunge il successo. Tutti i cantanti sono votati da una duplice giuria: quella esperta e a volte incomprensibile presente al Festival e quella giustizialista e viscerale del pubblico. In un susseguirsi di esibizioni ed eliminazioni, si arriva ad una rosa di una decina di cantanti per categoria, fino all’elezione dei primi 3 posti e quindi dei due vincitori, uno per categoria.

Le Fasi

Del Festival di Sanremo si inizia a parlare sommessamente alla fine di ogni anno, mentre è nel mese di Gennaio che i media iniziano ad adoperarsi per alimentare l’attesa dell’evento da parte del pubblico. In seguito a questo momento di preparazione, arriva la celebrazione dell’atteso, del rito appunto, che vede nella nomina del suo vincitore il suo apice e, allo stesso tempo, la sua conclusione. Il dopo-festival e la risonanza che questo evento ha nelle settimane successive ha forse la funzione di restituire al pubblico l’esito del rito effettuato (il feticcio?).

E quindi?

I riti fanno parte della natura umana: l’essere umano è un essere sociale e il rito sembra avere una funzione celebrativa di una appartenenza. Al genere umano, ad una categoria, ad una religione, ad una fase della vita, ad una squadra di calcio, ad un nucleo familiare: siamo immersi di riti, che spesso celebriamo senza una piena consapevolezza.

E allora forse il “festival della musica italiana” ci aiuta a sentire l’appartenenza al nostro Paese, in un momento storico,per altro, dove questo senso di coesione ed appartenenza sembra essere stato messo profondamente in discussione.

Quello che serve, quindi, per sentirci più uniti, più simili, per credere per qualche settimana che in fondo va tutto bene, che in fondo ci siamo ancora e che non c’è molta differenza tra l’Italia del secondo  Dopoguerra, che speranzosa si affacciava alla rinascita (il primo Festival ebbe luogo nel 1951) e quella di oggi.

Memento mori: sul Coronavirus e le paure degli esseri umani.

Memento mori: una locuzione latina che significa “ricordati che devi morire”, squisitamente ripresa nel  film “Non ci resta che piangere”, scritto, diretto ed intepretato da Massimo Troisi e Roberto Benigni, e che può essere utile per introdurre una intepretazione in chiave psicologica di quella sorta di “psicosi collettiva” correlata alla potenziale diffusione del Coronavirus in Cina e nel mondo.

Da sempre l’arte e la cultura, la tradizione ci rimandano a questa consapevolezza così presente nella nostra mente e allo stesso tempo spaventosamente difficile da trattenere. L’essere umano è tanto spinto, nei suoi comportamenti, alla ricerca della sopravvivenza della specie, quanto impegnato a “rimuovere” la propria finitezza. Ciascuno di noi, osservandosi, non potrà che accorgersi di condurre la propria esistenza “come se” non fosse a termine, come se fosse infinita, appunto. L’essere umano, da solo, non può probabilmente sostenere il peso sconvolgente della propria fragilità e la collettività, tanto vera quanto l’individuo, pensa e agisce questa angoscia cercando di scongiurarla, celebrarla, oltrepassarla.

Le rappresentazioni cinematografiche ci raccontano della necessità della specie umana di trattenere nell’immaginario collettivo la drammatizzazione di eventi straordinari e distruttivi, presente del resto nelle opere teatrali, letterarie e pittoriche.

Nella serie tv “The Walking Dead” un gruppo di sopravvissuti affronta una classica epidemia zombie.

L’essere umano ha bisogno di rappresentare la propria estinzione, prendendone allo stesso tempo e distanze: questa è la funzione delle rappresentazioni artistiche su di essa. Rappresentazioni che, quando sono così vivide come quelle cinematografiche, difficilmente raccontano  di rischi davvero concreti, immediatamente presenti nella nostra realtà, perché questo avrebbe un impatto troppo forte; d’altro canto, raccontano di rischi possibili e spesso rappresentano comportamenti adattivi funzionali a scongiurarli (pensiamo alla figura degli “eroi” sopravvissuti a delle catastrofi). Ciò ci consente di diffondere le modalità di controllo di un evento imprevisto e soprattutto, ci consente di credere nell’illusione dell’onnipotenza della specie.

Le persone sono attratte dalle emozioni intense (un film dell’orrore, un dramma teatrale, un incidente d’auto) e sono queste che vengono tramandate, narrate, che divengono un patrimonio collettivo.

Perchè accade questo? E cosa c’entra tutto questo con il Coronavirus?

La nostra specie è sopravvissuta e si è evoluta proprio grazie alla capacità di costruire sistemi sociali sempre più complessi ed ampi ed in questo senso il sapere collettivo è imprenscindibile. Il sapere collettivo è funzionale ad adattarsi agli eventi imprevisti; il senso comune altro non è che un patrimonio di acquisizioni condivise utili a far funzionare la collettività.

Le reazioni della collettività, quindi, sono adattive rispetto alla conservazione della specie ed hanno una estrema capacità di propagarsi rapidamente proprio per questa ragione. In questo senso, espressioni di “panico collettivo” generate dalla paura di diffusione di un virus potenzialmente mortale, sembrano essere una distorsione di un comportamento collettivo  finalizzato alla sopravvivenza della specie.

Controlli della temperatura corporea negli aeroporti internazionali

Queste considerazioni possono forse aiutarci ad assumere una posizione critica verso le nostre paure e quelle degli altri e verso le reazioni che sembrano emergere e dilagare rispetto al Coronavirus. La maggior parte di noi è a sua volta terrorizzata da questa sorta di cecità che sembra contagiare le masse; la massa, il collettivo, la folla, sono “organismi” diversi ma che  richiamano ad atteggiamenti impulsivi e soverchianti, distruttivi e dannosi per l’individuo.

