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“Mangiarsi le unghie”: L’onicofagia.

mangiarsi le unghieL’onicofagia, ossia il “mangiarsi le unghie” viene comunemente -ed erroneamente- considerata come un “vizio”: un comportamento, cioè, indice di una “debolezza” di fondo da parte di chi lo mette in atto, che, se solo si applicasse, potrebbe benissimo farne a meno.

Se queste sono le considerazioni più diffuse, non sorprende il fatto che le reazioni di fronte a qualcuno che si mangia le unghie –il nostro bambino, nostro marito- possano essere di comprensibile irritazione.

La letteratura scientifica ci aiuta a capire come, invece l’onicofagia, sia un comportamento più complesso, meritevole della nostra attenzione ed osservazione.

L’onicofagia è infatti, molto spesso, espressione di un vero e proprio disagio di tipo psicologico: disagio che può essere transitorio o di lunga durata e che può esprimersi con intensità differente.

Il comportamento onicofagico, quindi, non sempre deve destare particolari preoccupazioni: esso può essere espressione di un’ansia non particolarmente eccessiva e transitoria;nei bambini, può anche essere un atteggiamento puramente imitativo – che riproduce quanto si osserva negli adulti.

Esistono, tuttavia, casi anche gravi di questo comportamento: espressione, allora, di un disagio psicologico più marcato.

È allora in questi casi, o per prevenirli, che può essere opportuno un approfondimento.

L’onicofagia, nella letteratura scientifica, viene fatta rientrare tra i “disturbi del controllo degli impulsi”.

La caratteristica fondamentale di questi ultimi è l’incapacità di resistere ad un bisogno percepito come impellente, per il quale si prova una crescente tensione, fino al suo soddisfacimento.

In seguito ad esso, da un lato compare un senso di sollievo, dall’altro sensazioni spiacevoli, di colpa ed inadeguatezza per quanto compiuto.

Generalmente l’onicofagia fa la sua comparsa durante l’età evolutiva per poi dissolversi in età adulta; tuttavia è possibile che il disturbo permanga per molti anni, o diventi addirittura cronico; oppure che si ripresenti ciclicamente,durante periodi di particolare stress o ansia.

L’onicofagia, infatti, sembra essere associata ad uno stato di ansia, che, per esempio nei bambini, può essere legata a momenti particolari, quali la nascita di un fratellino, l’inizio della scuola, litigi familiari particolarmente intensi e frequenti, aspettative eccessive nei suoi confronti, etc.


Possibili interpretazioni psicodinamiche.

Per ogni individuo ogni sintomo/comportamento disfunzionale ha un significato articolato e del tutto personale.

In ogni caso, da un punto di vista psicodinamico, l’onicofagia, in quanto comportamento che coinvolge l’oralità di chi la mette in atto,viene generalmente ricondotta ad una delle fasi di sviluppo denominata fase orale: si tratta di quel periodo della vita del bambino in cui la bocca rappresenta il principale “sensore” dell’ambiente circostante, il filtro tra lui ed il mondo; lo strumento di unione con la propria madre, il principale “mezzo” di sopravvivenza.

Portarsi le mani alla bocca può allora richiamare quelle sensazioni di rassicurazione che prova il bambino durante la suzione ed esprime, in qualche modo, una sorta di “fissazione” a quella fase; come se, durante quella fase, ci fosse stato un “blocco”, che costringe l’individuo a ritornarci, seppure inconsapevolmente, per cercare rassicurazione con quelle stesse modalità invece che con modalità più funzionali.

Allo stesso tempo, il mangiare le proprie unghie può essere considerato un atto auto-lesionistico.

Nell’atto di mordere le unghie e/o i tessuti circostanti, provocandone l’accorciamento come anche l’eliminazione di irregolarità tissutali, si può provocare dolore, sanguinamento, ed anche infezioni.

Per questo motivo alcuni studiosi individuano nell’onicofagia un’espressione di aggressività, in soggetti che, evidentemente, non riescono ad esprimere la propria rabbia se non che verso se stessi.

Il soggetto sposta sul proprio corpo delle emozioni –di rabbia, di ansia o di paura- che egli non riesce a gestire simbolicamente: gli è quindi necessario renderle “tangibili”, attraverso la produzione di effetti visibili.

Questa modalità di gestione allevia solo apparentemente e transitoriamente la tensione percepita dal soggetto, in quanto in realtà gli impedisce di elaborare i propri vissuti da un punto di vista simbolico.

Da tutte queste considerazioni si può evincere come anche in questo caso l’intervento di uno psicologo può essere opportuno: per stimolare la comprensione delle emozioni sottosanti a questo comportamento e per imparare a gestirle in maniera più funzionale.

 

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