Tuttavia, se proviamo a leggere questi comportamenti come specie-specifici, possiamo forse comprendere come la collettività non sia un’entità astratta e sconosciuta, ma possa essere se non controllabile, in qualche misura intellegibile. I gruppi funzionano grazie a processi come la normatività, la de-individuazione.

Processi cioè in cui l’adeguamento a visioni e regole condivise diventa primario rispetto alla posizione dell’individuo. Ciò contiene certamente in sé dei rischi rilevanti e potenzialmente dannosi per le persone – e ciò che sta accadendo ora rispetto al Coronavirus lo dimostra, ma possiamo fare riferimento ad accadimenti ben più gravi e distruttivi, pensiamo al nazismo e all’Olocausto.

Tuttavia in senso evolutivo questi fenomeni possono raccontarci di come siamo sopravvissuti a vere e proprie epidemie, a guerre e disastri ambientali.

La “memoria” collettiva ha una storia infinitamente più lunga di quella degli ultimi secoli, degli stravolgimenti sociali del ‘900 e delle  trasformazioni tecnologiche degli ultimi decenni; le nostre reazioni possono rispondere a questa memoria, più che ai reali pericoli che affrontiamo, diventando quindi disfunzionali perchè inappropriate al reale pericolo.

Il Precariato interiore

Come il precariato lavorativo e la lunga crisi socio-economica che stiamo percorrendo, hanno inciso sul benessere psicosociale delle ultime generazioni.

Dall’inizio degli anni 2000 ad oggi,abbiamo assistito e stiamo ancora assistendo ad una crisi economica e sociale che ha cambiato profondamente il mercato del lavoro, che ha impoverito I cittadini, ampliato il divario tra persone abbienti e persone più disagiate, modificato stili di vita, prospettive, ambizioni, progetti. Il nostro secondo dopoguerra ha rappresentato un momento di sofferta rinascita per il nostro Paese e non solo, caratterizzato dal progressivo miglioramento delle condizioni economiche, sociali e demografiche.

La società è diventata nel tempo uno spazio sicuro, una sorta di solido contenitore all’interno del quale le possibilità di scelta dei singoli individui sono alimentate, ampliate e sostenute – o almeno così appariva. I figli del Dopoguerra hanno così trovato, certo con dolore e fatica, un terreno progressivamente sempre più fertile, su cui far crescere le proprie ambizioni, i propri desideri: il lavoro, la famiglia. Negli anni l’entusiasmo della rinascita ha alimentato uno spirito di fiducia, un senso di potere d’azione e di efficacia che a loro volta sono stati il concime utile al radicamento delle loro stesse estremizzazioni, delle loro stesse derive.

I figli di quei figli, nati tra la fine degli anni ‘60 e quelli’90, rappresentano una generazione che rispetto a queste trasformazioni e a quelle successive, che interverranno dalla fine degli anni 2000 fino ad oggi, occupa una posizione che potremmo definire assolutamente “trasversale”.

Una generazione che ha usato lo stesso concime dei propri padri, ma su un terreno che si è rivelato essere totalmente diverso.

Si tratta di giovani adulti che hanno usato criteri che si sono – ma a posteriori- rivelati anacronistici rispetto ad un cambiamento socio-economico radicale, che si è insediato in maniera rapida ma silenziosa. Che hanno scelto carriere, percorsi di studi che hanno necessitato di un investimento avvenuto quando tutto sembrava possibile, quando il concetto stesso di impossibilità era forse negato; un investimento che si è rivelato in molti casi fallimentare rispetto alle esigenze attuali.

Si tratta di persone che sono rimaste intrappolate, in un modo o in un altro, in un processo di definizione identitaria sociale che non ha trovato appiglio nel mondo del lavoro. Un’identità quindi che non è riuscita a formarsi o che lo ha fatto attraverso un processo troppo prolungato.

Persone che non sono riuscite ad immettersi nel mondo del lavoro in maniera stabile e continuativa e che sperimentano, nella maggior parte dei casi una precarietà che evidentemente non può definirsi solo di natura economica, ma esistenziale, identitaria. Queste persone sperimentano una instabilità che non può riguardare solo le risorse economiche -risorse economiche che comunque hanno un impatto sulle proprie potenzialità. Si tratta piuttosto di una sorta di precarietà “costituzionale”, non nei termini della immodificabilità potenziale, ma rispetto alle sue radici, alle sue origini, alla sua provenienza.

Parliamo quindi di una generazione in cui la versione ideale di sé è stata alimentata a lungo, ha permeato intere infanzie, intere adolescenze, intere gioventù, fino ad arrivare all’età adulta. Questa versione ideale di sé tardivamente si è scontrata con la realtà dei fatti, con i limiti, con I  compromessi  in una sorta di prolungamento senza termine della fase di passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Una transizione perenne, una stasi in apparente continuo movimento, la costante ricerca di una evoluzione che diviene impossibile.

La ricerca dell’identità è diventata identitaria: una gabbia, una trappola da cui è necessario e possibile uscire. Il lavoro necessario parte proprio da quell’ideale di sé di cui si parlava più sopra e dall’incontro con il reale, con il presente.

In qualche modo è necessaria una frattura,  un rito che consenta di attualizzare il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Uno sliding doors che può ritrovarsi in un evento, ma che può ache essere ricercato, scelto.

Non si tratta di negarsi o disconoscersi nel proprio percorso, nelle proprie scelte. Si tratta di dare spazio alla propria identità in termini nuovi, diversi, attuali. Si tratta di provare a darle voce oggi, di renderla autenticamente dinamica, quindi viva, presente. Si tratta di riappropriarsi della propria soggettività per contrastare una sorta di colonizzazione identitaria, in cui il “colone” è  un totalitarismo centrato sulla produttività e sul ruolo  sociale, rispetto al quale ci si sente come corpi estranei.

È necessario e urgente, allora, ri-conoscersi, adesso.

La malattia d’Alzheimer: il lungo addio.

Una particolare condizione di lutto è quella che si viene a creare quando, in una famiglia, irrompe la malattia di Alzheimer o, in senso più ampio, la demenza. Non è infrequente, parlando con le persone, sentire raccontare di un qualche parente malato di Alzheimer: uno zio, un padre, una nonna. Spesso le persone, soprattutto quando non sono il caregiver principale (ossia la persona centrale nella cura del malato) sembrano non rendersi pienamente conto della portata di questa malattia: per se stessi, il malato ed il proprio sistema familiare. La malattia d’Alzheimer, invece, comporta dei carichi fisici ed emotivi spesso insostenibili e la capacità delle persone di esserne pienamente consapevoli può essere loro d’aiuto.

Alzheimer, demenze: cosa sono

Le demenze sono delle condizioni patologiche in buona parte di origine vascolare, che comportano il danneggiamento dei tessuti cerebrali, a cui corrisponde la progressiva compromissione delle facoltà cognitive. L’Alzheimer è una patologia degenerativa causata invece da un’alterazione metabolica, che provoca una morte neuronale progressiva con conseguente perdita delle funzioni cognitive quali la memoria, il linguaggio, il ragionamento. L’Alzheimer è quindi una particolare forma di demenza, che costituisce una condizione clinica che può avere diverse cause, interventi, esiti.

Alzheimer e società

Oggi sembrano maggiormente diffuse nella popolazione le conoscenze sulle possibili evoluzioni della malattia e sulle funzioni che saranno via via compromesse; appaiono anche più conosciute le possibili terapie, che siano farmacologiche o che si avvalgano di interventi di tipo occupazionale e psicosociale. In questo probabilmente, oltre ai progressi scientifici ed al lavoro istituzionale, ha avuto una funzione importante la ormai capillare diffusione di internet e l’uso dei social media anche per comunicare su dimensioni così particolari.

Tuttavia l’Alzheimer resta una malattia difficilmente sostenibile da pazienti e famiglie, che spesso si fanno interamente carico del malato senza che la sanità pubblica e le politiche sociali offrano una valida rete di supporto in termini di costi ed assistenza. Inoltre, anche se l’opinione pubblica appare maggiormente sensibilizzata rispetto a qualche decennio fa, forse ancora oggi la malattia di Alzheimer appare come uno stigma. Questo intanto perché la malattia ancora oggi resta prevalentemente una questione privata e non una questione pubblica, presa in carico dalle Istituzioni e dalla collettività.  In qualche modo quindi la mancanza di un welfare che sia una rete di sostegno per il malato e per le  famiglie, costringe ad una sorta di incomunicabilità sulla malattia.

Una malattia di cui è difficile parlare, per il carico a cui sottopone, per i continui adattamenti a cui costringe, per la difficile comprensione ed inquadramento dei sintomi.

Alzheimer: cosa succede al malato, cosa succede alla famiglia.

La persona che si ammala di Alzheimer…

L’Alzheimer comporta la progressiva perdita di tutte le capacità di tipo cognitivo e provoca delle alterazioni comportamentali, oltre che dei mutamenti sul piano della stessa struttura di personalità, che si esprimono in ogni paziente in una modalità assolutamente unica ed in una qualche misura imprevedibile. Se non è imprevedibile l’esito della malattia, lo è però il modo in cui nel singolo paziente questa andrà a svilupparsi. Per questo, mettendosi nei panni del malato, così come della sua famiglia, parlare di declino delle funzioni cognitive è estremamente riduttivo.

Nell’immaginario comune, forse, ancora oggi permangono pregiudizi su questa malattia e d’altro canto l’uso della parola “demente” come anche di “Alzheimer” nel colloquiare comune, può farci comprendere quali siano i residui probabilmente ancora molto ampi di scarsa conoscenza del fenomeno da parte di chi non lo vive direttamente. Forse, nell’immaginario collettivo il malato di Alzheimer è una persona anziana, che progressivamente “dimentica” nomi, numeri di telefono, la lista della spesa. Un declino fisiologico, tipico della terza età, per cui semplicemente la persona diviene meno efficiente, meno affidabile, più bisognosa.

Invece l’Alzheimer è un percorso molto più complesso e traumatico, spesso feroce, con segni e sintomi  inizialmente difficili da inquadrare, perdite di funzionalità che a volte sembrano sanarsi prima di perdersi del tutto. Non si ammala solo il paziente, ma l’intera famiglia, come d’altro canto accade sempre quando una malattia degenerativa o oncologica, colpisce un individuo, normalmente inserito nel sistema-famiglia. Il malato di Alzheimer inizia, più o meno lentamente, secondo una modalità lineare od oscillatoria, a manifestare alterazioni dell’umore, disturbi psicosomatici, più o meno marcate “fissazioni”, di difficile interpretazione. Infatti spesso le diagnosi iniziali vertono su alcune psicopatologie, come ad esempio la depressione.

Il paziente quindi dimentica di prendere un farmaco, dimentica il portafoglio, ma poi dimentica anche come si mette la sveglia, come si allacciano le scarpe, come si fa una doccia, come si chiama sua moglie. I malati di Alzheimer possono credere che qualcuno ce l’abbia con loro, possono sentirsi aggrediti e diventare aggressivi, possono manifestare un forsennato bisogno di uscire, camminare, muoversi; e a volte questo accade quando non sono state ancora perse in maniera marcata le diverse funzionalità.

….l’Alzheimer che ammala la famiglia

Ciò determina delle dinamiche familiari tali per cui il malato può essere colpevolizzato, come se certe manifestazioni fossero volontarie o comunque parlassero di “lati del carattere” fino ad allora non emersi. A volte i familiari possono quindi reagire con forte rabbia nei confronti del malato: forse anche perché è la malattia che non riescono ad accettare, che hanno bisogno di negare, che li fa arrabbiare. D’altro canto, mettendosi nei panni di un familiare, pensare ostinatamente che il proprio caro stia intenzionalmente scegliendo un comportamento, appare come una comprensibile modalità difensiva.

Un familiare può essere disposto a credere di aver scoperto, dopo decenni, un lato del carattere del paziente fino ad allora sommerso, nascosto, che magari lo snatura del tutto, pur di non sentire di non avere alcun controllo sulla malattia. I pazienti perdono progressivamente, oltre che la memoria a breve, medio e lungo termine, oltre che la capacità di compiere delle azioni anche basilari, la capacità di esprimersi e di orientarsi. Non sanno dove si trovano; presentano delle allucinazioni – vedono quindi persone che non ci sono, pensano di essere in luoghi diversi da quelli reali, toccano oggetti immaginari. Perdono progressivamente la capacità di esprimersi, fino a produrre un linguaggio incomprensibile, che infine non ha più alcuna struttura e non può più definirsi tale.

In questo lungo e straziante viaggio, che a volte appare infinito, I familiari rischiano di perdersi, proprio come il paziente.

Nel mare delle informazioni che cercano di reperire e di soluzioni, cure, terapie di cui sono alla ricerca, spesso i familiari – ed in special modo il caregiver, non hanno più tempo per sé né per le relazioni sociali, per altro già inficiate da quel senso di imbarazzo e vergogna che può colpire queste persone. Non è raro, quindi, che i familiari stessi si ammalino – si isolino, si deprimano, manifestino insonnia, disturbi psicosomatici e altre manifestazioni di forte sofferenza. Una sofferenza per altro molto complessa e difficile da comprendere ed esternare anche per una sua peculiarità, che può ostacolarne l’elaborazione.

Il processo del lutto vissuto dai familiari di questi pazienti comincia ben prima della morte e forse, prima di quel momento, non può iniziare davvero; la consapevolezza rispetto a questo processo, rispetto al fatto che lo si inizi a vivere con la stessa comparsa dell’Alzheimer, può forse consentire ai familiari di gestirlo al meglio e di riuscire, un giorno, a giungerne al termine.

È come se la malattia di Alzheimer, con le sue perdite, le sua apparenti riacquisizioni, sottoponga ad un continuo processo di perdita: di alcune funzionalità della persona, di alcune parti della sua identità, fino ad arrivare al punto in cui il malato non è più riconoscibile. Una serie infinita di micro-lutti che il familiare deve farsi carico di elaborare, in un compito complesso, se si pensa che è un non senso perdere una parte di una persona: le persone non sono fatte di “pezzi”.

Forse l’esito più “terapeutico” per un familiare sarebbe quello di riuscire a comprendere questa particolare condizione che si sta sperimentando e che può spingerli a negare disperatamente che alcune “parti” del proprio congiunto stanno cambiando (“non è malato, è cattivo”), o al contrario a sentire “come se” il congiunto già non ci fosse più (“ormai non sente più niente” “ormai non c’è più”).

Entrambe le posizioni, in fondo, non sono pienamente realistiche; e allora, riuscire a costruire dentro di sé una visione integrata del proprio caro, che tenga conto non dei “pezzi che si perdono” ma delle “parti che cambiano”, riuscendo a mantenere con lui, seppur mutata, una relazione affettiva che ne tenga conto, può essere di supporto sia durante la malattia sia dopo, quando ci si confronterà con la sua perdita, reale e definitiva, affinché questa perdita sia davvero possibile ed il processo di separazione non resti, per sempre, in qualche misura “interminabile”.

Separazione e divorzio: quali implicazioni

La separazione dal partner, anche nel caso in cui si tratti di una scelta comune, è un complesso processo di transizione e trasformazione che tocca diversi livelli dell’esperienza individuale e non può, quindi, che essere foriero di una certa quota di sofferenza. Un po’ come per qualunque altra relazione significativa, una coppia non inizia ad essere tale in un preciso momento e, allo stesso modo, non finisce di essere tale da un momento all’altro.

Si smette di essere una coppia in maniera progressiva; il processo di separazione inizia ben prima della decisione stessa di separarsi ed in questo percorso, i due membri della coppia devono compiere degli sforzi di non poco conto, che vanno a toccare diversi aspetti.

Le diverse dimensioni della separazione

La progettualità dei due membri infatti cambia: la prospettiva comune che era stata stabilita o quanto meno pensata, va a sgretolarsi. Il “noi” deve cedere il passo a “io e te” e già questo è indicativo di come il processo di separazione abbia delle ripercussioni anche su un piano identitario.  Ripercussioni positive e/o negative, costruttive o meno, ma comunque presenti. Separarsi significa quindi dover ricostruire il senso di sé e nella maggior parte dei casi anche la propria vita.

La separazione implica di norma cambiamenti dal punto di vista abitativo; e cambiare casa non significa solo cambiare abitazione. Significa cambiare punti di riferimento, abitudini, modalità di spostamento. Cambiano per esempio gli orari, cambiano le attività del tempo libero, cambia la vicinanza di altre figure significative, la rete sociale nel senso più ampio del termine.

In molti casi a cambiare è anche la condizione economica; è possibile che venga perso un certo status, o un certo stile di vita (come nel caso di quelle persone che non lavorano, o di chi debba far fronte ad un assegno di mantenimento difficile di sostenere).

E se ci sono dei figli?

La situazione diviene poi ancora più complessa e, in molti casi, dolorosa, quando ci sono dei figli. Un padre e una madre dovranno abituarsi a stare con I propri figli in maniera frammentata, a trascorrere dei momenti della giornata o della settimana in cui non sapranno come stanno davvero, non sapranno di cosa hanno bisogno. Ciò può incidere profondamente sul benessere della persona, costretta a sentirsi impotente o inefficace.

Separazione conflittuale e figli

Questa condizione si inasprisce laddove vi sia conflitto tra i partner. I figli rappresentano spesso, in questi casi, proprio il “terreno” su cui si gioca questa conflittualità. Ciò è tanto presente nella comprensione razionale di ciascuno di noi, quanto è difficile da sentire, discernere, percepire nell’esperienza di chi si trova a gestire una dimensione così tanto delicata.

Non sempre infatti un genitore manipola coscientemente il proprio figlio per danneggiare l’ex coniuge. Forse, nella maggior parte dei casi, accade semplicemente che l’adulto proietti sul proprio figlio quelli che sono i suoi bisogni: ed il figlio li rende parlabili, con il suo disagio, con i suoi “sintomi”.

E così un figlio può, per esempio, divenire una fonte di informazioni; può essere un involontario veicolatore di messaggi; oppure può essere strumento di conferma delle nostre capacità genitoriali, o del fallimento di quelle dell’ex coniuge.

Gli scenari e le dinamiche possibili sono evidentemente molto articolate, ma forse non è riduttivo affermare che soprattutto in questi casi, ma anche in assenza di figli, è necessario che i due partner si adoperino per portare a termine il processo di separazione in primo luogo a livello emotivo/affettivo.

Quando un figlio, durante o dopo una separazione, diviene “il problema”, potrebbe essere utile, per i genitori, pensare al suo disagio come il sintomo di una separazione ancora incompiuta. D’altro canto, la separazione può essere assimilabile ad un lutto e, come tale, può subire tutte le fasi di elaborazione e di congelamento proprie di questo stesso processo.

Se allora una separazione è congelata, essa non ha mai fine e diviene quindi impossibile. In termini opposti si può allora affermare che il legame ancora esiste, ma non è più costruttivo.

Cosa comporta separarsi davvero dal partner? Come ci fa sentire questo, che emozioni ci provoca? A quali esperienze di vita questa separazione potrebbe collegarsi e, se ci fermiamo a pensarci, come abbiamo vissuto quelle esperienze?

Porsi queste domande, pur senza avere una risposta nell’immediato, potrebbe essere molto utile per darsi il tempo di comprendere quale sia davvero il proprio rapporto con ogni separazione (per esempio quelle vissute in età evolutiva) e, solo dopo, con la separazione dal proprio partner.

 

 

Il lutto

Con il termine “lutto” si indica quel processo di elaborazione di una perdita che, in base ad una serie di condizioni e caratteristiche di chi lo vive, può seguire le strade più diverse, in termini di tempi di elaborazione, vissuti, intensità della sofferenza.

Il lutto è quindi una condizione di stato, un vissuto ed al contempo un processo, un percorso che porta alla sua elaborazione.

In effetti esso celebra la perdita – di una persona, di una condizione, di una parte di sé- ma definisce anche il percorso di disinvestimento progressivo dall’oggetto perduto. L’etimologia della parola, come sempre, ci viene in aiuto per cogliere a pieno quanto si intende: lutto viene dal latino lùgere, piangere, che la nostra esperienza comune ci insegna essere conseguente ad una condizione ed al contempo preludio di una nuova.

Pensiamo, per fare un esempio, ad un bambino che cade, magari piange, poi si calma e si rialza.

Un processo, dunque, che può svolgersi nei modi più diversi, in base a tanti fattori: l’entità della perdita , il modo in cui essa è avvenuta, le caratteristiche di personalità, la rete di supporto, le condizioni sociali.

Quando possiamo parlare di “lutto”?

La parola “lutto” richiama, normalmente, la perdita di una persona cara; eppure il concetto può essere applicato ad ogni importante esperienza di perdita che abbia per la persona un certo rilievo. La perdita di uno status sociale, di una relazione d’amore; della piena salute, di un luogo fisico, ma anche dell’immagine di sé, della percezione della propria identità – sono esempi di perdite di oggetti “esterni” ma anche “interni” che necessitano di un oneroso percorso di adattamento.

Ecco quindi che non solo la perdita di una persona cara, ma anche, per fare degli esempi, la perdita di un lavoro, una malattia invalidante, una separazione, l’arrivo della pensione, l’arrivo della menopausa, possono essere esempi di eventi di perdita che soggettivamente possono esporre un individuo a confrontarsi con il disinvestimento da una dimensione determinante e che in molti casi lo costringe a ridefinire la propria stessa identità.

A volte le persone cercano di ribellarsi a questo processo, alla sofferenza, quasi volessero fuggirne subito, quasi fosse intollerabile -ed in effetti alle volte lo è, anche se transitoriamente. É difficile star male, è difficile comunicarlo agli altri, è difficile vivere il proprio quotidiano. Per alcuni questo è davvero il modo migliore per affrontare una perdita, mentre per altri è un tentativo di negazione che presenta il conto in un momento successivo. In altri casi, le persone cercano spiegazioni, ragioni, cause, per qualcosa che è impossibile razionalizzare; così facendo non riescono ad intraprendere facilmente quel processo di disinvestimento dall’ oggetto perduto, che pure è tanto necessario.

Del resto questi non sono che tentativi delle persone di adattarsi a condizioni così tanto difficili e complesse che fanno parte della vita di tutti noi. L’incredulità di fronte ad eventi tanto dolorosi, la loro iniziale negazione fanno parte del normale processo di elaborazione del lutto, accompagnato da angoscia, tristezza, disperazione, rabbia, fino a una progressiva accettazione della perdita subita. Sentimenti dolorosi, ma imprescindibili.

Quando è che il lutto può dare origine ad una condizione patologica e come fare per accorgersene?

Un po’ come accade nella differenziazione di ogni stato psicologico “sano” da uno “patologico”, anche nel lutto la discriminazione avviene all’interno di un continuum, dove ci si può accorgere che I normali vissuti di sofferenza rimangono nel tempo estremamente persistenti e divengono invalidanti per la funzionalità della persona, tanto da sovrapporsi ad altri disturbi quali quello depressivo, o quello post traumatico da stress.

Oggi, con la pubblicazione della quinta edizione del Manuale Diagnostico e statistico dei Disturbi Mentali, il disturbo da lutto persistente complicato ha assunto una sua autonomia, mentre nelle precedenti edizioni del manuale ci si era più concentrati sulla differenziazione tra il lutto ed altre sindromi psicopatologiche. Questa definizione ben precisa ha da un lato il merito di inquadrare una condizione che in alcuni casi può degenerare nella patologia, fornendo quindi spunti utili alla prevenzione; dall’altro tuttavia contiene in sé il rischio di patologizzare, quanto meno nel senso comune, un processo invece naturale ed inevitabile

Il disturbo da lutto persistente complicato

Cause

L’elaborazione di un lutto può complicarsi quando sussistono, come, detto, una serie di caratteristiche personali predisponenti e, allo stesso tempo, quando l’esperienza della perdita sia caratterizzata da forte drammaticità, oltre che dalla presenza o assenza di supporto sociale e dalle condizioni socio-economiche che possano costituire per il benessere dell’individuo una potenziale risorsa o un’aggravante .

Sintomi

Il lutto complicato si definisce come tale quando una serie di sintomi sono presenti nell’individuo per oltre 12 mesi dalla perdita subita: il dolore e la mancanza sono persistenti ed intensi; sono presenti preoccupazioni e pensieri ricorrenti sulla perdita e sulle sue cause. Non si è capaci di accettare la perdita, di fronte alla quale si è persistemente increduli o, in altri casi, distaccati. Non si riescono a rievocare ricordi piacevoli dell’oggetto perduto e si adotta una strategia di evitamento di tutto quanto possa essere ad esso collegato.

Si prova forte rabbia ed allo stesso tempo senso di colpa. Ci si sente soli, alieni e sfiduciati nei confronti degli altri e si evitano di conseguenza contatti interpersonali che invece sarebbero di supporto. Ci si sente demotivati, pessimisti, privi di senso, riluttanti a fare progetti per il futuro come a coltivare interessi. In alcuni casi si desidera morire, per raggiungere il proprio caro o porre fine alla propria sofferenza.

Quando ci si accorge che alcuni di questi tratti sono presenti e quando, soprattutto, ci si rende conto della loro persistenza, come se il passare del tempo non scalfisse in alcun modo la propria sofferenza, che rimane intensa e difficilmente tollerabile; quando ci si accorge che la famiglia, le amicizie, I propri interessi, il lavoro, la qualità della propria vita in generale iniziano ad essere pesantemente intaccati da questi nostri vissuti; quando magari si ricorre a troppi farmaci, o all’alcol, o ad altre sostanze in un tentativo di auto-medicazione, è possibile allora che il lutto da noi subito non stia seguendo il suo naturale percorso ma sia, in qualche modo, “bloccato”.

È utile pertanto parlarne con chi ci è più vicino, con il proprio medico di base, per spezzare in primo luogo l’isolamento involontariamente costruito e poter chiedere consiglio, rivolgendosi, se lo s reputa opportuno, ad un professionista della salute mentale.

 

 

 

Sulla Resilienza (elogio di una transitoria e sopportabile sofferenza)

Perché scrivere un articolo sulla Resilienza?

Resilienza

Il termine “resilienza” è oggi divenuto estremamente diffuso nel parlare comune, pur trattandosi di un concetto mutuato dalla tecnologia del materiali, dalla fisica e dall’ingegneria e poi applicato anche ad altri ambiti quali l’economia, la biologia, l’ecologia e infine-grazie alle sue straordinarie potenzialità metaforiche- la psicologia. In psicologia esiste una vasta letteratura sull’argomento e su quelli che possono essere considerati fattori di rischio e fattori protettivi che consentano ad una persona di essere, a fronte di un evento negativo, resiliente.

Negli interventi psicosociali, ad esempio, concetti come le strategie di coping ( adattamento), enpowerment, skills e resilienza sono centrali e determinanti. Esistono tuttavia anche delle posizioni critiche sull’uso o quanto meno sull’abuso del concetto di resilienza che credo meritino una certa attenzione

La Resilienza in Psicologia

In psicologia, una persona è resiliente quando riesce ad adattarsi ad un cambiamento importante, ad un trauma, ad un evento stressante, alle difficoltà. Una persona è resiliente quando riesce a riorganizzarsi in seguito ad un evento negativo, al punto da essere in grado di trarne dei benefici; la persona quindi non solo si auto-ripara, ma in qualche modo si rigenera, evolve.

Riesce ad affrontare le avversità, a coglierne degli aspetti positivi, a viverli in maniera ottimistica, a non perdere la speranza, a raggiungere infine anche obiettivi importanti. Si tratta di persone che hanno un “locus of control” interno, ossia la capacità di agire sulla propria realtà credendo di poterla modificare e cercando di farlo.

Resilienza non è non saper chiedere aiuto

Fattori di rischio e fattori protettivi

Posso esservi dei “fattori di rischio” che in qualche modo predispongono le persone ad una certa vulnerabilità, come dei fattori protettivi che invece la difendono, consentendo di predire una buona capacità di resilienza. Non ci addentreremo molto su questi fattori, non perché la loro disamina non sia importante, ma perché ci porterebbe troppo lontano dagli obiettivi di questo articolo.

In generale, possiamo parlare di fattori individuali, familiari, sociali che possono essere predisponenti od ostativi allo sviluppo di una certa capacità di resilienza. Una buona considerazione di sé, ad esempio, rappresenta un indice “prognostico” positivo, insieme al suddetto locus of control interno, alla capacità di definire degli obiettivi chiari e realistici ed alla capacità di avere una visione “ottimistica di sé e della situazione che si sta affrontando. Altro elemento predittivo di una reazione resiliente è la presenza di legami affettivi validi nella vita della persona.

E quindi?

Essere resilienti, però, non significa che la persona non si senta in difficoltà in seguito ad un evento stressante o traumatico: esiste sempre, invece, una certa quota di sofferenza, disagio, tristezza, preoccupazione. Ed infatti, se pesiamo all’etimologia del termine, il concetto di resilienza indica la proprietà dei materiali di resistere agli urti senza spezzarsi (dal latino resiliens -entis, participo presente del verbo resilire, che significa “rimbalzare”).

L’oggetto resiliente non resiste, non si oppone: bensì assorbe, assimila e si adatta all’urto.

Un urto che esiste, che ha i suoi effetti e che viene percepito, proprio come una persona percepisce l’impatto di un evento negativo, ne soffre e cerca di adattarvisi. Un’osservazione scontata? Non credo. Non tenere conto di questo ha in sé alcuni margini di rischio.

Cos’è davvero la resilienza e come si può evitare di idealizzarla, sentendosene vincenti detentori o irrimediabilmente privi di questa capacità ormai ritenuta essenziale?

La nostra è l’epoca della prestazione e dell’efficientismo e il rischio è che (credere di, imporsi di) essere resilienti divenga una sorta di bandiera identitaria che ci confermi che ne facciamo parte; che ci conforti e ci dica che non siamo fuori tempo e fuori luogo, che non siamo degli alieni in un’epoca di superuomini infallibili che non cedono mai, non cadono mai e si rialzano sempre, più forti di prima. Se è vero che l’essere umano evolve, cresce, apprende e si autoripara, è anche vero che che egli sente, prova, riflette, immagina. 

E, quindi, soffre.

Soffre, può star male, può sentirsi confuso, può sentirsi perso.

L’uomo sente dolore, patisce nel senso letterale del termine ossia “è vissuto, è emozione”. E allora  potersi concedere di stare male, di dirsi e dire a qualcun altro che non si può più resistere, che è troppo, che si ha bisogno di aiuto, è una forma di resilienza, forse molto più autentica di quella che, quasi meccanicamente, non ci vuole far vivere il nostro presente, il nostro pathos, in nome di un “futuro” posticcio in cui ci si vuole illudere che questo dolore non tanto sia stato superato, no: ma che non sia mai esistito.

Resilienza

Essere Single, oggi.

Essere Single: in due parole è solo apparentemente possibile descrivere una condizione che contiene invece, in sé, un’ infinità di significati e considerazioni su un piano sociale, culturale ed individuale.

Non vivere un rapporto di coppia -come viverlo del resto, o come considerarlo imprescindibile – ha delle implicazioni sociali e personali che non possono essere racchiuse in alcun “clichè” inevitabilmente riduttivo, come spesso la società ci spinge a fare.

Siamo sommersi da richieste sociali che hanno un peso enorme e che possono impedirci di porci delle domande sui nostri sentimenti più profondi, qualsiasi sia la scelta che facciamo o la condizione che ci troviamo a vivere.

Oggi, essere single sembra aver assunto una sorta di status alternativo al dictat di dover “mettere su famiglia”, di “doversi sistemare” e sembra essersi abbozzata una rispettabilità intorno a questo status, che forse non è, tuttavia, pienamente conquistata.

Questo è in special modo vero per le donne, che molto prima degli uomini si trovano a fare i conti con l’irriducibilità di certe condizioni, come quella di non aver fatto dei figli a “tempo debito”, o con il sottile veleno della sempre più marcata mancanza di corrispondenza, con il passare del tempo, a come una donna “fertile” dovrebbe essere: tonica, “liscia”, disponibile, prestante.

In sostanza ad un certo punto della vita, la società ci dice che non siamo più fertili, molto spesso ben prima che sia il nostro corpo a raccontarcelo davvero.
E questo, sotto una luce diversa e con altre declinazioni, riguarda anche gli uomini, a cui vengono richiesti in ogni caso certi esiti, certe prestazioni, a cui vengono fatte richieste non meno pressanti.

Per esempio, un uomo può permettersi di indossare i panni di un single felice, molto più facilmente di quanto possa esprimere la propria insoddisfazione. Ma quei panni sono davvero I suoi?

Al contrario , ad una donna spetta un inquadramento opposto: una single infelice appare molto più plausibile di una single soddisfatta.

Ascoltarsi, in questo mare di interferenze, può non risultare facile.

Sentire davvero quale sia il proprio vissuto rispetto alla mancanza di un rapporto di coppia, comprendere che parte di noi ciò rispecchi e di cosa sia l’esito, rappresenta tuttavia la chiave di accesso a delle risposte autentiche, laddove una persona senta la necessità di individuarne.

È possibile che l’essere single derivi da un processo di maturazione personale, dove la persona abbia individuato in sè, nelle proprie risorse, nella propria cerchia di amici o nelle proprie attività, uno stato di benessere indipendente dal fatto di essere o meno in coppia; è possibile che semplicemente non senta il bisogno di avere accanto un’altra persona.

Così come è possibile che, dopo una serie di rapporti insoddisfacenti, una persona sia stata portata a chiudersi, a non avere più fiducia in se stessa o negli altri, o che abbia sviluppato una serie di esigenze rispetto alle relazioni con gli altri che non erano ancora presenti in giovane età.

Questi sono solo due dei possibili percorsi che, descritti in maniera certamente semplificata, possono portare una persona ad essere single.
In un’ottica più individuale, intrapsichica, una persona che si ponga delle domande sul proprio status di single, potrebbe approfittare proprio del concetto di “fertilità” di cui abbiamo parlato sopra, ma in una chiave totalmente diversa rispetto a quella organica ed allontanandosi dalle valenze e dalle pressioni sociali a cui si è fatto cenno.
Una persona potrebbe chiedersi, quindi, quanto-da un punto di vista psicologico, interiore, relazionale,si senta fertile e si renda tale.
Quanto conceda davvero ad un altro di avvicinarsi a sé in maniera profonda, autentica.
Se ci siano delle paure, dei filtri, o magari dei veri e propri muri.
Si tratta di domande difficili a cui può capitare di non avere una risposta immediata.
Certamente è più semplice ancorarsi a delle spiegazioni concrete, come un rapporto sbagliato ad esempio, che certamente hanno una loro dignità ed importanza.
Eppure queste spiegazioni concrete potrebbero non essere sufficienti a trovare delle risposte vere, più profonde.
Diviene allora necessario porsi delle domande nuove e porsi in un atteggiamento di ascolto ed apertura verso di sé.

Certamente un rapporto psicoterapeutico può, in tal senso, essere di grande supporto in questo processo.
Lo strumento più potente di una psicoterapia è infatti proprio la relazione terapeutica, che sollecita e richiama queste domande così importanti.
Mettersi in gioco in una relazione, seppur terapeutica e quindi con obiettivi e caratteristiche definite, è proprio il nodo intorno a cui la persona può, finalmente, trovare il coraggio di interrogarsi.

Attacchi di Panico. La vita all’improvviso

Può accadere, ad un certo punto della vita – ma non certo ad un punto qualunque – che qualcosa si incrini, entri “in crisi” e che a dircelo sia il nostro corpo.
Può accadere, allora, di essere su un autobus e all’improvviso sentire che l’aria scarseggia, che forse si sta per svenire. O durante una riunione importante, iniziare a sudare, con il cuore a mille, la paura che i colleghi se ne accorgano. O ancora di passeggiare in centro e all’improvviso sentirsi sprofondare sottoterra, invasi da un senso di vertigine, il bisogno impellente di scappare.
Ogni persona che affronta una crisi di ansia, un attacco di panico, potrebbe fare un racconto unico e diverso da quello di tutte le altre.
Alcune persone associano questo forte stato di disagio a situazioni specifiche, per altre è invece del tutto inatteso. Per tutte, si tratta di stati di forte disagio di difficile comprensione e gestione, da cui si vuole solo fuggire.
Nei manuali diagnostici dei disturbi mentali, gli attacchi di panico vengono appunto ascritti all’interno dei disturbi di ansia, ne sono cioè un sintomo. I disturbi di ansia, in generale, si caratterizzano per un’attivazione (di paura, di ansia, di evitamento) sproporzionata rispetto al “pericolo” reale. Gli attacchi di panico in particolare rappresentano delle attivazioni psicofisiologiche particolarmente intense, come se si fosse dinnanzi ad una minaccia incombente.

La letteratura individua in 4 aree sintomatologiche le principali caratteristiche di un attacco di panico.

Le manifestazioni somatiche possono riguardare:
  • l’apparato cardiovascolare (palpitazioni,tachicardia, dolore al petto)
  • l’apparato polmonare (sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia)
  • l’apparato neurovegetativo (sudorazione, calore, brividi, secchezza delle fauci)
  • l’apparato neurologico (tremore, formicolii, scosse, vertigini, senso di svenimento)
  • l’apparato gastrointestinale (nausea, disturbi addominali).
Dal punto di vista psicologico, la persona è completamente concentrata su quanto sta accadendo al suo corpo e preda della paura che possa accadere qualcosa di terribile (fin ad aver paura di morire, o di “impazzire”).
Le risposte possono essere considerate come un disturbo se sono abnormi, frequenti e persistenti e se compromettono il funzionamento generale della persona.

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